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AUGUSTUS di John E. Williams (un estratto)

ottobre 16, 2017

Pubblichiamo un estratto del volume AUGUSTUS di John E. Williams (Fazi editore – Traduzione di Stefano Tummolini)

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III. Lettera di Giulio Cesare a Gaio Ottaviano
in Apollonia, Roma (44 a.C.)

Stamattina ricordavo, caro Ottaviano, quel giorno dello scorso inverno in Iberia, quando mi raggiungesti a Munda nel corso dell’assedio alla fortezza dove Gneo Pompeo si era rifugiato con le sue legioni. Eravamo sfiduciati e stanchi di combattere, senza più viveri, e alle prese con un nemico in grado di riposare e rifocillarsi, mentre noi pretendevamo di affamarlo. Furioso per quella che si prospettava come una sconfitta, ti ordinai di ritornare a Roma, da cui eri giunto dopo un viaggio che immaginavo dolce e confortevole; e ti dissi che non avevo tempo da perdere con un ragazzino che voleva giocare alla guerra. Ce l’avevo solo con me stesso, come senz’altro comprendesti già allora; tant’è che non dicesti nulla, ma mi guardasti con grandissima calma. Al che mi placai un poco e ti parlai col cuore (come da allora ho sempre fatto), e ti dissi che quella campagna contro Pompeo doveva porre fine una volta per tutte alla guerra civile che opprimeva la nostra Repubblica, in un modo o nell’altro, dai tempi della mia gioventù; ma quella che avevo immaginato come una vittoria si stava rivelando una sconfitta certa.
«Dunque», mi dicesti, «non ci battiamo per la vittoria, ci battiamo per le nostre vite».
E allora mi sembrò che un gran fardello mi venisse tolto dalle spalle, quasi che fossi ritornato giovane; perché ricordai di essermi detto la stessa cosa più di trent’anni prima, quando sei uomini di Silla mi sorpresero da solo sulle montagne, e combattendo mi aprii un varco tra loro fino al comandante, per poi corromperlo e farmi riportare a Roma sano e salvo. Fu allora che capii di poter diventare ciò che adesso sono.
Ricordando quei giorni lontani e avendoti davanti agli occhi, rividi me stesso da giovane; e presi in me qualcosa dei tuoi anni, dandoti in cambio una parte dei miei, e ci pervase quella strana ebbrezza del potere che non si cura di ciò che può accadere; e ammassammo i corpi dei compagni caduti e avanzammo alle loro spalle, perché sui nostri scudi non gravassero i giavellotti scagliati dal nemico, e scavalcammo le mura ed espugnammo la fortezza di Cordova, lì sulla piana di Munda.
E ricordavo anche, stamattina, come inseguimmo Pompeo in Iberia, col ventre pieno e i muscoli tesi e i fuochi negli accampamenti di notte, e i discorsi che fanno i soldati quando la vittoria è certa. Quando il dolore, la paura e la gioia si mescolano insieme, e perfino i cadaveri sembrano belli, e la paura della morte e della sconfitta sono parte del gioco! Qui a Roma, attendo con ansia l’estate, quando marceremo contro i parti e i germani per assicurarci le ultime, importanti frontiere. […] Comprenderai meglio la mia nostalgia per le campagne passate e la mia smania per quelle a venire, sapendo com’è trascorso il mattino che mi ha suggerito tali ricordi.
Alle sette in punto, l’Idiota (ovvero Marco Emilio Lepido – al quale, ti divertirà l’idea, mi è toccato concedere il tuo stesso grado sotto il mio comando) aspettava davanti alla mia porta per lagnarsi di Marco Antonio. A quanto pare, uno dei suoi tesorieri sta riscuotendo delle imposte che, in base a un’antica legge, riferitami da Lepido con tediosa dovizia di particolari, dovrebbero essere riscosse dal tesoriere di Lepido stesso. Poi, per un’altra ora, forse convinto che verbosità e malizia siano sinonimi di perspicacia, mi ha lasciato intendere che Antonio è ambizioso – il che mi stupisce quanto la notizia della castità delle vestali. L’ho ringraziato, abbiamo cianciato un poco sulla natura della lealtà e poi (ne sono certo) è corso a riferire ad Antonio di aver colto in me un’esagerata diffidenza anche nei confronti degli amici più cari. Alle otto, uno dopo l’altro, sono entrati tre senatori, che si accusavano a vicenda di aver accettato la medesima tangente; ho capito subito che erano tutti colpevoli, che non erano stati in grado di svolgere il servizio per cui erano stati pagati, e che il corruttore minacciava di rendere il fatto pubblico – la qual cosa avrebbe comportato un processo davanti all’assemblea: un processo che tutti e tre volevano evitare, perché li avrebbe condannati all’esilio, se non fossero riusciti a comprare un numero di giurati sufficiente a garantire loro l’impunità. Ho immaginato che sarebbero riusciti a corrompere la giustizia, e così ho triplicato l’ammontare della tangente multando tutti e tre di tale importo, e decidendo di riservare lo stesso trattamento al corruttore. Sono rimasti soddisfatti, e adesso non li temo; so che sono corrotti, e che pensano lo stesso di me. […] E così è trascorsa la mattinata.
Da quanto tempo viviamo nella menzogna di Roma? Da che ho memoria, senz’altro; e forse da molti anni addietro. E da dove succhia la sua energia tale menzogna, così da crescere più forte della verità? Abbiamo visto uccidere, rubare, depredare in nome della Repubblica, e lo consideriamo lo scotto inevitabile da pagare per la libertà. Cicerone deplora la morale corrotta di Roma, che venera la ricchezza, ma lui stesso è milionario e viaggia con centinaia di schiavi al seguito da una villa all’altra. Un console parla di pace e tranquillità, e poi arma gli eserciti per assassinare il collega che col proprio potere minaccia i suoi interessi. Il Senato parla di libertà, e m’investe di poteri che non voglio, ma che devo accettare ed esercitare per la sopravvivenza di Roma. Non c’è soluzione, dunque, alla menzogna?
Ho conquistato il mondo, ma non c’è una sua sola parte che possa dirsi al sicuro; ho indicato la libertà al popolo, e il popolo la fugge come una malattia. Disprezzo coloro di cui posso fidarmi, e amo chi più di ogni altro non esiterebbe a tradirmi. E ignoro dove stiamo andando, mentre conduco la patria verso il suo destino.
Questi, mio caro nipote, che vorrei chiamare figlio, sono i dubbi che affliggono l’uomo che tutti vorrebbero come re. Invidio il tuo inverno ad Apollonia; mi rallegra sapere dei tuoi studi; e sono lieto che ti trovi bene con gli ufficiali delle mie legioni. Ma mi mancano le nostre conversazioni all’imbrunire. Mi conforta il pensiero che le riprenderemo in estate, durante la campagna d’Oriente. Marceremo attraverso il paese, cibandoci dei frutti della terra e uccidendo chi dobbiamo uccidere. È l’unica vita che ci è concessa. E le cose andranno come devono andare.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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La scheda del libro

