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INTRIGO A ISCHIA di Piera Carlomagno

dicembre 12, 2017

INTRIGO A ISCHIA di Piera Carlomagno (Centauria)

Intrigo a Ischia” ha ricevuto il Premio Speciale Giuria Garfagnana in Giallo Sezione Master dedicata a Alfred Hitchcock. Ne parliamo con l’autrice (e pubblichiamo due estratti del libro)…

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Piera Carlomagno, giornalista professionista, scrive su «Il Mattino» di Napoli. Grazie ai precedenti romanzi con protagonisti il commissario Baricco e Annaluce Savino, Le notti della macumba (2012) e L’anello debole (2014), ha vinto numerosi premi. È presidente dell’associazione noir «Porto delle nebbie», che cura la sezione «Largo al giallo» del Festival Salerno Letteratura. È laureata in lingua e letteratura cinese e ha tradotto un’opera teatrale dello scrittore Premio Nobel Gao Xingjian. Di recente, per i tipi di Centauria, è uscito questo nuovo romanzo con protagonisti Annaluce Savino e il commissario Baricco. Si intitola “Intrigo a Ischia“.

Ne discutiamo con l’autrice…

Piera Carlomagno, autrice di “Intrigo a Ischia”

“Intrigo a Ischia” nasce da una trasferta di lavoro sull’isola verde”, racconta Piera Carlomagno a Letteratitudine. “Nelle ultime date utili prima delle chiusure stagionali, dovevo visitare, abitare e recensire tre o quattro hotel di lusso, mangiare in alcuni ristoranti e frequentare alcuni locali del by night. Parliamo quindi della fine di ottobre di alcuni anni fa. Ne ebbi un’impressione forte. L’impossibilità del turismo tutto l’anno in un luogo magico come Ischia mi fece pensare alla sua stagione buia, al suo nero. In molti hotel i sontuosi salotti erano già coperti dalla plastica e da lenzuoli bianchi, c’era un’aria di disarmo che mi lasciò strabiliata. Uno di quegli hotel, il più ammaliante direi, mi restò dentro. Così il carattere dei suoi proprietari. Pensai alla piscina. Una morte in piscina ha sempre il suo fascino. Cominciò così, con quell’idea che si insinuava dentro di me mentre contavo camere deluxe e standard, valutavo la consistenza delle stelle, la vicinanza al mare e la temperatura delle acque termali.
Ischia è una delle due location del romanzo, l’altra, la principale come in tutti e tre i libri della serie, è Napoli. La città e il suo centro storico, il vicolo e i suoi personaggi, il popolo, la borghesia e la camorra. Strati di Napoli che convivono e si confondono, poi tornano a separarsi, a parlare lingue diverse addirittura. I contrasti sono ciò che racconto in questi romanzi, e ciò che è nascosto dietro le apparenze. La città sopra e sotto, il rapporto tra i vivi e i morti e il ruolo della camorra nella vita di tutti.
A investigare sono in tre nella serie ambientata nei Novanta: il commissario Ernesto Baricco è un torinese innamorato di Napoli e delle sue voci – di lui invece è innamorata donna Flora, la sua affittacamere. Lui non se ne accorge e la donna fa di tutto, per passione e disperazione. In questo romanzo la poverina deve fare i conti anche con l’arrivo della splendida Bianca Scotto De Falco che le scatena una furiosa gelosia; l’avvocato penalista Federico Brizzi, amico di Baricco, ha sempre un assistito tra i personaggi del caso. Il suo difetto, per il commissario, è che quasi sempre ha alle costole la cronista di giudiziaria de Il Mattino, Annaluce Savino, che il poliziotto giudica ficcanaso e spregiudicata, ma che spesso lo mette sulla giusta strada per risolvere i casi“.

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Pubblichiamo di seguito due brani estratti dal romanzo

