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REGRESSIONE SUICIDA di Salvatore Massimo Fazio

ottobre 23, 2017

REGRESSIONE SUICIDA di Salvatore Massimo Fazio (Bonfirraro editore)

di Alessandro Russo

Salvatore Massimo Fazio: un simpatico polemico in finale al Carver con la sua  “Regressione suicida“  

La soffiata mi arriva alla giostra di Ognina, seduto sull’autoscontro accanto a mia figlia Carola di cinque anni.  Con il suo “Regressione suicida dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro” (2016, Bonfirraro Ed, €15,90, pg. 183) il catanese Salvatore Massimo Fazio, scrittore, filosofo e pittore è tra i finalisti del premio letterario Carver nella sezione saggistica.
Di Fazio so che è uno degli autori più controversi del panorama contemporaneo, fondatore del nichilismo cognitivo e tra i cinque intellettuali che lo storico del cinema Sebastiano Gesù con Sebastiano Pennisi e Alfio Vecchio, ha voluto per il docufilm “I miei pensieri sono gli unici miei averi. La filosofia secondo Manlio Sgalambro”, proiettato all’ultima edizione del Festival del cinema di frontiera di Marzamemi. So pure che “Regressione suicida“, un’imperdibile discussione tra le istanze cognitive di Cioran e quelle pessimiste-nichiliste di Sgalambro, ha riscosso gli applausi di critica e pubblico perché crea un confronto tra due pezzi da novanta della filosofia contemporanea. Della cerimonia finale della quindicesima edizione del premio Carver so che si svolgerà sabato 11 novembre alle 3  p.m presso l’auditorium del centro culturale Agorà di Lucca.
La notizia della designazione dell’eclettico Fazio tra i concorrenti al Carver letta sul mio smartphone mi rallegra, ma un battito di ciglia dopo io e Carola veniamo investiti da un’automobilina gialla guidata da una coppia di teenager tatuati dalla testa ai piedi.
Digito le cifre del recapito mobile di Salvatore Massimo Fazio e immagino che la finale d’un premio letterario non sia molto diversa da un giro all’autoscontro in un luna park.
«Tra quelli indipendenti, – mi risponde una voce raggiante – il premio Carver è uno dei migliori d’Italia perché dà valenza e potere all’opera. Ci arrivo a quarantatré anni e mi farebbe piacere vincerlo, anche per vedere se poi un premio di questo spessore rimane offuscato perché legato al mio nome. Ecco vorrei vedere se vincendo un premio di questo livello continueranno ancora a dirmi che “…non si tocca uno come Sgalambro e non si va così sfrontatamente contro equilibri politici perché la fanno fuori”. C’entra forse il mio nichilismo cognitivo che si oppone alla mia professione di psicopedagogista? Oppure il mio non appartenere ad alcuna fazione sviolinatrice?
Se “Regressione suicida dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro” lo si intende come quelli che leggono “suicida” e associano all’atto supremo che l’uomo può permettersi, allora si cade nell’inganno. Il binomio è chiaro: si torni indietro suicidandosi, uccidendo sé stesso nel percorso a ritroso, al fine di ripartire e gioire di emozioni sconosciute. È un inno a vivere la regressione suicida, senza però lo squallidume coatto e massonico che destabilizza, molto, se non troppo. Nell’intimo recesso della nostra disattenzione, che chiamiamo animus, si imbastiscono mandrie di esseri che salgono e scendono le strade del pensiero, per illuderlo e disintegrarlo; retroagire è allora la migliore delle cose, tornare al momento della nascita, rivedere la madre bella e non malata, ansiosa come sempre, che ti ha caricato con le sue fittizie premure, lezioni di ansia da portarti dietro.  Pertanto la regressione, anche se negativa, è meno pericolosa del progredire.
Perché mai ho deciso di distruggere i due sommi filosofi? Il confronto tra Cioran e Sgalambro è stato il tema base della mia tesi di laurea e mi valse la mancata lode in sede di laurea a causa dell’aperta polemica con il correlatore di commissione. “Regressione suicida” è il riscatto del filosofo, che tiene a ribadire le proprie origini “de-costruenti” con l’intento di distruggere una filosofia sistematica, e di scuotere il lettore su una riflessione che ricerchi un senso, un tentativo, seppur estremamente vano e difficile da raggiungere.
Tutto è possibile solo uccidendo il mito che ci siamo impressi e addossati, come una giacca per coprirci dal vento e dal freddo e dalla pioggia: in fin dei conti che facciamo con quelle giacche? Le riponiamo nell’appendiabiti o le lasciamo sgocciolare tra i pomelli di una cabina da doccia, lì a marcire, fetenti di acqua caduta dal cielo, sporca di terra che si rivolta e ci piove addosso e noi impassibile a subire, perché è inutile reagire. È del tutto inutile.»

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