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NON TI FACCIO NIENTE di Paola Barbato (recensione/intervista)

ottobre 18, 2017

NON TI FACCIO NIENTE di Paola Barbato (edizioni Piemme)

Il primo capitolo del libro è disponibile qui

Gli orchi – non orchi di Paola Barbato nel nuovo thriller edito da Piemme.

 * * *

di Fabrizio Palmieri

L’orco esiste.
Non vive sotto i ponti come nelle fiabe, in attesa che l’ignaro bambino passi e si offra come pasto. Non c’è un cavaliere in sella a un cavallo bianco pronto ad affrontarlo. L’orco è reale, spesso spersonalizzato dalle narrazioni dei giornali, carnefice nell’agire e vittima nel subire lo ‘sbatti il mostro in prima pagina’ anche quando di mostruoso ha solo l’aspetto. A volte l’orco veste i panni della rettitudine, una rettitudine distorta, eccessiva, inusuale, tratteggiando il suo agire con pastelli del colore sbagliato.
Vincenzo è un orco.
Vincenzo rapisce i bambini.
Lo fa per sensibilizzare i genitori, per trascinarli via dalle abitudini genitoriali, spesso preda degli affanni quotidiani che trasmutano, con una perversa alchimia, il figlio-dono in figlio-routine. Li rapisce tutti per tre giorni, trattandoli come principesse e principi. Ha un modus operandi tutto suo, da orco-non orco: il migliore amico delle sue ‘vittime’, il peggiore incubo, a tempo determinato,  dei genitori. Unico indizio una paperella gialla lasciata sul luogo del rapimento, un pupazzo rassicurante, se stai nella vasca da bagno di casa tua; raccapricciante come Penny Wise, se è ciò che resta di tuo figlio.
In più di trent’anni Vincenzo è riuscito a scampare miracolosamente alla giustizia degli uomini, quasi agendo come per diretto mandato del Cielo. Vincenzo agisce senza paura, senza generare paura, senza provare paura, finché qualcuno non prende il suo posto e rapisce i figli dei bambini da lui rapiti.
Ma questi non torneranno mai indietro.
Ora Vincenzo ha paura.
‘Non ti faccio niente’ è un thriller con protagonista la paura e non sulla paura che suscita il mostro. Le parole si intrecciano e incastrano perfettamente in una corona scandita da trentadue storie, una per ogni rapito, senza dare mai l’impressione di trovarsi su un orlo di un precipizio che si apre quando meno te lo aspetti. È lì che Paola Barbato ti aspetta evocando due tipi di paure: quella del rapito e quella del genitore del rapito.
Ed è brava Paola a dosare i momenti perché lei conosce modalità e intensità della paura.

Gioca un grandissimo ruolo in tutta la mia vita, non solo in quella professionale. Per natura e per esperienza sono moltissime le cose che temo e questo non mi ha impedito di vivere ma mi impone di stare sempre all’erta. Questa mia attenzione sulla paura ha acuito una mia certa sensibilità, o predisposizione, a coglierla, in me e negli altri. E’ diventato un elemento che conosco benissimo e per questa ragione ne scrivo, facendo parte di quella schiera di scrittori che sostiene che si dovrebbe scrivere solo di ciò che si sa, anche solo in nuce.

La tecnica stilistica in ‘Non ti faccio nulla’ è quella di un equilibrio consolidato rappresentato da Nives, madre, donna, amante, mondo reale e immaginario di Vincenzo, personaggio forte che fa da punto di equilibrio delle insicurezze di quest’ultimo. Ma se il thriller classico genera da una scossa che rompe un equilibrio, nel thriller di Paola Barbato l’equilibrio rimane un costante sottofondo, spezzato – ad arte – come una melodia da un contrappunto. Realizzare un approccio del genere (e farlo senza stancare o distrarre il lettore) richiede padronanza dello strumento narrativo. Paola Barbato ha gestito magistralmente le complicazioni di uno stile così complesso e, forse, non cambierebbe una virgola della sua ultima Opera.

