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ELENA MORETTI racconta QUASI A CASA

ottobre 11, 2017

ELENA MORETTI racconta QUASI A CASA (Mursia), romanzo vincitore della prima edizione del Premio RTL 102.5-Mursia

di Elena Moretti

Sono una farmacista. E chi di voi non pensa subito al farmacista, quando si parla di professioni letterarie? Ma come, non c’è proprio nessuno?

Be’, non avete mica tutti i torti. Per quanto appassionata di chimica e farmacologia, però, io sono golosa di storie, vivo di storie, mi ci perdo dentro e, alle volte, va a finire che ne invento di mie.

Questa sete costante è una strategia che ho messo in atto per sopravvivere alla mia stessa testa. Perché, sapete, non è facile convivere con un cervello che non se ne sta mai zitto e, in back-ground, macina e frulla, impasta e reimpasta, rifrulla e rimacina tutto il santo giorno: alla fine della fiera tutto questo frullato da qualche parte devo pur riversarlo, se non voglio che mi fermenti dentro.

Quello che scrivo nasce quindi dalla voglia di dire qualcosa che sento profondamente mio, dando voce a personaggi che, per assurdo, con me hanno solitamente ben poco a che fare. Ma il bello del gioco sta proprio lì: ricreare, anche se solo su carta, delle vite fittizie eppure palpitanti.

Già a sei anni sognavo ad occhi aperti gemelline telepatiche il cui destino era inscindibilmente legato a quello di due rose piantate in un giardino misterioso e inaccessibile, o mi perdevo a immaginare come dovesse essere la metropoli sotterranea delle formiche che andavano e venivano fra il tronco e le radici di un grosso abete nel cortile della nonna.

Da qui a creare delle storie sensate, però, il passo è stato molto lungo. E il gap temporale pure, dato che sono riuscita a mettere in fila qualche passaggio coerente solo dopo aver passato abbondantemente la trentina.

In mezzo ci sono stati il liceo, il volontariato, il matrimonio, la laurea e due figli (tradotto: esserini urlanti e insonni). È grazie a loro se mi è tornato il pallino della scrittura: uno sfogo mi serviva proprio, per sopravvivere al nuovo ruolo di lavoratrice part-time e mamma/casalinga per tutto il resto del time, diurno e notturno.

Per dirla tutta, il ritorno di fiamma è stato dapprima con i fumetti e il cinema di animazione, passioni che avevo da ragazza e che si erano un po’ perse fra le centomila cose sedicenti serie in cui mi ero impegnata negli anni precedenti.

Dai cartoni allo scrivere il passo è stato incredibilmente breve: saranno i colori vivaci, sarà il fascino dei disegni che gli attori in carne ed ossa non riescono, secondo me, ad eguagliare, saranno i buoni sentimenti che ancora tentano di permeare questi prodotti destinati a bambini e ragazzi, fatto sta che la mia fantasia di trentenne è tornata a scatenarsi come non mai, solleticata soprattutto dalle animazioni made in Japan.

A differenza del passato, questa volta avevo le condizioni per coltivarla: quello degli sfegatati di manga è infatti un mondo vispo e variegato, che non manca di offrire possibilità di espressione e condivisione. Cercando in rete informazioni sulle mie serie preferite ho conosciuto altri appassionati (che sollievo scoprire che al mondo esistono altri folli come te!), mi sono ritrovata a discutere con loro sviscerando trame e psicologia dei personaggi (ah, la leggera gioia dei discorsi inutili!) e… rullo di tamburi… ho scoperto che esisteva la possibilità di scrivere e pubblicare on-line le proprie avventure coi suddetti personaggi.

Si tratta di storie non originali e per questo non commercializzabili, note fra gli appassionati col termine di fanfiction, nelle quali non c’è limite alla fantasia. Vuoi cimentarti nel trapiantare Son Goku e Vegeta nel mondo puffoso dei Puffi? Forza, siamo tutti curiosi! Oppure preferisci narrare un’appassionante match di Quidditch in cui si scontrano Lady Oscar e Diabolik? Va benissimo. E che vinca il migliore!

