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LETTERE DI ANNA MARIA ORTESE A PATRICK MÉGEVAND

ottobre 25, 2017

Pubblichiamo uno stralcio della postfazione (firmata da Adelia Battista) del volume “Pensare l’alba al fondo di una notte d’inverno. Lettere di Anna Maria Ortese a Patrick Mégevand (1978-1997)” (Philobiblon Edizioni) – A cura di Patrick Mégevand – Postfazione di Adelia Battista

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di Adelia Battista

Le lettere di Anna Maria Ortese a Patrick Mégevand ci mostrano come sia possibile mantenere desta la vitale, delicata, e sempre minacciata autenticità di rapporti, «senza la quale – scrive Francis Otto Mattiessen – non ci può essere rinnovata scoperta dell’uomo da parte dell’uomo».
La scrittrice non opera alcuna incertezza a pa lesarsi a «quest’anima nuova», protendendosi tutta nell’attesa di una umana comprensione. Si chinerà su di lui come talvolta, raramente, fanno gli adulti con i bambini per innalzarsi alla loro innocenza.
Non poteva mancare di riconoscere nell’amico che l’aveva accolta nella sua famiglia facendole incontrare sua madre Marie, Guy, suo fratello, sua cognata Claudie, e i nipoti, Olivier e Xavier, un’eco di quella condizione di bontà, per Pieracci Harwel, «la manifestazione più alta di una creatura, senza la quale l’uomo può essere molte cose ma sempre meno uomo».
Questa condizione di bontà e umanità la riconosciamo nel ritratto di Dino Buzzati.
L’ho visto sempre – quelle poche volte – nella Redazione del Corriere, fra le carte. Una volta, (forse nel ’40) ricordo che indossava una camicia rossa. Quel rosso era simile a un rubino, di un tono così fiammante e cupo, che mai più ho visto un rosso simile – e su nessun essere umano il rosso mi è parso mai così splendido.
Una volta (nella mia eterna povertà), non sapendo come fare per certi pagamenti, andai da lui e lo pregai di prestarmi (forse) diecimila lire. Me ne diede subito – e contento – venti. Dopo molto tempo, non essendo mai riuscita a restituire questo denaro – tornai a vederlo, e lo pregai di scusarmi. Rispose così: «Quale denaro? Non mi ricordo assolutamente di questo denaro che Lei dice.
Non Le ho dato mai nulla.» (26-6-’81).
L’epistolario contiene un’intervista, battuta con la sua Olivetti, che la scrittrice invia a Mégevand, è una lucida riflessione sulla “natura umana”. “… Il sentimento umano, tutte le lotte e le luci dell’intelligenza umana, non riescono mai a scoprire e a invalidare tutta una lunga abitudine, un sistema, un costume aggressivo e crudele che è alla base della vita umana: l’aggressione e lo sfruttamento crudele, e l’uso dei più deboli. Ciò che si fa agli animali, in tutto il mondo, giorno dopo giorno, io l’ho capito da una decina d’anni, forse più; come ho capito che gli animali sentono il dolore, la paura, la felicità».
E questa grande macchia che è nella natura umana – il disprezzo o l’indifferenza per la paura, il dolore e la timida felicità animale – è ciò che in realtà ci predispone al crimine, alle guerre, e rende sterili le religioni, la stessa cultura (27-10-’83).
Noi – umanità – non abbiamo amore, – scrive – e senza questo sguardo misterioso sulle cose tutte, i problemi restano, e il dolore anche. E restano soprattutto lo stupido odio, il meschino odio per il “nemico”, e le guerre (27-10-’83).
Per molti filosofi e poeti la memoria del Male del Novecento non si può redimere. Elie Wiesel dichiara che dopo
la barbarie dei campi di sterminio, il “bene”, non può essere riabilitato.
Emmanuel Lévinas, Viktor Frankl, e Hannah Arendt, invece, si interrogano ancora: «È possibile reimparare a camminare nell’esistenza”, malgrado il crollo di significato, e la disumanizzazione indotti dall’orrore accaduto nell’era moderna?»
Ortese si appella alla cultura, ma lo fa con profondo scetticismo.
La cultura potrebbe fare molto. Ma dovrebbe vedere, alla fine: aprire gli occhi. Ma non so se lo fa (27-10-’83).
Che confine repellente separa i forti, i potenti, dai poveri, i deboli, da coloro che aspettano una parola, un gesto che li salvi. Ma non c’è nessuno, avverte Ortese, nessuno che ponga un limite alla sofferenza. Se leggiamo L’Iguana, possiamo intendere a fondo come abbia a morire la pietà, «nella vivida realtà della vita, dimenticata, calpestata, nascosta».
Giorgio Manganelli, nell’86, su “Il Messaggero”, pubblicò una arguta recensione su L’Iguana, la cui laboriosa inezia si risolveva dicendo: «Forse in quegli anni potevamo polemizzare un po’ di meno sui libri di Bassani e Moravia, e leggere L’Iguana di Anna Maria Ortese. L’Iguana è un libro del tutto anomalo; non assomiglia a niente, così come il genio non assomiglia al bravo scrittore. È un’altra cosa, assolutamente. Basta leggere tre, quattro pagine, e vediamo scomparire scaffali su scaffali di libri contemporanei».
L’ultima cartolina, scritta a mano, con un inchiostro nero, un anno prima della scomparsa, è un delicato commiato e ha per tramite, Madame Marie Buttini Mégevand, la madre di Patrick:
Cara Signora Mégevand, Come sta? Sta a casa? Oggi – stamattina – ho messo per la prima volta le scarpette di lana bianca. Grazie! Sono meravigliose – perché qui fa tanto freddo (1-1-’97).
La corrispondenza, gli incontri a Rapallo, dove molto per tempo gli prenotava una stanza, gli inviti a cena nella casa in Corso Matteotti e, infine, il viaggio in Francia insieme a Maria, dove Ortese ha raggiunto il giovane amico, hanno accompagnato la felice giovinezza di lui e reso più dolce l’età matura e il tempo greve e incerto della grande scrittrice.
Patrick Mégevand ha consentito ad Anna Maria Ortese di accedere a quella parte di sé che era ancora sconosciuta, altrimenti oscura, minacciata dalla dissoluzione nella trama della relatività universale; per lui la scrittrice ha rappresentato quel Tu di cui ogni Io ha bisogno per esistere, per divenire creatura, nel senso che gli attribuisce Jorge Guillén, «creatura significa qualcosa di più di “donna-uomo”».