Ci sono davvero mille modi diversi di raccontare la stessa storia. Se cominciassi “Non ti faccio niente” in questo istante scriverei un altro libro. La sua stesura è figlia di quel preciso momento della mia vita e della me stessa di quei giorni là, perciò no, non cambierei assolutamente nulla. L’approccio non mi ha comportato alcuna difficoltà aggiuntiva, ho spesso una maniera non ortodossa o non canonica di affrontare i miei scritti, ho azzardato tantissime volte e non me ne sono mai pentita, compreso in questo caso.’

Un approccio pragmatico – sebbene necessario – che Paola Barbato dimostra di aver bene appreso lavorando anche sulle sceneggiature dei fumetti (Dylan Dog della Bonelli, in primis) nei quali comunicare al disegnatore stati d’animo, precipitandolo in un’atmosfera solitamente rarefatta dal senso di orrore, ha un’importanza vitale sulla riuscita dell’opera e sulla fedeltà della stessa alle sensazioni che si vogliono trasmettere al lettore.

Sono stato una mattinata per aggiungere una virgola; nel pomeriggio l’ho tolta”. È racchiuso nell’aforisma di Oscar Wilde il principio secondo cui scrivere sia sinonimo di centellinare sensazioni. Sentirsi protagonisti delle emozioni del lettore come Autrice di romanzi è cosa ben diversa del sentirsi tale come Sceneggiatrice.
Paola non ha incertezze in merito.

Senza dubbio come Autrice di romanzi, perché metà del veicolo emotivo nei fumetti passa dal disegno. E’ importante che io sappia trasmettere al disegnatore le sensazione che vorrei far provare ai personaggi, ma la resa è appannaggio suo. Invece nei romanzi siamo solo io e il lettore, nessun filtro, nessun appiglio a cui aggrapparmi: o ci riesco o non ci riesco.’

E con le sue paure, i suoi orchi – non orchi e la scrittura diretta e ben calibrata, Paola Barbato ha vinto la sfida.

* * *

La scheda del libro

1983. L’uomo seduto nella macchina blu è nuovo di quelle parti, ma Remo non ha paura, non sa che cosa sia un estraneo. L’uomo ha tra le mani un passerotto caduto dal nido, almeno così dice, e chiede a Remo di aiutarlo a prendersene cura. Il bambino, sette anni passati quasi tutti per strada, che i genitori hanno altri pensieri, non esita neppure per un attimo. E sale. Tre giorni dopo viene restituito alla famiglia, illeso nel corpo e nell’anima; racconta di un uomo biondo, bellissimo, che lo ha riempito di regali e che ha giocato con lui, come nessun adulto aveva mai fatto. Non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima. Trentadue bambini in sedici anni. Tutti tenuti per tre giorni da un uomo che cerca di realizzare i loro desideri e li restituisce alla famiglia, felici. Quando la polizia comincia a collegare i rapimenti lampo, l’uomo scompare.

2015. Il padre di Greta non è mai arrivato una sola volta in ritardo a prenderla. Ma lo sgomento negli occhi della maestra gli fa capire che qualcosa non va, perché Greta a scuola non è mai entrata. Scompare così, la figlia di Remo Polimanti, come lui era scomparso trent’anni prima. Anche lei viene subito restituita alla famiglia, ma priva di vita. Greta non è che la tappa iniziale di una scia di sangue che collega i figli dei bambini rapiti anni prima. Ma perché il rapitore “buono” si è trasformato in un assassino? O forse c’è qualcuno che intende emularlo. O sfidarlo. O punirlo.

In un’inquietante e tormentata danza di ombre e luci, Paola Barbato ci conduce fin dentro le nostre paure più grandi, facendo sanguinare ferite mai guarite davvero.

* * *

Paola Barbato, classe 1971, milanese di nascita, bresciana d’adozione, prestata a Verona dove vive con il compagno, tre figlie e tre cani. Scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, tra cui Dylan Dog, ha pubblicato tre romanzi thriller per Rizzoli, Bilico, Mani nude (vincitore del Premio Scerbanenco), Il filo rosso. Ha scritto il soggetto e co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction Nel nome del male, con Fabrizio Bentivoglio, per la regia di Alex Infascelli. Nel mese di settembre 2016 ha pubblicato su Wattpad il romanzo Non ti faccio niente, riscuotendo grande successo tra gli utenti.

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