Come vedete, niente di serio. L’ideale per rilassare i nervi: nessuna competizione, nessuna pianificazione delle vendite, nessuna ansia su come ti valuterà il grande pubblico. Perché il pubblico è ristretto e, soprattutto, pazzo come te, quindi molto ben disposto nei tuoi confronti. Per me e il mio stress questo mondo è stato un toccasana. Vuoi perché nickname e monitor mi hanno sempre fatta sentire al sicuro, vuoi perché, parlando da appassionata ad appassionati, ho sempre trovato un grande appoggio. Infatti, uno dei vantaggi delle fanfiction è il fatto che ogni singolo capitolo è commentabile da parte dei lettori e tutti i commenti che ho ricevuto negli anni mi hanno aiutato a migliorami, a capire come far arrivare un messaggio senza annoiare, a capire come emozionare e come commuovere. A capire come rendere vivi i personaggi.

Ho scritto racconti legati al manga «InuYasha» per cinque anni prima di cimentarmi in storie del tutto originali. Non pensiate comunque a chissà quale produzione: la farmacista part-time e mamma/casalinga per il resto del time vede il tempo libero solo nei suoi miraggi, quindi i tempi di scrittura si dilatano in maniera abnorme.

In ogni caso, una volta giunta nel mezzo del cammin di nostra vita, ho iniziato a partorire qualche romanzo tutto mio. Visto che la macchina era ben avviata, ho bellamente continuato a pubblicare on-line a scadenza quindicinale, un capitolo alla volta, esattamente come se si trattasse ancora di fanfiction, e a collegarmi ogni giorno per controllare eventuali commenti dei lettori.

Anche «Quasi a casa» è nato così, nel 2014, senza serie pretese da parte mia.

Certo, alle volte passando dal reparto libri del supermercato mi lasciavo accarezzare dal sogno di poterci trovare, un giorno, anche qualcuna delle mie opere, ma era un sogno vago e per il quale non stavo affatto lavorando, nonostante i lettori on-line a volte insistessero perché mi buttassi con l’editoria vera.

La mie storie sono sempre state solo un gioco, per me, e quel che ci urlavo dentro era per quei pochi che le scovavano nel marasma della rete.

Poi c’è stato un concorso, lo schizzo di voler partecipare e l’inattesa vittoria che ha portato per davvero «Quasi a casa» sugli scaffali delle librerie.

E io ancora non ci credo.

È successo tutto molto in fretta e quasi per caso. Una sera in pizzeria sento in radio di un concorso letterario indetto da Mursia in collaborazione con RTL 102.5. Nessun limite di battute, tema libero. Unico vincolo: la lingua italiana.

Ci penso su qualche settimana e alla fine, con riluttanza, decido di partecipare inviando «Quasi a casa» senza neppure rileggerlo. Ero convinta sarebbe finito bruciato nel caminetto della redazione.

Mi sono invece ritrovata dapprima nella rosa dei dieci romanzi selezionati fra i 1473 partecipanti, poi nella terna dei finalisti, infine sul podio.

Temo mi ci vorrà ancora un bel po’ per realizzare sul serio quel che è successo.

Un romanzo che ho scritto per i miei pochi e giovanissimi lettori ha saputo parlare a tre diverse giurie, composte da gente di età e professioni diverse; ha convinto librai, giornalisti, editori, ingegneri elettronici, speaker radiofonici, registi e insegnanti.

Non so nemmeno come abbia fatto.

Ma ricordo con calore l’entusiasmo della giuria radiofonica il giorno della premiazione in diretta, e la motivazione principale della loro scelta: «Per quanto si tratti di una storia dura, sa aprirsi alla speranza. Il lettore respira, arrivando al finale.» E questo è quello che l’ha portata a primeggiare fra molti altri racconti di elevato valore letterario, dove il dolore era, però, senza scampo.