Torna in libreria, in una nuova traduzione firmata dal traduttore di Stoner, Augustus, altro grande capolavoro di John Williams.

Uno dei migliori romanzi storici di tutti i tempi e un capolavoro della letteratura americana contemporanea, Augustus è uno scavo psicologico profondo e intimo che fa riflettere sulla solitudine che si nasconde dietro al potere.

Sono le Idi di marzo del 44 a.C quando Ottaviano, diciottenne gracile e malaticcio ma intelligente e ambizioso quanto basta, viene a sapere che suo zio, Giulio Cesare, è stato assassinato. Il ragazzo, che da poco è stato adottato dal dittatore, è quindi l’erede designato, ma la sua scalata al potere sarà tutt’altro che lineare.
John Williams ci racconta il principato di Ottaviano Augusto e i fasti e le ambizioni dell’antica Roma attraverso un abile intreccio di epistole, documenti, diari e invenzioni letterarie da cui si scorgono i profili interiori dei tanti attori dell’epoca, i loro dissidi, le loro debolezze: l’opportunismo di Cicerone, la libertà e l’ironia di Orazio, la saggezza di Marco Agrippa, la raffinata intelligenza di Mecenate, ma soprattutto l’inquietudine di Giulia, una donna profonda e moderna, che cede alla lussuria quanto alla grazia.
In Augustus, che valse all’autore il National Book Award nel 1973, protagonista è la lingua meravigliosa di Williams che ci restituisce a pieno lo spirito della Roma augustea.
Un capolavoro della narrativa americana che, fra ricostruzione storica, finzione e perfezione stilistica, non manca mai di dialogare con il presente, e in cui la grande storia è lo spunto per riflettere sulla condizione umana, sulle lusinghe del potere e sulla solitudine di chi lo esercita.

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John E. WilliamsJohn E. Williams: Nato nel 1922 in una famiglia di modeste condizioni economiche del Texas, si iscrisse all’Università di Denver solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante la quale fu di stanza in India e in Birmania dal 1942 al 1945. Rimase a Denver per tutta la vita, dove insegnò Letteratura inglese presso l’Università del Missouri e dove morì nel 1994. Poeta e narratore, John Williams è stato finalmente riscoperto negli ultimi anni, diventando un vero e proprio fenomeno di culto a livello internazionale. Oltre ad Augustus, Fazi Editore ha pubblicato Stoner (2012), Butcher’s Crossing (2013) e Nulla, solo la notte (2014).

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