Ischia Porto, Hotel Makadi sabato 3 luglio 1999, ore 20

Era successo di nuovo. Un mese dopo la scenata di inizio giugno, di cui ancora
spettegolava tutto il personale dell’Hotel Makadi, il capocuoco aveva sbattuto la
toque blanche per terra ed era uscito dalla cucina infuriato: quel lurido verme
mantenuto si era infilato ancora nella credenza con una delle sue puttane,
invadendo la privacy del prezioso kefir messo a fermentare. Un incidente
diplomatico seccante, una bufera arginata dall’orchestra che, in sala, aveva avviato
un ritmo più deciso, posticipando l’ora della cena, senza urtare troppo la
suscettibilità degli ospiti. E mentre lo chef pluristellato faceva capricci da prima
donna, il seduttore sgusciava fuori, seguito a breve distanza da una biondina
spettinata, e passava spavaldo tra le coppie danzanti. Bianca Scotto De Falco, erede
dei proprietari, lo afferrò per un braccio, tenendo l’altra mano ancora agganciata al
collo del partner e lo guardò negli occhi: «Ehi, cosa credi di fare?» gli soffiò in faccia.
«Tu lo sai, chéri» sorrise lui divincolandosi e uscì salutando la platea attenta con una
piroetta e un breve inchino. Si chiacchierava nell’isola di Ischia, da quando Sasà
Filangieri aveva sposato la signora Mina due mesi prima. Un matrimonio
inaspettato, quello della decana degli Scotto De Falco con il noto tombeur de
femmes – lo sciupafemmine insomma – proprio adatto a fomentare inciuci e
jacuvèlle. Anche perché da allora la famiglia più invidiata dell’isola era in guerra:
tutti contro tutti e nessuno si fidava più degli altri. Una sciagura, a parere del
direttore dell’hotel, che fino ad allora aveva dormito tra due guanciali, dieci anni di
onorato servizio «in paradiso» e la fiducia a occhi chiusi della Sultana, come tutti
chiamavano la vecchia Mina, vedova del capostipite veneratissimo, Antonio Scotto
De Falco. Ora, tra i palmeti e ai bordi delle piscine di acqua termale, nei salotti rossi
dai sontuosi lampadari, dalle camere del primo piano alle suite sulle torri, non c’era
più un ospite che non avesse sentito parlare almeno una volta degli stravizi degli
Scotto De Falco. «Aglie, fravaglie, fattura ca nun quaglie, corna e bicorne, cap’e alice
e capa r’aglie, uocchie maluocchie fattura ca nun tuocche… tie’» e con gesto
inequivocabile, voltando le spalle alla sala, il direttore dell’hotel chiuse la piccola
cerimonia degli scongiuri e si predispose ad affrontare la nuova tempesta.

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Napoli, Salita della Purità lunedì 5 luglio, ore 17

