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FRANCESCA G. MARONE racconta POCHE ROSE, TANTI BACI

novembre 20, 2017

FRANCESCA G. MARONE racconta il suo romanzo POCHE ROSE, TANTI BACI (Castelvecchi)

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di Francesca G. Marone

Non te ne sei mai andato tu. Ci penso sempre quando cammino per le strade del centro di Napoli e distrattamente immagino di incontrarti. Ti  vedo sbucare da un negozio, camminare piano, appoggiato al bastone, con la barba sfatta e un foularino stretto al collo. Un tipo alternativo e senza cravatta. Un bel vecchio con le sopracciglia scure, spettinate e spolverate di bianco dagli anni. Com’è possibile mi chiedo ogni volta? Com’è possibile che io immagini di incontrare te che in vita non vedevo mai, e non la mia amatissima madre? Lei c’era e tu no. Andavi e venivi, riapparivi come una nuvola. E uno che non c’è non se ne può andare. Poi un giorno hai scatenato una tempesta: hai gettato la malattia e la morte di fronte a me con violenza. E io mi sono ritrovata con una cassetta degli attrezzi povera e insufficiente. Così ne ho scritto, ho attraversato una storia di incomprensione, distanza, dolore, abbandono, dove tu, in maniera insolita per noi due, mi hai accompagnata per mesi, poi per anni. Ho lastricato la strada della mia scrittura con dubbi e soste. Molti mi hanno sostenuta altri volevano farmi desistere. Una folla con cui ho combattuto dentro. Ha deciso la storia di portarmi avanti con lei, ad ogni costo. Ho avanzato facendomi largo con le parole di una bambina che mi assomiglia e una donna che si è fatta scandaglio. Da una mano tu, papà, e dall’altra un diffuso senso di orfanitudine, un tratto di sofferenza che ha pervaso ogni gesto della protagonista del libro.
Maria Giulia ha catturato i miei ricordi ma è diventata altro da me, forse ha qualcosa di tutti coloro che dall’abbandono sono stati segnati fortemente, quelli che poi hanno difficoltà ad amare e a lasciarsi amare, quelli che credono che il sangue sia garanzia di conoscenza nei legami fino al momento contrario. Iniziai a scriverne circa cinque anni fa, poi lasciai, poi ripresi in mano, poi lasciai di nuovo, poi ripresi ancora. Faceva troppo male metterci le mani dentro. Ma se vuoi avvicinarti a qualcosa che assomigli alla letteratura devi parlare di autenticità, del senso della vita e della morte. Di quelle cose che vorresti leggere anche tu. Di quelle cose che fanno male. Devi sforzarti di farne materia differente da ciò che hai vissuto, partendo dall’unico punto certo: il bisogno di raccontarlo. Piano piano ha così preso forma la storia, con moltissimi rimaneggiamenti, a partire dalla prima stesura che, con il titolo “Lui così estraneo”, guadagnò la segnalazione di merito al Premio Calvino, a cui sarò grata per sempre per avermi dato fiducia con parole lusinghiere e bellissime. Intimamente sono rimasta affezionata a quel titolo perché rappresentava il doloroso senso di estraneità che aveva preso in ostaggio la relazione fra un padre e una figlia, ma era un titolo che definiva anche l’essere estranei al sentimento dell’amore, l’essere sopraffatti dall’incapacità di dare e ricevere amore nonostante il legame. La storia cammina lungo la linea di una voce narrante in prima persona, che scandaglia ogni pensiero, ogni dubbio, ogni ombra di un passato in cui sulle vite dei protagonisti dominavano i segni dell’incomprensione. Una dimensione da cui sembrava impossibile sfuggire. Intrappolati nel disagio del non amore, senza alcuna possibilità per la costruzione del proprio sé e di una vita serena, al di fuori dall’ombra dell’abbandono. Mi interessava dare voce all’incertezza dei passi delle persone ferite dal non amore nell’infanzia, procedendo avanti e indietro nei ricordi, mescolando memoria e immaginazione. Perché ad un certo punto il ricordo diventa traditore, a furia di riportarlo in vita lo manipoliamo a nostro piacimento, non è mai uguale a se stesso. Come le storie che raccontiamo la sera ai bambini nel letto, una tradizione orale che si prende la libertà di variare un dettaglio, di saltare un rigo, di inserire un nuovo elemento. Dunque io questa storia ondivaga fra il ricordo e la creazione narrativa l’ho scritta per prima cosa per quella bambina dentro di me, poi per tutte le bambine che hanno camminato zoppicando  in cerca di loro stesse. Sperimentando modi per perdonarsi di non essere state capaci di amare chi non le ha amate. Poi a modo suo la considero una storia d’amore, un riscatto verso i tanti amori che la vita ci mette di fronte e che ci mettono alla prova. Compresi quelli che non capiamo. Benché il romanzo non sia molto lungo- anche a seguito di un accurato lavoro di riscrittura- il libro ha impiegato molti anni per completarsi, andando di pari passo con alcune vicende dolorose della mia vita personale. Appena l’ho iniziato, mio padre si è ammalato e poi è morto, dopo due anni se n’è andata mia madre. Per me è stato quindi assai difficile rimettere mano ogni volta nel magma incandescente di emozioni, memoria e dolori che vorticavano dentro di me. Poi una notte scrivendo, ho iniziato a mettere in fila le immagini, i ricordi, le sensazioni, dandogli dei nomi. E come dice Murakami “Sono uno di quelli che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle”.
Ho afferrato il coraggio e ho scritto per capire meglio le cose. Ho permesso che la storia prendesse forma portandomi a Praga, dove avevo lasciato un ricordo degli anni ’90, e invitato una figura femminile di nome Milena ad entrare nelle trame, un omaggio alla scrittura di un autore che amo molto: Kafka. La sua Lettera al padre, fu una lettura folgorante per me da ragazza, la disfunzionalità della relazione non mi era chiara nei dettagli ma l’angoscia immane del baratro dell’incomunicabilità fra padre e figlio toccava le corde più profonde del mio animo. In fondo il mio libro è diventato la mia personale lettera al padre, ricomponendo ciò che il distacco della morte concreta mi aveva messo di fronte. Non fatico a dire che siamo tutti ciò che eravamo nella nostra infanzia ma anche che quella stessa infanzia, pur facendo parte di un passato che non possiamo cambiare, può essere letta da noi con uno sguardo nuovo. Non era mia intenzione chiudere un cerchio con un atto consolatorio, neppure sul piano narrativo, ma raccontare la grande opportunità che la vita ci mette sempre dinanzi. Questo è ciò che ti è toccato vivere e non puoi cambiarlo, ma cosa intendi fartene per il tuo futuro? Io ne ho fatto una storia che mi auguro possa portare emozioni a coloro che vorranno leggerla. E anche un possibile cambiamento, una trasformazione come quella che la parola bella, la letteratura, promette a noi tutti quando la pronunciamo o la leggiamo.