Io non sono una che vede il mondo rosa-shocking, per carità. So che tante cose sono storte e spesso non fanno che stortarsi di più. Tutto sommato, però, mi piace diffondere positività. In particolare, scrivendo, anche se non sono il tipo da finali 100% fragola, amo dare una soluzione globalmente positiva alle questioni che metto al fuoco. Col mestiere che faccio sento tanta gente che si lamenta e si scoraggia, per questo penso sempre che valga la pena di spaccarsi la cervicale sulla tastiera per raccontare una storia solo se questa può arrivare a dare un po’ di carica a chi la legge.

«Quasi a casa» è nato proprio sulla scia di questa voglia di positività e respiro.

Dopo un paio di romanzi originali ne stavo imbastendo un terzo, bello pompato di gerundi e subordinate, che però non scorreva e non mi dava soddisfazione.

Al che mi sono detta: «Ma tu non scrivi per divertirti? E allora divertiti!»

Ho piantato in asso la storia-macigno e cominciato una nuova opera con in testa una sola idea: «Scrivi come mangi. Anzi, peggio». La sfida che mi ero proposta era quella di provare a parlare di cose Grandi con un linguaggio spicciolo, di lasciar trapelare tenerezza da espressioni violente, amore da frasi rustiche come sassate.

Quale espediente migliore della parlata di un adolescente di strada?

E così è nata la storia, narrata in prima persona a mo’ di diario, di questo ragazzo randagio.

La gente mi domanda spesso perché non abbia scelto come protagonista una femmina, essendo io donna.

La risposta scherzosa che do sempre è che, se avessi scritto il diario di una ragazza, il libro avrebbe avuto almeno il quadruplo delle pagine, e non mi sembrava il caso di tirarla tanto per le lunghe.

La vera risposta è che ho sempre avuto più intesa con l’altro sesso. Ho conosciuto (ovviamente non in senso biblico) più ragazzi che ragazze, ho più amici maschi e quindi comprendo, apprezzo e ricreo la linearità del loro pensiero molto meglio di quanto non mi riesca di fare con le arzigogolate paturnie femminili.

Inoltre ho sempre avuto una grande passione per i ragazzi difficili, di carta o in carne ed ossa, e l’idea di creare una storia che ne avesse uno per protagonista era sufficiente a riempirmi di entusiasmo. Deciso il linguaggio, in un paio di minuti nella mia testa si è delineato l’abbozzo dell’intera vicenda: il mio protagonista sarebbe stato un ragazzo di città, senza famiglia, affidato dai servizi sociali a una montanara. Un po’ incattivito dalla vita, ma molto tenero sotto la sua scorza di grugniti e parolacce. Nel suo diario avrebbe raccontato questo cambiamento di scenario che, nonostante i dolorosi alti e bassi, avrebbe segnato la svolta decisiva nella sua vita sfilacciata.

Una sorta di versione di Heidi «al maschile scazzato», come l’avrebbe definita poi una delle lettrici on-line.

Tutto questo processo creativo è durato giusto il tempo di uscire dal garage, chiudere il cancello e montare in macchina per correre al lavoro. Non c’è stata altra premeditazione: con queste poche idee in testa, dopo quel giorno per un anno mi sono seduta al PC e ho scritto di getto quel che veniva, esattamente come veniva. Adrian, la Vecchia e gli altri ragazzi ospiti alla malga di montagna hanno preso vita così, giorno per giorno.

Detta così, si potrebbe pensare che ne sia sortita una storia molto leggera.

In verità, anche se il processo creativo è stato apparentemente estemporaneo, credo che quel che ho scritto sia l’esito di un lungo percorso interiore. Più volte nella vita mi sono ritrovata, un po’ per caso e un po’ per sbaglio, a seguire e accompagnare alcuni ragazzi nel loro processo di crescita e maturazione. Queste esperienze, che mi hanno visto assumere un ruolo curioso, a metà strada fra quello di una mammina e quello di una sorella maggiore, mi hanno profondamente segnata. E mi hanno lasciato dentro una grande nostalgia: mi mancano, i ragazzi, quando non ne ho da seguire. Per quale motivo i miei due figli adolescenti (con cui vado d’accordissimo) non mi bastino e avanzino come dovrebbero, resta un mistero anche per me.

