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IDENTITÀ di Adriano Prosperi (un estratto)

ottobre 18, 2017

Pubblichiamo la “premessa” del volume “IDENTITÀ. L’altra faccia della storia” di Adriano Prosperi (Laterza)

Il volume sarà presentato a Catania, venerdì 20 ottobre 2017, alle h. 16:30, presso la Biblioteca “Ursino Recupero”, via Biblioteca n. 13. Dialogheranno con l’autore: Roberto Fai e Giuseppe Testa. L’incontro è promosso dall’Osservatorio Euromediterraneo.

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Premessa

L’emergere di una parola come “identità”, non solo nel linguaggio d’uso quotidiano ma anche in quello della discussione politica e della cultura scritta, e il suo ritorno ossessivo nei più diversi contesti è un sintomo pari a quello del dolore di una parte del corpo: mostra che c’è un problema emergente e non risolto nella cultura e nella società. E se il problema c’è, bisogna prenderlo sul serio. Si deve resistere alla tentazione di esorcizzarlo con un rifiuto pregiudiziale o col rifugiarsi di volta in volta nell’indicibilità e unicità della propria identità individuale o nel rinvio ai tanti fili il cui intreccio compone il tessuto di ogni essere umano. Anche perché ci sono segnali non trascurabili che siamo davanti a qualcosa di preoccupante: coloro che il 26 luglio 2013 a Cervia (Ravenna) contestarono con un lancio di banane l’allora ministro all’Integrazione Cécile Kyenge rigettarono l’accusa di razzismo e si definirono invece orgogliosamente “identitari”‘. Cioè: non genericamente razzisti, ma seguaci di quella ideologia delle identità naturali dei popoli che fu il nucleo centrale dell’ideologia völkisch diffusa a larghe mani dai docili intellettuali del nazismo nella Germania degli anni Trenta: era l’epoca in cui Heinrich Himmler, riflettendo sull’identità originaria germanica corrotta dall’ebraismo, si commuoveva pensando all’assassinio” delle innocenti lumache calpestate sul bordo dei boschi e si adoperava per diffondere la tesi della necessità di considerare gli ebrei una minaccia mortale per la razza germanica. Seguendo l’esempio di Amin Maalouf, che fu tra i primi a sciogliere la rigidezza della nozione di identità come barriera insuperabile tra individui di paesi diversi evocando le molte tradizioni e culture che sentiva di aver ereditato dal proprio paese, si potrebbe a buona ragione aggiungere al suo il caso italiano. In un momento in cui si sta alimentando artificiosamente anche in Italia a scopi di potere il senso di estraneità e di paura davanti alla “minaccia” di una invasione di minoranze islamiche, basterebbe ricordare il modo in cui alle soglie dell’unità nazionale italiana lo storico siciliano Michele Amari inaugurò la storiografia sulla presenza araba nel nostro paese con la sua grande opera. Chi questa nozione di identità l’ha presa sul serio — per esempio gli Stati e le regioni europee dove si è dato vita a ministeri o assessorati all’identità o i partiti xenofobi sempre più rumorosi e pericolosi — l’ha intesa come l’esistenza di uno strato profondo nel senso di sé di una collettività che deve essere tutelato come un patrimonio per renderne coscienti gli eredi che lo posseggono senza saperlo e che rischiano di perderlo per l’inquinante presenza di eredi di identità “altre”. E intanto, a riprova della natura complessa di quello che una volta si chiamava il rapporto tra struttura e sovrastruttura, si è venuto delineando un mutamento nelle scienze dell’io: lo si può sommariamente descrivere come il passaggio da un’idea della natura morale del soggetto, a una nozione biologica dell’eredità che l’individuo si porta dietro. Non siamo tornati all’antropologia come scienza che misura i crani, come ai tempi di Lombroso. Ma la concezione della psiche umana elaborata dalla teoria freudiana della personalità come dominata da un messaggio iscritto nel profondo da esperienze della prima infanzia che può essere scoperto e decifrato e anche corretto dallo psicanalista sta mutando a favore di una sottolineatura dell’importanza dei geni ereditati dal seme e dall’ovulo. Pochi anni fa Jerome Kagan, in un libro che ebbe in traduzione italiana il titolo di La trama della vita, raccontò quello che definì “il più grande esperimento del mondo”, e che consistette nel seguire per vent’anni l’evoluzione di centinaia di bambini dalla culla in poi per verificare se i dati genetici possono o meno essere modificati o addirittura cancellati dal contesto (cultura, ambiente). L’esito dell’esperimento era la conferma dell’ipotesi deterministica: i dati naturali di partenza solo raramente venivano almeno parzialmente fatti arretrare o sconfitti da fattori di tipo culturale. Su quella strada si è proceduto con grande velocità. Oggi trionfano le neuroscienze e lo studio del cervello riassume in sé tutto quello che il nostro tempo cerca di sapere sul mistero dell’io. Di conseguenza il sapere storico regredisce a funzioni ancellari. la dimensione storica delle culture registra la sua sconfitta inglobando dosi massicce di terminologia identitaria. Tutto quello che una volta andava sotto il nome di “civiltà” o di “cultura” oggi rientra nella grande area dei conflitti e scambi di identità. Un esame appena superficiale dei linguaggi correnti negli studi e negli insegnamenti di storia può confermarlo. E tuttavia, il nodo tra l’identità come permanenza e la storia come mutamento continua a starci davanti. Per quello che riguarda i singoli esseri umani, merita interesse l’idea avanzata dallo scrittore americano Saul Bellow in un discorso del 1988 pubblicato nel 2011 sulla “New Yorker Review of Books”: l’identità di un essere umano è quella definita dal racconto della sua vita. E niente autorizza a ricavare da qui per estensione la tesi che l’identità di un popolo o di una società umana sarebbe la sua storia. Non solo per i rischi di alimentare ancora la bestia del nazionalismo, ma perché nessuna definizione, per quanto acuta ed elegante, può impedirci di avvertire dietro questa parola, apparentemente così semplice e innocua, l’eco sorda della risacca della storia e dei rapporti di forza che ha ripreso a fare intensamente il suo antico lavoro: scaraventa sulle rive più diverse popoli e individui, quando non li cancella inabissandoli nel fondo del mare.

