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FLAVIO VILLANI racconta IL NOME DEL PADRE

novembre 10, 2017

FLAVIO VILLANI racconta il suo romanzo IL NOME DEL PADRE (Neri Pozza)

Flavio Villani, autore di “Il nome del padre” (Neri Pozza)

di Flavio Villani

Molti dicono che le presentazioni dei libri sono un inutile e stanco esercizio di autoreferenzialità, dove un annoiato presentatore ha il compito di esaltare un testo che in qualche caso non ha neppure letto.
Passati alcuni mesi dall’uscita nelle librerie de “Il nome del padre” (Neri Pozza, 2017), e dopo numerose presentazioni in librerie e festival letterari, sono arrivato a considerare quei momenti non del tutto inutili se fra autore, presentatore e pubblico si stabilisce una forte relazione biunivoca, basata da una parte sulla voglia di comprendere, dall’altra di raccontare. Per lo meno, a me qualche volta così è successo, forse sono stato semplicemente fortunato: alcune domande sono state l’occasione per inattese riflessioni, utili tanto a comprendere me stesso quanto la mia opera. In fondo sono gli altri, i lettori in particolare, che trasformano l’atto più solipsistico che si possa immaginare, lo scrivere, in un vero atto di comunicazione.
Qualcuno un giorno mi ha chiesto: perché hai scritto un giallo? Io ho guardato quel tipo per qualche secondo senza riuscire a pronunciare una sola parola (in quel momento il mio sguardo doveva essere perso o, meglio, attonito), poi finalmente, quando forse alcune sinapsi del mio cervello si sono collegate, ho risposto la cosa più sincera che mi potesse venire in mente: non lo so, ho semplicemente detto. Il tipo mi ha guardato, e ha scosso il capo come per dire: a chi la vuoi raccontare?, immaginando da parte mia una misteriosa e inspiegabile reticenza. La cosa però è durata poco, perché subito dopo ho iniziato a raccontargli tutto quello che so di come e perché è nato “Il nome del padre”. Di quando mia madre stava molto male, in piena estate, e mi sono all’improvviso ritrovato a passare il mio tempo accanto a lei, immobilizzata nel suo letto, senza sapere come alleviare le sue sofferenze, con il tempo scandito dalle gocce delle flebo, senza una via di fuga, con il cuore sempre più oppresso dall’impotenza. È stato così, guardando quelle gocce cadere lente e inesorabili, quasi ipnotizzato, che a un certo punto ho pensato che non dovevo lasciarmi annichilire, che dovevo fare qualcosa per uscire, almeno mentalmente, da quella stanza chiusa. Scriverò un racconto per intrattenermi, mi sono detto, un breve racconto giallo. Concentrarmi sulla “meccanica” del giallo mi farà bene. E così ho iniziato a scrivere di un delitto orribile e di un vecchio investigatore ossessionato, come lo ero io, dall’impossibilità di risolvere il caso che gli era stato affidato trent’anni prima; e poi di una giovane investigatrice che si carica quell’ossessione sulle spalle; e di una città, Milano, calda e opprimente come quella stanza, esausta come forse l’avevo vista solo negli anni ’70, quando ero ancora un bambino, e mia madre e mio padre erano tutto il mio mondo. È tutto lì dentro, in quelle pagine, quello che provavo in quei giorni, la sensazione d’impotenza, il male, la solitudine, il caldo, lo sciogliersi poco a poco in una pozza di sudore, l’odore mefitico della putrefazione.
Ma devo ammettere che all’inizio l’idea era decisamente più limitata. Avevo pensato che un racconto sarebbe stato sufficiente a traghettarmi fuori da quell’infernale agosto, riportami alla normalità di tutti i giorni. Settembre sarebbe stata la mia cura. Pensavo che avrei presto smesso, e che con la risoluzione del mistero letterario si sarebbe risolto anche tutto il resto. Come se il caos della malattia non fosse, in fondo, diverso dal caos provocato dal delitto che avevo immaginato, e che risolto l’uno si sarebbe risolto anche l’altro. Forse avrei trovato il finale giusto proprio quando le gocce della flebo si sarebbero fermate. Ma i giorni passavano, e le flebo si susseguivano senza soluzione di continuità; e così, come il caldo e l’attesa e il silenzio del ferragosto di Milano continuavano senza tregua, anche il finale del racconto non voleva arrivare, latitava. Arrivavano invece altre storie, una dentro l’altra, come le bambole di una matrioska, ciascuna portatrice di una verità effimera, incapace di dare le risposte che avrei voluto ottenere, in grado tuttavia di risucchiarmi, lettore di me stesso, in un vortice nero, di cui non ero in grado di intravvedere il fondo. Il breve racconto che avevo immaginato all’inizio si trasformava sotto i miei occhi in qualcos’altro, in un racconto sempre più lungo e complesso, fino diventare quello che adesso si può trovare sugli scaffali delle librerie, un romanzo di trecento pagine con una donna in copertina, vestita solo di un boa bianco, lo sguardo sensuale e innocente al tempo stesso. Un romanzo in cui l’esistenza e le ossessioni dei personaggi sono lì, avvinte a un mistero che in fondo non è diverso dall’altro grande mistero di quell’estate, quello che vedevo scorrere sotto i miei occhi in quei giorni. Il mistero di fronte al quale siamo tutti ugualmente umani.
Molti pensano al giallo come a un genere dominato indissolubilmente dalla sua trama, dalla “meccanica” ricerca di fare quadrare i conti, come quasi mai avviene nella vita reale, dando all’attributo maggiore importanza che al sostantivo. Io mi sono convinto che un romanzo giallo possa essere la perfetta struttura all’interno della quale raccontare esistenze e conflitti, relazioni umane portate alle loro estreme conseguenze. L’occasione per esplorare quell’oscurità senza nome che per convenzione chiamiamo Male.