Probabilmente, sulla scia di questa nostalgia, ho finito per costruirmi altri ragazzi di carta a cui avrei voluto tendere la mano.

I giovani che popolano la malga sono tutti frutto di fantasia, così come lo sono le loro personali vicende e l’ambiente in cui si muovono. Eppure, contemporaneamente, in ciascuno di loro c’è qualcosa dei ragazzi che ho ascoltato e seguito negli anni, c’è qualcosa dei miei amici più cari e qualche aspetto di me.

Per rubare un’espressione cara a Mark Twain, si tratta di personaggi «dall’architettura composita», frutto cioè dell’unione di due o più personalità di adolescenti che ho conosciuto davvero, con un pizzico di fantasia e con qualche aspetto rubato anche (perché no) ai miei personaggi dei fumetti preferiti. Se Adrian ringhia e abbaia quando si arrabbia, è perché è vagamente ispirato al mezzodemone InuYasha.

Un discorso diverso vale per le figure adulte, che sono invece completo parto della mia testa. Non mi sono ispirata a qualcuno in carne ed ossa per costruire la vecchia malgara o il muratore in pensione che le dà una mano. Essi rappresentano l’armonia degli opposti in grado di ricreare un ambiente ideale per chi ha bisogno di medicare le proprie ferite.

In particolare, la Vecchia è stato per me il personaggio più divertente da muovere. Assegnare alla sue parole la giusta ruvidezza in grado di smerigliare i giovani diamanti grezzi che le bazzicano per casa è stata una piacevole sfida.

Non volevo, in ogni caso, tinteggiare un rapporto d’aiuto a senso unico. Non volevo la storia del cattivo ragazzo che incappa in un buon surrogato dei genitori che non ha avuto. Volevo invece mostrare come anche un giovane problematico possa aiutare l’adulto apparentemente più solido a ricomporre i cocci della propria vita.

Perché credo l’età conti poco, quando si tratta di ferite dell’anima: ogni vita è spezzata, a suo modo. E ogni incontro può diventare balsamo per queste crepe, se abbiamo il coraggio di metterci in gioco.

La trama di «Quasi a casa» è tutta giocata sull’intessersi dei legami fra i vari personaggi. Legami di fiducia, di amicizia, di astio, d’amore, di sostegno reciproco, di nostalgia sconfinata.

Forse si potrebbe vederlo come un romanzo di formazione, o come una storia d’amore, o come la storia di un figlio e una madre ritrovati. A me però piace pensare che sia una storia di legami e nient’altro. È la storia dell’intrecciarsi, del crescere e dello spezzarsi di legami fra esseri umani feriti. E del loro ricostruirsi dopo la rottura.

È dedicata a chi ancora crede che ci si possa fare del bene a vicenda semplicemente vivendo e respirando insieme.

(Riproduzione riservata)

© Elena Moretti

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La scheda del libro

Vincitore della prima edizione del Premio Letterario RTL 102.5 – Mursia/Romanzo Italiano.

“Una famiglia adesso ce l’ho anch’io. Scalcinata. Senza legami di parentela. Però fichissima”. Una storia tenera e crudele che trascina il lettore nella vita di una famiglia alquanto strana in una malga sui monti, lontano dai lupi che si aggirano nelle città divorando ragazzini come Adrian, pieno di rabbia contro la vita che lo ha preso a calci. A loro la Vecchia apre la sua casa, per salvarli ma anche per salvare se stessa. Una famiglia per caso, in cui ciascuno deve combattere duramente contro segreti, silenzi e bugie per arrivare quasi a casa.

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Elena Moretti, nata nel 1977 a Macherio (Monza Brianza), è cantante da doccia, divoratrice cronica di fumetti e amante del cinema d’animazione. Appassionata da sempre di tutte le discipline scientifiche, è laureata in Farmacia. Sposata, ha due figli e lavora part-time come farmacista. Ha fatto volontariato con adolescenti e disabili, si interessa ai problemi del disagio giovanile e dell’affido.

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