(Riproduzione riservata)

© Laterza

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La scheda del libro
Che cosa rivela l’inarrestabile diffusione della retorica identitaria? Il fatto che nella nostra epoca, mentre le merci e gli oggetti si mondializzano, gli esseri umani si tribalizzano. Oggi fabbricare le identità serve soprattutto a questo, ad alzare una barriera di tradizioni e religioni che protegga ‘noi’ dagli ‘altri’, ignorando la dimensione del mutamento da cui nessuna storia è immune.
La ‘barbarie’ la troviamo a viso scoperto o celata sotto sinonimi. Tra questi sta conoscendo una fortuna crescente ‘identità’. E accanto a ‘identità, ‘radici’, ma anche ‘etnicità’, con gli antenati ‘nazione’ e ‘nazionalità’. Parole che sono diventate abituali nel nostro linguaggio ma che possono diventare pietre perché, come tutto ciò che serve a distinguere e a prendere coscienza di una separazione, contengono un potenziale violento pronto a giustificare aggressioni civili e guerre. È dietro queste parole che vediamo alzarsi in piedi individui collettivi di cui si presuppone una naturalistica e inassimilabile diversità. Se, come scriveva Saul Bellow, l’identità di un essere umano è quella definita dal racconto della sua vita, per estensione l’identità di un popolo o di una società umana sarebbe la sua storia. Ma nessuna definizione, per quanto acuta ed elegante, può impedirci di avvertire dietro questa parola, apparentemente così semplice e innocua, l’eco sorda della risacca della storia e dei rapporti di forza che ha ripreso a fare intensamente il suo antico lavoro: scaraventa sulle rive più diverse popoli e individui, quando non li cancella inabissandoli nel fondo del mare.

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Adriano Prosperi, studioso della cultura e della vita religiosa della prima età moderna, insegna Storia moderna alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato, tra l’altro: Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari (Torino 1996); L’eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta (Milano 2000); L’Inquisizione romana. Letture e ricerche (Roma 2003); Dare l’anima. Storia di un infanticidio (Torino 2005); Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine (Torino 2008); Delitto e perdono. La pena di morte nell’orizzonte mentale dell’Europa cristiana XIV-XVIII secolo(nuova edizione, Torino 2016); La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinque e Seicento (Torino 2016). Ha inoltre curato il Dizionario storico dell’Inquisizione (4 volumi, con V. Lavenia e J. Tedeschi, Pisa 2010).

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