(Riproduzione riservata)

© Flavio Villani

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La scheda del libro

Milano, 1972. Piazza Duca d’Aosta, immersa nella canicola di Ferragosto, è talmente vuota da ricordare un paesaggio di De Chirico quando nel deposito bagagli della Stazione Centrale viene rinvenuto, all’interno di una valigia, il cadavere fatto a pezzi di una donna.
A indagare sull’omicidio è chiamato il giovane viceispettore Rocco Cavallo, alla sua prima indagine e ansioso di fare bella figura con i propri superiori. Il caso, tuttavia, appare subito di non facile soluzione: il caldo torrido ha anticipato il processo di decomposizione, rendendo impossibile l’identificazione del corpo. L’unico indizio per risalire all’identità della vittima è una piccola croce ortodossa trovata sul fondo della valigia, che potrebbe far pensare a una donna di origine slava.
Per il commissario Naldini e per Ferretti della Buoncostume quella donna è certamente una prostituta e il delitto ha tutte le caratteristiche di una punizione esemplare, opera magari di qualche magnaccia particolarmente efferato. L’ipotesi appare ancora più realistica davanti alla scomparsa di una squillo molto conosciuta nell’ambiente, per il cui omicidio viene accusato Totò il Guercio, un magnaccia, appunto, noto in questura per la sua fedina penale tutt’altro che immacolata.
Benché il commissario Vicedomini suggerisca un’altra pista, fondata sulla somiglianza tra l’omicidio della donna nella valigia e alcuni brutali delitti compiuti nella metà degli anni Quaranta da un assassino seriale fantasiosamente battezzato dalla stampa Macellaio della Martesana, il caso resta insoluto e consegnato ai polverosi archivi della cronaca nera.
È soltanto con l’arrivo, anni dopo, della determinata viceispettrice Valeria Salemi che Rocco Cavallo, il «commissario Cavallo» disilluso dalla vita, ma animato sempre da un intenso desiderio di giustizia, deciderà di riaprire le indagini, questa volta più che mai determinato a trovare il vero responsabile di un omicidio che per trent’anni si è portato dentro come un’ossessione.
Flavio Villani gioca su diversi livelli narrativi, consegnandoci un magnifico giallo d’atmosfera in cui l’irresolutezza del passato torna a tormentare il presente.

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Flavio VillaniFlavio Villani è nato a Milano nel 1962. Neurologo, ha lavorato negli Stati Uniti come ricercatore nel settore della neurofisiologia. Come scrittore ha esordito con L’ordine di Babele (2013, Laurana). Il nome del padre è il suo primo romanzo poliziesco.

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