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ECLISSI di Ezio Sinigaglia (un estratto)

dicembre 12, 2017

Ezio SinigagliaPubblichiamo un estratto del romanzo ECLISSI di Ezio Sinigaglia (Nutrimenti)

(Dalla scheda del libro) Eugenio Akron, architetto triestino, arriva su una sperduta isola nordica per assistere all’eclissi totale di Sole, attesa per il giorno dell’equinozio di primavera. È quello che considera il suo ultimo viaggio, un regalo di compleanno anticipato per i suoi settant’anni, un’estrema emozione strappata alla quotidianità. Ad accoglierlo è la natura ruvida di un popolo abituato a convivere con la scura solennità delle rocce e la vastità dell’oceano: una donna austera gli affitta una camera, un arcigno pescatore gli offre la sua barca per osservare l’eclissi dal mare.
Tuttavia, tra i forestieri accorsi per l’evento, Akron s’imbatte in un’eccentrica vedova americana, Mrs Clara Wilson, che gli impone, con garbata energia, la sua presenza. L’inattesa complicità che si instaura fra i due fa riaffiorare nella memoria dell’uomo un ricordo del passato, un nodo irrisolto che troverà soluzione soltanto fra le tenebre dell’eclissi.
A trent’anni dal suo esordio – Il Pantarèi, metaromanzo sul romanzo del Novecento, uscì per una piccola casa editrice dopo aver collezionato molti rifiuti ma anche l’elogio di lettori come Vittorio Sereni, Giovanna Bemporad e Giuliano Gramigna – Ezio Sinigaglia torna alla narrativa con un racconto potente e suggestivo, caratterizzato da una scrittura magnetica, ironica, di rara perfezione formale. 

 

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Da ECLISSI di Ezio Sinigaglia (Nutrimenti) – un brano del capitolo 7: tre-quattro pagine a partire dall’inizio

