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PARLA, MIA PAURA di Simona Vinci (intervista)

ottobre 27, 2017

PARLA, MIA PAURA di Simona Vinci (Einaudi. Stile libero big). Intervista all’autrice (con il pensiero rivolto a Severino Cesari)

Un estratto del libro è disponibile qui

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di Massimo Maugeri

Risultati immagini per simona vinci letteratitudineSimona Vinci ha vinto il Premio Campiello 2016 con il romanzo “La prima verità”. È tornata di recente in libreria con questo nuovo bellissimo e importante libro, in qualche modo legato (come mi conferma l’autrice nell’ambito della chiacchierata che potete leggere qui di seguito) al romanzo vincitore del Campiello. Un libro sulla paura. La paura che può avere effetti paralizzanti, che può essere devastante, che può condizionare pesantemente le nostre vite. Non è facile parlare di paura, ma la paura – che ci piaccia o no – ci parla. Ed è impossibile non ascoltare la sua voce, quando arriva. Non ci sono “orecchie tappate” che tengano. Tanto vale ascoltarla, allora. Di più: tanto vale invitarla a parlare, per capire cosa vuole dirci. Ed è quello che fa Simona Vinci – con la maestria narrativa che la contraddistingue – in “Parla, mia paura” (Einaudi. Stile libero big). Una paura che viene invitata a parlare, dunque. Una paura che viene ascoltata e poi condivisa con il pubblico dei lettori. Credo che questo libro, in un certo senso, abbia una funzione “catartica” per l’autrice. Ma è anche un atto d’amore, e (ripeto) di grande condivisione, offerto al pubblico dei lettori.

Mentre ci organizziamo per imbastire questa conversazione, siamo raggiunti dalla dolorosa notizia della scomparsa di Severino Cesari. Abbiamo voluto dedicargli un pensiero commosso (in coda all’intervista).

– Cara Simona, quando hai pensato, per la prima volta, di scrivere questo libro? E quando e perché hai deciso di cimentarti nella sua scrittura?
Simona Vinci, autrice di “Parla, mia paura” (Einaudi, Stile Libero)Questo piccolo libro deriva da un lungo percorso precedente culminato con la pubblicazione nel 2016 del romanzo “La prima verità” che racconta la storia del manicomio-lager dell’isola di Leros negli anni tra il 1959 e l’inizio degli anni ’90 ed è un libro costruito su piani diversi: luoghi e tempi diversi, molti molti personaggi e un io-narrante che apre e chiude la vicenda. Dalla parte, chiamiamola così, di “auto-fiction” avevo deciso di escludere molte pagine perché mi pareva che il tutto fosse già abbastanza denso e non volevo renderlo ancora più complicato – e poi, in fondo, non era di me, che volevo parlare! Poi la giornalista Valentina De Salvo, mi chiese per Robinson un pezzo sulla “paura”, quel pezzo ebbe un riscontro particolarmente caldo, e così, insieme al mio editore, Paolo Repetti, abbiamo pensato che poteva forse aver senso lavorare su quelle pagine cassate dal romanzo in modo più diretto, per offrire ai lettori una piccola testimonianza, in forma letteraria ovviamente, perché “Parla, mia paura” non è un manuale di self help né un memoir vero e proprio.

– Qual è stato il momento più difficile, più buio? E quale, viceversa, quello più luminoso?
Il momento più difficile in assoluto è stato quello in cui mi pareva di non avere più alcuna voglia di continuare a vivere. I dolori, anche strazianti, brucianti, come possono esserlo le malattie debilitanti e lo sconforto relativo, i lutti, sono però una parte della vita, la depressione è invece capace di trascinarti in una sacca immobile dove l’unica cosa che accade è che scivoli sempre più giù, come in una sabbia mobile. Il momento più luminoso non saprei dirlo, dipende dall’umore, quando l’umore è buono io trovo magia in ogni cosa. Ce ne sono stati e ce ne sono tanti, di momenti così. Bisogna imparare a ricordarseli, anche nei momenti neri.

– Che ruolo ha avuto la maternità nell’ambito di questo tuo percorso?
La maternità mi ha insegnato, e continua ad insegnarmi, la pazienza. La pazienza nella quotidianità, nel rispondere alle esigenze primarie e non di un altro da te, la pazienza nelle relazioni. Sono per natura una persona insofferente, che si annoia con facilità e che detesta gli obblighi emotivi, ma con un figlio devi esserci, perseverare, essere appunto paziente, tenero ma fermo. La cosa più importante di tutte è che mi ha anche insegnato a dire di no, a mettere degli stop nelle relazioni sbilanciate, che non funzionano o quando le persone si comportano con me in un modo che non mi va bene. Non accetto più compromessi, sono molto più sicura di me. Apro volentieri la porta all’imprevisto, alla conoscenza dell’altro, ma so anche chiuderla quando ritengo non ne valga la pena.

