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VERTIGINE di Julien Green

novembre 29, 2017

Julien GreenVERTIGINE di Julien Green (Nutrimenti)

A cura di Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia.

Traduzione di Lorenza Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco, Francesca Scala, Ezio Sinigaglia, Filippo Tuena

[Il 10 dicembre, a Roma, h. 16, nell’ambito di “Più libri, più liberi” Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia parteciperanno a questo evento legato al Premio Vittorio Bodini. Un premio sulla traduzione a Lecce e a Roma]

Pubblichiamo un estratto del racconto “L’apprendista psichiatra” e la versione integrale – note escluse – del commento al testo.

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Julien Green (1900-1998), nato a Parigi da famiglia di origini americane, accademico di Francia, ha condotto ai massimi vertici espressivi l’indagine introspettiva sull’uomo. Nella sua immensa produzione, oltre agli straordinari racconti e ai numerosi romanzi, tra cui Adrienne Mesurat (1927), Il visionario (1934), Moïra (1950), emergono, tra gli altri, quattro scritti autobiografici, sedici volumi di diari e un apprezzato studio sui poeti britannici Donne e Coleridge.

Di recente, per i tipi di Nutrimenti, è uscito Vertigine (a cura di Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia – Traduzione di Lorenza Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco, Francesca Scala, Ezio Sinigaglia, Filippo Tuena).

Stiamo parlando di venti racconti di Julien Green, tutti inediti in Italia, che esplorano strade differenti e sperimentano vari modi di mettere in scena il mistero, il fantastico e il perturbante. Prose che attraversano tutto il periodo d’oro dello scrittore francese, composte tra il 1920 e il 1956 e raccolte in volume nel 1984. Tra di esse anche la prima prova letteraria di Green, il racconto L’apprendista psichiatra, scritto in inglese a vent’anni, quando frequentava l’Università della Virginia, e poi tradotto in francese.
Molte di queste storie hanno in comune, come suggerisce il titolo della raccolta, quell’istante di vertigine capace di scuotere una vita e cambiare un destino: un improvviso turbine di follia, che può manifestarsi sotto forma di audacia o ritrosia, di fuga in avanti o di fuga tout court. Serpeggia per i racconti una sessualità disorientata e febbrile che, agita o repressa, fa quasi immancabilmente il male di chi ne è portatore (o, altrimenti, dell’essere indifeso che la subisce).
In questa edizione si ripete l’esperienza di traduzione collettiva inaugurata con Viaggiatore in terra. A interpretare la scrittura di Julien Green sono cinque voci diverse, tre esperti traduttori (Giuseppe Girimonti Greco, Lorenza Di Lella e Francesca Scala) affiancati da due narratori colti e raffinati come Ezio Sinigaglia e Filippo Tuena.

Di seguito, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto del racconto L’apprendista psichiatra e la versione integrale – note escluse – del commento al testo.

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“A differenza dei romanzieri cui siamo abituati, Julien Green non descrive i suoi personaggi: li materializza”.
Walter Benjamin

[Estratto del racconto]

L’apprendista psichiatra

Le poche persone che hanno avuto occasione di conoscere Casimir Jovite all’epoca in cui ha inizio questa storia concordano nel descriverlo come un ragazzo serio e studioso, d’indole un po’ malinconica e con un bellissimo sguardo, vivace e curioso, che si posava su tutto con appassionato interesse. Per due anni era stato uno degli studenti più assidui del professor Richard all’École de Médecine e aveva dimostrato di avere eccellenti doti nell’arte di sezionare i cadaveri, ma, come diceva spesso, la sua vera vocazione era lo studio del sistema nervoso, cui cominciò presto a dedicare la maggior parte del suo tempo. I suoi amici ricorderanno senz’altro l’entusiasmo giovanile con cui si espresse al riguardo su una rivista di divulgazione scientifica di quegli anni: “La neurologia”, scriveva, “rappresenta il punto d’incontro fra la psicologia e le scienze naturali. Non possiamo certo pretendere di trovare l’anima grazie alla lama di un bisturi, ma la mente sì: la straordinaria mente dell’uomo. In tre libbre di poltiglia grigiastra e in una rete di sottili filamenti bianchi possiamo, per così dire, rintracciarne le origini e osservarne la nascita e lo sviluppo. Possiamo afferrare il pensiero grazie ai nostri strumenti e indagare ciò che è immateriale con pinza e microscopio”. Nutriva una fede cieca e sconfinata nelle teorie di Broca.

Un giorno, quando ancora la sua laurea in medicina altro non era se non una vaga ipotesi futura, Casimir ricevette una lettera che gli fece aggrottare le sopracciglia e lo costrinse a mettersi a camminare su e giù per la stanza, fino a farlo esplodere per la rabbia e lo sdegno fra le quattro mura di casa, sotto lo sguardo del teschio di avorio ingiallito che dalla scrivania gli rivolgeva il suo eterno ghigno. A quanto pareva, doveva interrompere gli studi perché suo padre, quel miserabile contadino, si rifiutava di finanziarglieli e pretendeva che lui tornasse a vivere alla fattoria anziché restare lì a fare il “signore”. Che assurdità! In un modo o nell’altro avrebbe trovato il denaro necessario, senza sprecare altre energie nel tentativo di far capire alla famiglia che magnifico avvenire gli si prospettava. Che se ne stessero in mezzo alle mucche e ai maiali, quei disgraziati, che sgobbassero pure tutta la vita per una manciata di spiccioli, se proprio ci tenevano! Lui no, lui era legato a doppio filo al mondo della scienza da una necessità imperiosa e profonda. Domani, anzi no, oggi stesso, stamattina si sarebbe messo alla ricerca di un impiego che gli lasciasse il tempo di frequentare le lezioni e di studiare; avrebbe assillato tutti i suoi amici affinché lo aiutassero a trovare quella situazione ideale, così da affrancarsi finalmente dal giogo di un padre ostile.