«This is the end», aveva detto Salvatore dal carcere, non era una frase degna della
famiglia Hofer e quindi andava tolta. Dalla bara, dalle corone, dalla porta. Giusto in
tempo avevano finito il lavoro gli uomini vestiti di nero, prima che arrivasse il carro.
Oboe, grancassa, piatti e tromboni, la musica della sinfonia funebre di Berlioz si sentì
in lontananza. Nei vicoli adiacenti la gente non sapeva più come entrare, le
transenne la tenevano lontana dalla Purità e la strada era libera, vuota, senza auto
in sosta, neanche un motorino o un bidone dell’immondizia, niente panni stesi ad
asciugare, neanche una carta per terra, mentre alle finestre erano esposti lenzuoli in
segno di cordoglio. In fondo, all’angolo, spuntarono, puntuali, i sei cavalli neri
bardati a lutto, che scalpitavano lenti e altezzosi, portando un carro funebre
mastodontico che procedeva solenne. Davanti il cocchiere con la tuba; ai quattro
lati, uomini vestiti di nero. Avanzarono per un tempo che parve infinito a donna
Flora, che si era messa tutta in ghingheri e stava avvinghiata al braccio del
commissario Baricco, stretta dalla folla e morta di paura e di domande senza
risposte. Non aveva osato contraddirlo quando lui le aveva svelato: «Signora, siamo
in missione, non mi tradisca» e l’aveva guidata tra vicoli e vicoletti, piccoli e stretti
che così angusti non li aveva visti mai, bersaglio di occhiate torve o sguardi lascivi.
Lui, per rassicurarla, ogni tanto le stringeva il braccio, ma muto come un pesce, con
mille occhi come una mosca, a testa bassa come un toro. A un funerale l’aveva
portata. E che funerale. Lei che aveva raccontato alla sua amica Liliana, la moglie del
sarto del piano di sotto, che finalmente lui l’aveva invitata. Che era il loro primo
appuntamento. Restò a bocca aperta a guardare quella scena da film e non sapeva
neanche respirare, tanto la tensione si tagliava con il coltello, il silenzio era assoluto
e la gente era come sul punto di fare qualcosa e allo stesso tempo sembrava
partecipe, assorta. Poi vide uscire dal portone alcune donne e, dietro di loro, un
prete e i chierichetti. Seguiva una bara che doveva pesare un accidenti, con dietro la
gigantografia di una donna bella, fiera, con i capelli corvini e due occhi azzurri, anzi
celesti, che sembrarono illuminare la folla. Per un attimo il silenzio divenne ancora
più fitto. Poi esplose un applauso fragorosissimo, che non finiva più. Fu un sospiro di
sollievo, per donna Flora e per la folla, che cominciò a muoversi in una incredibile
processione dietro il carro e gli uomini e le donne neri, i cavalli, la bara, la foto, la
musica. Un corteo che sfiorava balconcini e bassi, saracinesche serrate in segno di
rispetto, preghiere recitate ad alta voce e inchini, baci e svenimenti. La musica
aumentò di volume, le persone cominciarono a sussurrare camminando lente,
qualcuno azzardò un: «Viva Angela, viva Angela Hofer» e altri applausi si
susseguivano man mano che si entrava in nuovi vicoli. Il corteo si snodava dai
Veterinari ai Miracoli a via Santa Maria Antesaecula e ai Cristallini, lontanissimo da
dove si era partiti. Scritte sui muri inneggiavano a el pibe de oro, decretavano la
morte della Juventus, segni cancellavano parole, riscrivevano dichiarazioni d’amore,
schifezze e maleparole, informavano che lì si era nel «rione Sanità», tra quei
palazzoni consumati, i balconcini a ringhiera, i tetti di lamiera, i cartelli di affittasi, le
verandine e i gradini che nobilitavano i bassi, le scope agganciate al muro e i cassoni
abusivi dell’aria condizionata, le edicole votive cariche di vasi di fiori e le antenne
paraboliche, i fiocchi rosa e celesti dei neonati, le nere tracce di incendi di
spazzatura, fari, lumini, segnali stradali coperti dalla vegetazione, manifesti
strappati, pavimenti levigati dall’usura e mura alte e strette tra le quali spuntava il
cielo azzurro e ogni tanto coloratissime cupole maiolicate. Dai Vergini, per il
Supportico Lopez, il corteo tornò ai Miracoli. Quando arrivò, la chiesa era già stipata
di gente. L’Ave Maria che Angela Hofer aveva desiderato per un matrimonio mai
celebrato risuonava alta nell’unica, imponente navata; l’aria era satura di incenso. La
gente stava a testimoniare la propria vicinanza alla famiglia pure nel chiostro,
all’ombra fresca del palmeto. Vista la folla, al prete fu chiesto di annunciare che si
dispensavano i presenti dai saluti per permettere al corteo di ripartire alla fine della
funzione e rispettare l’orario di chiusura del cimitero. Donna Flora si sentiva anche
lei sul punto di trapassare. Baricco aveva osservato, curiosato, collegato. In un
angolo qualcuno aveva buttato – e la pestava con disprezzo – una copia de «Il
Mattino» con la cronaca puntuale del blitz del giorno prima, culminato con l’arresto
di Salvatore Hofer. Baricco avrebbe voluto fare lo stesso. Accanto all’acquasantiera,
stavano pure Patrizia la Spagnola e Regina, la bruna e la bionda di vico Sacramento a
Foria, travestite ma non troppo, con il velo nero in testa, i pantaloni a sigaretta e i
tacchi alti. Si fecero il segno della croce, mandarono un bacio alla bara e uscirono
dietro gli altri con gli occhi bassi.

(Riproduzione riservata)

© Centauria

 

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La scheda del libro
Mina Scotto De Falco, matriarca di una dinastia di costruttori e proprietaria del lussuoso Hotel Makadi a Ischia, viene trovata morta in piscina in una notte di inizio estate.
I sospettati? Quasi tutti i familiari che risiedono nello stesso albergo: i cognati avidi, le cognate pettegole, una nipote troppo affascinante, il secondo marito giovane e sciupafemmine… Passano solo poche ore e, nei Quartieri Spagnoli di Napoli, viene uccisa Patrizia, il più bel femminiello della casa da gioco e di piacere della signora Candida. Due mondi lontanissimi, due casi diversi. Oppure no? Indaga Annaluce Savino, spregiudicata cronista locale avvezza alle luci e alle ombre del bel mondo ischitano. Indaga il commissario Baricco, affascinante torinese trapiantato tra le insidie della malavita napoletana. E inaspettatamente le loro ricerche si intrecciano e si rincorrono, facendo scintille…
Un giallo che è una festa dei sensi: la luce dell’estate del Sud, il respiro cupo della «città sotto la città», i profumi e le voci del mondo inquieto delle donne. Perché la Napoli di Piera Carlomagno è femmina, tra signore dell’alta società, ragazze perdute, madri e sorelle di camorra e seduttrici che non hanno paura di rischiare. Femmina e irresistibile. Femmina e affamata. Femmina e vendicativa. E non concede quiete né certezze, fino allo sconcertante finale.
“Sa Annaluce? Le famiglie, per quanto importanti, articolate, pubbliche, sono ostaggio dei singoli componenti, restano cristallizzate nelle convinzioni di ognuno di loro. Finché non accade qualcosa a sconvolgere questo equilibrio.”

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© Letteratitudine

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