– In linea generale, ritieni ci sia una relazione tra il percorso di sofferenza che racconti nel libro e il tuo percorso letterario?
Questo non lo so, ma non credo. Scrivo da sempre, la scrittura (la lettura!) è arrivata così presto che è indistinguibile dal respirare, per me.

– Il titolo che hai scelto indica una connessione molto stretta tra “parola” e “paura”. Ti andrebbe di parlarcene?
Il titolo è stato un lavoro di squadra, io avevo in mente “Per via di quella paura”, da un aforisma di Franz Kafka perché mi piaceva l’idea di indicare un percorso possibile, conoscitivo ed esistenziale. Poi, insieme alla citazione iniziale di C.G.Jung per me importantissima è arrivato “Parla, mia paura” che deriva direttamente dal “Parla, ricordo” di Nabokov ed è piaciuto subito a tutti. È di questo che si dice, nelle pagine del libro: la paura parla, le parole esprimono la paura, la paura, attraverso le parole può dirsi, nominarsi e dunque osservarsi poi da fuori.

– Tantissima gente soffre di attacchi di ansia e di attacchi di panico. Questo libro arriverà nelle mani di molte di queste persone. Cosa vorresti dire loro?
Di non aspettare che si inneschi il meccanismo perverso della “paura della paura” prima di cercare aiuto in un professionista. Si potrebbero perdere anni di vita e rinunciare a tante, troppe cose, automutilarsi. La paura è un sintomo ed è necessario ascoltarla per capire cosa ci vuole dire di noi.

– Immagino che chi non ha mai sofferto di questo genere di disturbi, difficilmente possa comprendere “l’inferno di sofferenza” con cui bisogna fare i conti. In tal senso, per favorire la “comprensione”, questo libro potrebbe essere utile a tutti. Cosa ne pensi?
Lo spero. Spesso stare vicino a persone che soffrono di questo tipo di disturbi è difficile perché da fuori non si vede l’inferno che si scatena dentro, da fuori si minimizza, si tende ad essere rassicuranti in modo superficiale, ma sentirsi dire: “dài che ti passa” è la risposta peggiore che si possa dare. Chi soffre ha bisogno di essere compreso nella sua sofferenza, anche solo con uno sguardo, o un abbraccio. C’è quasi sempre bisogno, nei casi gravi, di un aiuto esterno e nessuno (familiare, amico, amante eccetera) deve pensare a ergersi come salvatore, ma essere presente, anche in modo silenzioso è fondamentale.

– Passiamo ad altro. A più di un anno di distanza dalla vittoria del Premio Campiello, cosa ti rimane di quell’esperienza?
simona-vinci-premio-campielloMi sono divertita molto, ho visitato luoghi meravigliosi, conosciuto persone eccezionali e molto distanti dal mio mondo. Certo che qualcosa è cambiato, la visibilità è aumentata; “La prima verità” ha vinto sei premi l’anno scorso, oltre al Campiello, anche il premio Paolo Volponi e il Pozzale Luigi-Russo per citarne altri due. Direi che non posso lamentarmi.

– Stai lavorando a nuovi progetti letterari? Ti andrebbe di anticiparci qualcosa?
Sì, non riesco a stare senza il pensiero di qualcosa che scriverò. È il mio modo di vivere un’altra vita, oltre alla mia. Il mio modo di restare in equilibrio. Sto studiando e ho già cominciato a prendere appunti per un nuovo romanzo. Questa volta sarò dalle parti del thriller psicologico, c’entra la musica e ci saranno, anche stavolta, storie vere disseppellite, tempi lontani che si intrecciano tra loro e un po’ di magia.

– In chiusura vorrei chiederti qualcosa su Severino Cesari. So che è stato molto importante per te. Ti andrebbe di spendere qualche parola per ricordarlo e condividere con noi un tuo ricordo particolare?