Per questo motivo, quando morì il vecchio Annibal-Marie de Fronsac, che nel suo testamento esprimeva la volontà di affidare il figlio a un uomo di polso e di farlo educare da una mente chiara, a Casimir Jovite venne del tutto spontanea l’idea di presentarsi di persona agli eredi, un anziano signore dall’aria svanita e giuliva, che era presumibilmente il tutore dell’orfano, e un’austera zitella con una massa di boccoli in testa e tre balze di gala di pizzo sull’abito di satin nero. Quella mattina il francese di Casimir era meravigliosamente accurato e forbito, e siccome il giovane era piuttosto bello e vestito con gusto, oltre che provvisto di una cortese lettera di raccomandazione a firma di un noto accademico, l’anziana signora acconsentì ad assumerlo e il vecchio annuì in segno di assenso.

Casimir si inchinò:

“Quando devo venire?”.

“Oh! Prima possibile. M. de Fronsac intende recarsi a Baden per ragioni di salute e io lo accompagno, ma non voglio che mio nipote resti da solo, dunque occorre che veniate qui in settimana”.

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[Versione integrale – escluse le note a piè di pagina – del commento al testo]

L’apprendista psichiatra

Questo racconto, scritto in inglese nel 1920 e tradotto in francese da Éric Jourdan solo nel 1976, è in assoluto la prima prova narrativa di Julien Green. Il tema della follia entra dunque di prepotenza, fin dall’esordio, fra quelli privilegiati dall’autore. Il vero folle, tuttavia, si dimostrerà essere l’aspirante medico, e non il presunto paziente, con un capovolgimento di ruoli che imprime alla narrazione un suo movimento tragicamente ironico. L’atmosfera è decisamente à la Poe, specie per via della particolare natura della follia di Casimir: una follia che non si basa sull’assenza o sulla perdita della ragione, bensì, all’opposto, sull’eccesso di razionalità o, se si preferisce, su una smodata pretesa di razionalizzazione. Il sarcasmo che affiora a tratti nella rappresentazione che il giovane autore dà dell’altrettanto giovane protagonista può certo far pensare a un intento satirico, di messa alla berlina della scienza medica applicata ai moti della psiche. Tuttavia parlare di satira della psicoanalisi, come ha fatto qualche commentatore, sembra del tutto fuori luogo e perfino anacronistico. La psicanalisi è ancora lontanissima dall’ambientazione quasi ottocentesca del racconto. È vero che Casimir a un certo punto (p. 12) apre un libro, La biologie humaine di Grasset, che risulta pubblicato nel 1917, ma è anche vero che questo è il solo dato che suggerisca una contemporaneità della vicenda narrata con l’epoca della sua composizione: per il resto Green provvede a retrodatarla con una serie di abili accorgimenti, escludendo ad esempio telefoni e automobili dal paesaggio parigino. Peraltro, non a caso, il titolo del racconto è L’apprendista psichiatra e non L’apprendista psicologo (né tanto meno psicanalista). Quella che qui fallisce miseramente e che, dunque, viene messa in ridicolo è la psichiatria di Broca (citato già nella prima pagina), di Charcot (vedi il riferimento alla Salpêtrière, p. 16) e dello stesso Grasset, neurologo-psichiatra appassionato di spiritismo. La satira, si direbbe, vuol colpire la scienza positiva in toto, con la sua fede, ingenua e arrogante insieme, nella sperimentazione empirica, che pretende di applicarsi anche a materie sfuggenti e non misurabili come il pensiero. Significativi sono a questo proposito due passi del racconto, uno messo in bella evidenza nelle prime righe del testo (“Non possiamo certo pretendere di trovare l’anima grazie alla lama di un bisturi, ma la mente sì”, scrive Casimir in un suo articolo di divulgazione scientifica), l’altro collocato immediatamente prima della svolta più drammatica della vicenda (p. 18: Casimir definisce la sua osservazione ossessiva di Pierre-Marie “un esperimento in anima vili”). In entrambi i casi compare (ma soltanto per essere negata o parodiata) la parola ‘anima’, astrazione che la psichiatria di metà Ottocento, specie francese, ha escluso dai suoi oggetti d’indagine a favore del più concreto cervello. L’interesse di Casimir per Pierre-Marie è quindi di natura squisitamente ‘scientifica’ e sembra piuttosto improprio parlare per questo racconto, come hanno fatto alcuni esegeti, di sadismo, malattia – se così vogliamo chiamarla – cui pure è concesso molto spazio in altri luoghi della raccolta: oppure, se di sadismo si tratta, quello di Casimir non è certo il sadismo perversamente erotico dell’adulto verso l’adolescente, ma il semplice, freddo sadismo professionale che il medico esercita sul paziente.

(Riproduzione riservata)

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