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PER SEVERINO CESARI

ottobre 30, 2017

https://i2.wp.com/letteratitudine.blog.kataweb.it/files/2017/10/Severino-Cesari.jpgIl critico letterario e scrittore Giuseppe Giglio ricorda Severino Cesari, giornalista e curatore editoriale italiano (fondatore, con Paolo Repetti, della prestigiosa collana della Einaudi: “Stile Libero”), scomparso il 25 ottobre 2017 all’età di 66 anni dopo una lunga malattia che, in questi mesi, ha raccontato sul suo profilo Facebook emozionando un enorme numero di affezionati lettori. Segnaliamo anche il pensiero commosso della scrittrice Simona Vinci nell’ambito di questa intervista

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Un folletto gentile, tra la vita e i libri

di Giuseppe Giglio

Severino Cesari, o della gentilezza. Di una gentilezza come modo di essere, di stare al mondo. Di una gentilezza antica, come di un tempo migliore. Non riesco a pensarlo diversamente, il mio amatissimo Severino: da sempre, e ancor di più ora che non è più dentro le carceri carnali del male e della morte. Sì, la gentilezza, la sua gentilezza: alta, nobile, e al tempo stesso umile, accanto a tutti. Quella gentilezza che era nei suoi gesti, nelle sue movenze, nelle sue parole, nelle sue azioni. Quella gentilezza rappresa e cristallizzata nei suoi occhi dolcissimi, naturalmente disposti ad ascoltare almeno quanto ad imparare. Quella gentilezza disciolta nel suo sorriso disarmante e contagioso, che sempre si faceva instancabile grillo parlante: a sussurrare un’incontenibile gioia di vivere. Malgrado tutto, e proprio malgrado tutto. Contro la stupidità e l’indifferenza. Contro ogni agguato del male. Per la vita. Per la bellezza, la gioia  e l’intelligenza della vita. Per i colori, i profumi e la musica della vita. Per l’unicità senza prezzo della vita. Nel segno e nel sogno  di un lievito morale che passando di mano di mano non faceva altro che crescere e rinnovarsi.

E se è vero, come è vero, che Severino, come Mallarmé, aveva letto tutti i libri, ai libri aveva scelto di dedicare la vita (o forse, sarebbe meglio dire, i libri lo avevano scelto): dall’avventura del “Manifesto” (con la creazione de “La Talpa”, l’inserto culturale) al prezioso Colloquio con Giulio Einaudi, fino alla fondazione, insieme a Paolo Repetti, di Stile Libero, la collana einaudiana che presto avrebbe rivelato tutto il suo dirompente valore, e cambiato dal profondo l’editoria italiana. E sono tanti, tantissimi, i libri che quell’instancabile folletto umbro ha fatto nascere: con quella sua rabdomantica e sciamanica capacità di scovare voci nuove, di ascoltarle, di inventarle per i moltissimi lettori (specialmente tra i più giovani) che ancora non c’erano, che ancora dovevano venire. Non pochi di quei libri, di quelle voci prima sconosciute, restano, ci restano, e in questi giorni ho letto parole bellissime di Paolo Repetti e Simona Vinci, di Gianni Riotta e Luca Briasco (per  citarne solo alcuni), sul Cesari irredimibile cacciatore di talenti: per riscoprire l’uomo, la vita, dentro le storie; per rileggere il mondo attraverso i libri, lui che cercava l’«energia nuova» nelle storie, nelle scritture. E mi pare di rivederlo, Severino, nella sua felicità di far libri (assai somigliante, in questa specialissima felicità, a Leonardo Sciascia, quando i libri li faceva per Elvira Sellerio): ogni volta appassionato ed entusiasta come un bambino, e come un bambino ogni volta capace di stupirsi.

Qui ed ora mi piace però tornare sull’uomo Severino, mirabilmente fuso con l’intellettuale e con lo scrittore: su quell’uomo che su Facebook – cui si era ultimamente accostato con qualche titubanza,  così discreto com’era, più avvezzo a star dietro le quinte che sulle scene – comincia a comporre, post dopo post, il suo diario in pubblico. Aveva già iniziato, e da alcuni anni, la sua «lotta con l’Oscuro Signore», Severino. Contro quel cancro cui mai si sarebbe arreso (come mai aveva ceduto al subdolo nemico che molti anni prima gli aveva insidiato i reni). Innamorato com’era della vita, e con quella sua granitica volontà che si mutava in gioia irriducibile: «Le forze del disfacimento e del male non prevarranno, mai. Anche scrivendo con un dito solo io sono questo, una volontà che scrive e non si arrende. E tanti fratelli sorelle in armi trova accanto a sé, lei che è solo un punto, ma un punto  meraviglioso che danza non con le mie miserie, danza con l’infinito», si legge in una pagina di questo diario che presto sarà un libro, un grande libro, edito da Rizzoli. Una gioia, una volontà di felice contaminazione per migliaia di lettori, di «fratelli e sorelle» che si sono ritrovati (immediatamente riconoscendola: come accade, appunto, con quella di un fratello) in quella voce possente eppure delicata, che ne sono diventati compagni di cura, di Cura: del corpo e dell’anima, a prescindere dalla condizione di ciascuno. Una gioia, una volontà, ancora, che Severino trasforma in una benefica ostinazione, in un invito difficile da rifiutare: «Speranza per me è una parola che non indica affatto una vaga predisposizione a un bene o a un miglioramento futuro, che dovrebbe accadere domani, abbiamo fatto o no il minimo sforzo per meritarcelo. No, speranza è una realtà in atto, un esile robustissimo filo che traccia proprio il progresso dei nostri sforzi, spesso minimi ma incessanti, per uscire da una situazione anche al limite delle nostre forze. Io coltivo la speranza. Coltiviamo tutti la speranza». Mentre si domanda e domanda ai suoi lettori: «Se non si comincia a guarire a ogni istante della vita, che vita è?».

«Malgrado i 26 farmaci quotidiani non sono ancora diventato immortale. Ma non dispero», aveva scritto Severino in uno degli ultimi post. Con quella sua inimitabile ironia infusa di coraggio e leggerezza, di fragilità e amore. Lui che sapeva ben vivere, e che si è preparato a ben morire. Dopo aver compiuto, con questa sua avventura facebookiana, un piccolo miracolo. Non sono il solo a dirlo, e forse è proprio così.

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