Severino Cesari è stato il mio editor per vent’anni, quando l’ho conosciuto ne avevo 25, mi ha insegnato tutto sull’ascolto e la comprensione di un testo, proprio e altrui. Mi ha insegnato la pazienza, l’umiltà del duro lavoro di riscrittura, il rispetto che si deve allo sforzo di un eventuale lettore, che non significa semplificare, ma trovare il giusto modo di rendere trasparente anche l’oscuro. Un enorme patrimonio di cultura, il suo, che comprendeva libri, testi di ogni genere, musica, tanta musica, curiosità per ogni forma d’espressione, assenza di pregiudizio, una cultura a tutto campo che mai si perdeva nell’esibizione sterile. Nessuno, nessuno ho mai visto concentrarsi con tale profondità sul testo fosse anche di un esordiente sconosciuto. Di ricordi personali ne ho decine ovviamente, tra i più cari, la sera in cui, a casa di Carlo Lucarelli, e con anche Paolo Repetti si festeggiò il battesimo del nome della Collana Stile Libero. L’ultimo, più personale è il regalo che mi ha fatto l’ultima volta che ci siamo visti a settembre, la prima edizione dei Millenni Einaudi del canzoniere di Petrarca, che stava rileggendo in quei giorni.

Grazie di cuore per aver condiviso la tua esperienza con la scrittura di questo libro, cara Simona. E grazie per le tue risposte a queste mie domande.

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Parla, mia pauraLa scheda del libro

Poche volte come in questo libro il dolore diventa carne viva e incandescente, racconto sincero di un’esperienza che nasce autobiografica e si fa subito universale.

Simona Vinci si immerge nella propria paura e cerca un linguaggio per confessarla. L’ansia, il panico, la depressione spesso restano muti: chi li vive si sente separato dagli altri e incapace di chiedere aiuto. Ma è solo accettando di «rifugiarsi nel mondo» e di condividere la propria esperienza che si sopravvive. La stanza protetta dell’analista e quella del chirurgo estetico, che restituisce dignità a un corpo di cui si ha vergogna, l’inquietudine della maternità, la rabbia della giovinezza, fino allo strappo iniziale da cui forse tutto ha avuto origine. Scavando dentro sé stessa, Simona Vinci ci dona uno specchio in cui rifletterci. Si affida alle parole perché «le parole non mi hanno mai tradita». Perché nella letteratura, quando la letteratura ha una voce cosí nitida e intensa, tutti noi possiamo trovare salvezza. Simona Vinci ha vinto il Premio Campiello 2016 con “La prima verità”.

È cominciata con la paura. Paura delle automobili. Paura dei treni. Paura delle luci troppo forti. Dei luoghi troppo affollati, di quelli troppo vuoti, di quelli troppo chiusi e di quelli troppo aperti. Paura dei cinema, dei supermercati, delle poste, delle banche. Paura degli sconosciuti, paura dello sguardo degli altri, di ogni altro, paura del contatto fisico, delle telefonate. Paura di corde, lacci, cinture, scale, pozzi, coltelli. Paura di stare con gli altri e paura di restare da sola. Nel posto in cui vivevo allora arrivava il richiamo lacerante dei piccoli rapaci notturni nascosti tra i rami degli alberi. Di notte, l’inferno indossava la maschera peggiore. Di notte, quando nelle case intorno si spegnevano tutte le luci, tutte le voci, quando sulla strada il fruscio delle automobili e dei camion si assottigliava.

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Simona Vinci è nata a Milano nel 1970 e vive a Bologna. Il suo primo romanzo, Dei bambini non si sa niente (ultima edizione Einaudi Stile libero, 2009) ha riscosso un grande successo. Caso letterario dell’anno, è stato tradotto in numerosi altri paesi, tra i quali gli Stati Uniti. Sempre per Einaudi sono usciti la raccolta di racconti In tutti i sensi come l’amore («Stile libero», 1999) e i romanzi Come prima delle madri («Supercoralli», 2003 ed «Einaudi Tascabili», 2004), Brother and Sister («Stile libero», 2004), Stanza 411 («Stile libero Big», 2006), Strada Provinciale Tre («Stile libero Big», 2007), La prima verità («Stile libero Big», 2016) e Parla, mia paura («Stile libero Big», 2017). Per i lettori più giovani ha pubblicato Corri, Matilda (E.Elle, 1998) e Matildacity (Adnkronos Libri, 1998). Ha scritto il racconto La più piccola cosa pubblicato nell’antologia Le ragazze che dovresti conoscere («Stile libero Big», 2004). Inoltre nel 2010 ha collaborato alla raccolta Sei fuori posto (Einaudi, Stile libero Big).

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