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Patrick MÉGEVAND (1955), negli anni Ottanta, ha tradotto
diversi racconti di Anna Maria Ortese per il quotidiano Le
Monde e per altre riviste letterarie francesi. Ha tradotto poi una
monografia sullo scultore italiano Maurizio D’Agostini, scritto
alcune critiche sulle opere di Anna Maria Ortese, di Gaetano
di Matteo (pittore e scenografo) e di Pier Vittorio Tondelli
(scrittore). È stato responsabile linguistico di Savoir lire… la
France, libro scolastico destinato a studenti italiani.
Oggi, Patrick Megevand è Preside di una scuola media vicino
a Nizza.
Da diversi anni, recita in diversi spettacoli teatrali tra i quali
Il Gabbiano di Anton Cechov (2014), La répétition… ou
l’amour puni di Jean Anouilh (2011), L’augellino belverde di
Carlo Gozzi (2009), Sei personnagi in cerca d’autore di Luigi
Pirandello (2004), e pièces di Georges Feydeau (2005 e 2011)
e Tankred Dorst (2013).

Adelia BATTISTA si è dedicata alla letteratura nella forma
della drammaturgia, del racconto, e del saggio. Ha avuto la
fortuna di conoscere personalmente Anna Maria Ortese e di
avviare con lei una corrispondenza epistolare, fatta di scambi
letterari e di amicizia. Ha donato le lettere che la scrittrice le ha
indirizzato all’Archivio di Stato di Napoli.
Ha pubblicato, Ortese segreta, prefazione di Lia Levi, Minimumfax,
2008; Bellezza, addio. Lettere di Anna Maria
Ortese a Dario Bellezza, 1972-1992, Archinto, 2011 (Premio
Speciale Elsa Morante); Anna Maria Ortese, La ragazza che
voleva scrivere, Lozzi, 2013; Inseguendo Arturo, Letteratitudine
3, LiberAria, 2017. Dirige la Collana di letteratura,
“Minima” (Racconti brevi italiani e stranieri) per le edizioni
Sipintegrazioni, Casoria (NA).

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