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IL PUNTO ESCLAMATIVO e altri incubi ortografici (un estratto)

ottobre 24, 2017

https://www.dehoniane.it/books/9788810567616.jpgAnton Cechov – I.U. Tarchetti – Emilio De Marchi, Il punto esclamativo e altri incubi ortografici (EDB). Nota di lettura di Roberto Alessandrini

Perché lo scrivano Perekladin non ha mai usato in tutta la sua vita il punto esclamativo? Si può odiare la vocale «U» al punto di uscire di senno ed essere rinchiusi in manicomio? E può la burocrazia trasformare la banale richiesta di un ufficio postale periferico in un caso aggrovigliato che coinvolge persino il ministro? I tre brevi racconti di Cechov, Tarchetti e De Marchi riuniti in questo libro confermano che la scrittura è un ricco deposito di incubi, gaffe, incomprensioni, malintesi e ilarità. Eppure, talvolta, ossessioni ed errori servono a scoprire fatti nuovi, a condizione di saper fare buon uso delle inesattezze e degli abbagli. Perché da un errore creativo – insegnano i grandi maestri – può nascere una grande storia: «Chi farà pochi errori farà anche poche scoperte».

Il libro riunisce i seguenti racconti: ANTON ČECHOV, «Il punto esclamativo (Racconto di Natale)» (1884), tratto dalla raccolta Racconti umoristici; IGINIO UGO TARCHETTI, «La lettera U (Manoscritto d’un pazzo)», pubblicato in Racconti fantastici, E. Treves & C. Editore, Milano 1869; EMILIO DE MARCHI, «Regi impiegati», apparso nella raccolta Nuove storie d’ogni colore, Milano 1895.

Pubblichiamo, qui di seguito, un estratto del racconto di ANTON ČECHOV tradotto dal russo da Laura Ferrari.

© 2017 Centro editoriale dehoniano

 * * *

Anton Cˇechov
Il punto esclamativo
Racconto di Natale

La notte di Natale Efim Fomicˇ Perekladin,
segretario di collegio, andò a
dormire irritato e persino offeso.
– Ma lasciami stare, brutto diavolo! –
ruggì astioso contro la moglie, allorché
questa gli domandò perché fosse così incupito.
Il fatto è che egli era appena tornato
da una serata, dove erano state dette
molte cose per lui sgradevoli e offensive.
Dapprima si erano messi a parlare dei
vantaggi dell’istruzione in genere, poi
però erano passati inavvertitamente al
grado di istruzione richiesto alla classe
impiegatizia, al qual proposito erano
state formulate molte lagnanze, ed esternati
molti rimproveri e perfino dileggi
per il suo basso livello. E qui, com’è
d’uso in tutte le brigate russe, dagli ar-
gomenti generali si era passati ai casi
personali.
– Prendiamo, ad esempio, anche solo
voi, Efim Fomicˇ – si era rivolto a Perekladin
un giovanotto – Voi occupate un
posto decoroso… ma che istruzione
avete ricevuto?
– Nessuna. Del resto, da noi non si
esige alcuna istruzione – aveva risposto
bonariamente Perekladin. – Scrivi correttamente,
e questo basta…
– E dove mai imparaste a scrivere correttamente?
– Mi ci abituai… In quarant’anni di
servizio ci si può fare la mano… Certo,
all’inizio è stato difficile, facevo degli errori,
ma poi mi abituai… ecco qua…
– E i segni d’interpunzione?
– Per i segni d’interpunzione, lo stesso…
Li metto correttamente.
– Uhm… – si confuse il giovanotto –
Ma l’abitudine è cosa del tutto diversa
dall’istruzione. Non basta che i segni
d’interpunzione li mettiate corretta-
mente… non basta! Bisogna metterli
consapevolmente! Voi mettete una virgola,
e dovete avere la consapevolezza
del perché la mettete… sissignore! E
questa vostra ortografia inconsapevole…
meccanica… non vale un centesimo.
È una produzione automatica e
niente di più.
Perekladin aveva taciuto e perfino
sorriso bonariamente (il giovanotto era
figlio d’un consigliere di Stato e aveva
diritto lui stesso al grado della decima
classe),1ma adesso, andando a dormire,
s’era fatto tutto livore e rabbia.
– Ho servito per quarant’anni – pensava
– e mai nessuno mi ha dato dell’imbecille,
e lì, caspita, che critici mi son capitati!
«Inconsapevolmente!… In manie-
ra meccanica! Produzione automatica
»… Ah, ma va’ al diavolo! Magari io ci
capisco forse più di te, anche se nelle tue
università non ci sono stato!
Dopo aver mentalmente riversato
all’indirizzo del critico tutte le contumelie
che conosceva ed essersi scaldato sotto
la coperta, Perekladin cominciò a calmarsi.
– Io so… capisco… – pensava, addormentandosi.
– Non metterò i due punti
là dove ci vuole la virgola, quindi son
consapevole, capisco. Sì… proprio così,
giovanotto… Prima bisogna vivere un
po’, fare un po’ di servizio, e solo dopo
giudicare i vecchi…
Negli occhi chiusi di Perekladin, che
già stava cedendo al sonno, attraverso
una massa di nuvole scure, sorridenti,
sfrecciò volando come una meteora una
virgola fiammeggiante. Dietro ad essa
un’altra, poi una terza, e ben presto tutto
lo sfondo oscuro, sconfinato, che si dispiegava
davanti alla sua immaginazione,
si ricoprì di fitte schiere di virgole in
volo…
– Per esempio, prendiamo queste virgole…
– pensava Perekladin, sentendo le
sue membra dolcemente intorpidirsi per
il sonno incipiente. – Io le capisco benissimo…
Per ciascuna posso trovare il posto,
se vuoi… e… e consapevolmente, e
non a casaccio… Esaminami, e vedrai…
Le virgole si mettono in vari posti, dove
occorre, e anche dove non occorre.
Quanto più ingarbugliato vien fuori il
documento, tante più virgole ci vogliono.
Si mettono davanti a «il quale», e davanti
al «che». Se nel documento si devono
elencare degli impiegati, ciascuno di
essi va separato con una virgola… Lo so!
Virgole d’oro presero a girare e fuggirono
da una parte. Al loro posto sopraggiunsero
in volo dei punti fiammeggianti…
(…)

(Riproduzione riservata)

© 2017 Centro editoriale dehoniano

 

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