(Riproduzione riservata)

© Francesca G. Marone

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La scheda del libro

L’incontro tra un padre una figlia, fatto di ritorni al passato e ferite mai sanate, per aprire uno spiraglio di speranza e dare un senso alla morte e alle relazioni

«Una storia sull’incapacità di perdonare e la necessità di farlo, per potersi aprire alle diverse possibilità della vita»Il Mattino

Maria Giulia, una donna separata e con figli, attraversa il percorso della malattia e della morte del padre provando la più profonda incapacità di amare e di perdonare. Scopre, leggendo vecchie lettere l’esistenza di una vita a Praga, e forse di un figlio segreto di suo padre, intraprende un viaggio da Napoli a Praga alla ricerca della verità che lei crede necessaria alla sua evoluzione. Il personaggio centrale della storia è quello del padre, che compare nel ricordo con il segno dell’arroganza che ha contraddistinto la sua giovinezza e maturità, ma colto ora nella sua fragilità di vecchio ammalato; vissuto attraverso il sentimento ambivalente che la figlia nutre verso di lui. Accanto a lei, l’ex marito, i figli, una vicina di casa e un viaggio di scoperta. In un doloroso scandaglio interiore fatto di ritorni al passato e di ferite mai sanate, Maria Giulia indaga nell’estraneità dei sentimenti che l’hanno accompagnata per tutta la vita. Uno spiraglio di speranza, per dare un senso alla morte e alle relazioni, le permetterà di aprirsi a una delle scelte d’amore più coraggiose.

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Francesca MaroneFrancesca G. Marone. Sociologa, counselor e mediatrice familiare sistemica, laureata in scienze politiche prima, in Comunicazione pubblica sociale e politica poi- con una tesi sui Mutamenti dei modelli familiari e il materno nella scrittura, vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato racconti e poesie in antologie per varie case editrici, fra cui Perrone editore, Nottetempo edizioni e Centoautori. Collabora dal 2008 al blog Letteratitudine di Massimo Maugeri. Dalla rielaborazione del manoscritto “Lui così estraneo” -segnalato al Premio Calvino 27 ed. con la menzione “per un lacerante scandaglio di un’interiorità femminile”- è nato il suo primo romanzo “Poche rose, tanti baci”.

 

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© Letteratitudine

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