Il gotico della Mikkelkirke, molto tardo e dalle ali tarpate, come se le punte aguzze di quelle ardenti fiamme di pietra che aspiravano al cielo fossero state incappucciate e smorzate una per una da un sagrestano prudente, era in sé di modesto interesse. Eppure l’antica cattedrale di Storbygd entrò subito a far parte del breve e sceltissimo elenco degli edifici più emozionanti che l’architetto Akron avesse mai visto.
I segreti del suo fascino non erano per nulla segreti ed erano due: il paesaggio nel quale era immersa e la catastrofe che l’aveva colpita. La chiesa sorgeva su una piccola altura di nero e nudo basalto a strapiombo sul mare, o per meglio dire l’oceano, e avendo l’abside curiosamente orientata a est-nord est, che nella rosa dei venti è il petalo della bora triestina, guardava quasi dritto negli occhi il suo vento creatore, quell’aliseo di sud ovest, grandioso e continuo, che teneva legata l’isola all’aspra dolcezza di un inverno quasi perenne ma mite e, insieme, a un visibile nulla. Non c’era una terra emersa, in quella direzione, per migliaia di miglia, di modo che la cattedrale sembrava interrogare l’elusiva lontananza di Dio, la sua tenace resistenza a mostrarsi, nella sua proiezione verso il vuoto orizzonte non meno che nel suo gotico slancio verso un cielo raramente sereno: cioè, per così dire, lungo il deserto totale delle ascisse così come lungo il silenzio assoluto delle ordinate. Sopra quella terrazza di basalto nero e nudo, creato dai vulcani e scolpito dal mare e dal vento, sorgeva il nero e nudo basalto modellato dagli uomini, quasi che la terra avesse partorito la chiesa. E, nel mezzogiorno insolitamente luminoso, il nero della pietra si stagliava contro il grigio fangoso del mare cavandone fuori l’azzurro.
Che si sacrifichino ai propri dèi capricciosi gli agnelli e i capretti, o le vergini, o i cuori dei guerrieri nemici o, con più fedele tenacia, nient’altro che fatica e fatica e fatica, è ben raro che se ne ottengano in cambio rigogliosi raccolti, o penurie accettabili, o almeno clemenza. Così quella chiesa monumentale, eretta a gloria di Dio, con la sola forza di braccia e di mani, da una comunità di poche decine di pescatori di aringhe e merluzzi e di fiocinatori spietati di giganteschi cetacei, costruita pietra su pietra da un pugno di uomini e donne il cui numero si sarebbe potuto moltiplicare per cento senza che si dovesse mai lasciar fuori nessuno dalla porta del tempio, aveva subito, dopo poco più di tre secoli di esistenza onesta e devota, il crollo della copertura, cioè il più fatale dei danni per un’architettura vivente. Suo figlio Tito, se Akron lo avesse raggiunto al telefono per farlo partecipe dell’iniquità di questo drammatico evento che, nelle condizioni di fragilità emotiva in cui si trovava quel giorno, lo faceva vibrare di commozione e di sdegno, avrebbe risposto che il crollo era da imputarsi, garantido al zento per zento, a un errore di calcolo de un mona de ingegnere, magari vestito da frate e carigo de visky, che gaveva sotodimensionado, anca de svariadi centimetri a pèzo, la sezione delle travi di copertura de sta cazo de cesa. Ma secondo la guida che Mrs Wilson, con aristocratico sprezzo di ogni meschina filosofia della ragion pratica, stava traducendo dall’inglese nel suo fantasioso italiano a beneficio di Akron che le parlava in inglese, le cose erano andate in tutt’altra maniera. Il giulio quatorjdici di diciasetti-trjen¬totto, in un giorno d’estate abbastanza tranquillo, come oppòsito ai duri abiti locali, così-tanto-così che gli uomini erano tutti usciti in mare su loro barche di pesca, in un abruptico e di molto breve durata cambiarsi di estate in inverno e di paradiso in inferno…
“È prjoprjo strjano, sai, Eugene”, disse Clara a questo punto, alzando dal libro lo sguardo di tenero verde e gli occhiali a lunetta, “che voi in Italia chiamati l’inferjno e l’inverjno quasi con stessa parjola, mentrji riguarjdando i tèmpe/ratjùri sono giusto l’oppòusito!” “It’s a very sharp notation, Clara, I compliment you, but Italian and English do often conflict on these thermal matters. Think only of this: we name ‘caldo’ just the opposite of your ‘cold’”. “Oh, Eugene!”, sorrise Clara con un lampo giocoso degli occhi. “Vorrjesti dirje che in inferjno noi anglo-saxoni siamo sup-pousti di sentirje too hot e voi italiani di sentirje too cold?”. “May be, Clara, who knows?”. Lo sguardo chiaro e così amabilmente infantile di Mrs Wilson tornò a posarsi sul libro, e la tragedia riprese il suo corso.
In quell’abruptico etcetera cambiarsi di etcetera, un whirlwind di anomala forza colpì Storbygd il giulio quatorjdici di diciasetti-trjentotto, o forsi melio di mille, settecento i trjentotto, a ore quattro sirca post-mezzogiorjno. “Che cousa è un whirlwind in Trjiesti, Eugene?”. “Una tromba d’aria”, rispose Akron con precipitosa prontezza, e sentì il cuore balzargli nel petto come una preda ferita. “Un tjromba d’arjia”, ripeté Clara pensosa, rincalzando con la mano libera il collo del suo visone sintetico. “Ascoulta, Eugene, io ero già a légere questo in bas mentrji tu dorjmivi. È storia moltou trjisti, rialmente crjudeli. Mi sento melio di non tradurrji. Posso légerti in inglesi?”. Chiuso nel dolore segreto che gli inzuppava le ciglia e gli serrava la gola, Akron mosse appena gli occhi e le labbra per dire sì, of course, che poteva.
Mrs Wilson era seduta su una scomoda panca di pietra, di duro e scuro basalto dello stesso colore di quello della Mikkelkirke, ma lavorato purtroppo nel ventunesimo secolo, che separava la fermata del bus dalla principale attrazione monumentale dell’isola. Akron le stava di fronte, ritto in piedi, la cuffia di lana blu calzata a nascondere i suoi capelli argentei di vecchio. L’alta pressione aveva portato un freddo un po’ più pungente del solito ma, tra una candida nuvola e l’altra, il sole subartico, pallido finché si vuole, deliziava le piccole zone di pelle scoperta.
Subito, non appena Clara passò dalla lettura macchinosa e indiretta di poco fa a quella diretta e armoniosa del suo dolcissimo inglese, la tromba d’aria impresse, com’era nella sua rapinosa natura, una possente accelerazione ai suoi vortici. Venne dal nulla, distrusse in pochi secondi Storbygd e si dissolse nel nulla. Tutte le case che si trovavano entro il cono del suo vorace passaggio furono scoperchiate l’una dopo l’altra – cattedrale compresa – come bottiglie di birra, e i bambini, i nonni e le madri, e le mule, e i mulèti non ancora in grado di cavalcare l’oceano a caccia di aringhe furono strappati alla terra e assunti in cielo all’istante. Non era affatto chiaro di dove fosse venuto il tornado né come si fosse formato in un cielo d’estate piuttosto luminoso che cupo. I sopravvissuti erano stati pochi, pochissimi, risparmiati dal caso o da un errore di calcolo di pochi piedi de quel mona del Fato: nel fischio furioso del vento e nel frastuono delle case che saltavano in aria all’intorno e dei vetri delle loro stesse poche finestre che andavano in polvere, tutti si erano gettati bocconi per terra, sotto i letti di legno, o sui letti di cenere dei grandi camini ancora spenti a quell’ora, o aggrappati alle gambe dei pesanti tavoli di quercia massiccia che, dalle case vicine, erano già volati come cappelli di paglia verso la Luna. Nessuno di loro aveva capito né tanto meno visto un bel nulla.

(Riproduzione riservata)

© Nutrimenti

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Ezio Sinigaglia è nato a Milano nel 1948. Ha svolto diversi mestieri, tutti legati alla scrittura: redattore, traduttore, fotocompositore, copywriter, ghostwriter, autore di guide turistiche e, da ultimo, docente di scrittura all’Università di Milano Bicocca e in altre sedi. Dopo Il Pantarèi (1985), ha continuato a coltivare in privato la sua voce narrativa, mentre quella saggistica ha occasionalmente trovato la via della pubblicazione. Per Nutrimenti ha tradotto il racconto Leviatano di Julien Green, pubblicato nel volume Viaggiatore in terra (2015).

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