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IL GIARDINO DI ELIZABETH di Elizabeth von Arnim (un estratto)

dicembre 14, 2017

Pubblichiamo un estratto del romanzo IL GIARDINO DI ELIZABETH di Elizabeth von Arnim (Fazi editore – Traduzione di Sabina Terziani)

(Dalla scheda del libro) In fuga dall’opprimente vita di città, l’aristocratica Elizabeth si stabilisce nell’ex convento di proprietà del marito, un luogo isolato e carico di storia in Pomerania. A vivacizzare le giornate della signora ci sono le tre figlie – la bimba di aprile, la bimba di maggio e la bimba di giugno –, le amiche Irais e Minora, ospiti più o meno gradite con le quali intrattiene conversazioni brillanti e conflittuali, sempre in bilico fra solidarietà e rivalità femminile, e poi c’è lui, l’Uomo della collera, «colui che detiene il diritto di manifestarsi quando e come più gli piace». Ma soprattutto c’è il giardino, una vera e propria oasi di cui Elizabeth si innamora perdutamente. Estasiata dalla pace e dalla tranquillità del luogo, trascorre le ore da sola con un libro in mano, immersa nei colori, nei profumi e nei silenzi, cibandosi soltanto di insalata e tè consumati all’ombra dei lillà. Mentre le stagioni si susseguono, Elizabeth ritrova se stessa, i suoi spazi, i suoi ricordi e la sua libertà. Una storia che ha molto di autobiografico narrata da una donna più avanti del suo tempo: una donna di mondo coraggiosa e irriverente che parla a tutte le donne di oggi. Uscito per la prima volta nel 1898 in forma anonima, “Il giardino di Elizabeth”, primo romanzo di Elizabeth von Arnim, ebbe da subito un successo clamoroso. Presentato qui in una versione integrale fino a ora inedita in Italia, è un romanzo del passato che colpisce per la sua modernità.

 

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Un estratto del romanzo IL GIARDINO DI ELIZABETH di Elizabeth von Arnim (Fazi editore – Traduzione di Sabina Terziani)

14 maggio

 

Oggi me ne sto a scrivere sulla veranda con le tre bambine che mi ronzano attorno scatenate, insistenti più delle zanzare. Trenta piccole dita che s’infilano dappertutto finendo anche nel calamaio, ma le cui proprietarie sono state consolate persino quando avrebbero meritato una ramanzina. Come si fa a rimproverare tre cuffiette tanto mogie e contrite? Non vedo altro che un turbinio di cuffiette, grembiuli e calzette nere che corrono di qua e di là.
Le tre bimbe, la loro paziente bambinaia, io, il giardiniere e il suo aiutante siamo le uniche persone che entrano nel mio giardino, ma neppure ne usciamo mai, devo dire. Il giardiniere è qui da un anno, e il primo di ogni mese si licenzia; finora sono riuscita tutte le volte a convincerlo a restare. Anche due settimane fa si è presentato e, con espressione determinata, ha annunciato che a giugno se ne sarebbe andato; la decisione era presa e nulla avrebbe potuto cambiarla. Secondo me, di giardinaggio non ne capisce molto; se non altro è capace di zappare e annaffiare, e alcune delle cose che semina poi spuntano, così come crescono alcune delle piante che mette a dimora. Inoltre non conosco nessuno che possieda una tale costanza e solerzia nel lavoro, unite a una totale mancanza di curiosità per quello che facciamo in giardino. Per questo ho cercato di trattenerlo: non so come possa essere colui che lo sostituirà. Una volta gli ho chiesto cosa avesse da lamentarsi, e lui mi ha risposto: «Nulla», perciò ne ho concluso che ce l’ha con me a causa della mia eccentrica predilezione per le piante disposte in gruppo piuttosto che in filari. E forse non gli piacciono nemmeno i libri di giardinaggio che a volte gli leggo mentre pianta o semina varietà nuove. Pensavo che, essendo io stessa inesperta, fosse più semplice portare il libro da lui invece di spiegarglielo, così avrebbe attinto alla fonte del sapere a piccoli sorsi mente lavorava. Mi rendo conto di averlo irritato con il mio comportamento, ma solo l’ansia di non perdere un anno intero per via di uno stupido errore mi ha dato il coraggio di farlo. A volte, nascosta dietro al libro, mi viene da ridere della sua espressione disgustata e vorrei che ci scattassero una fotografia per poterla rivedere tra vent’anni, quando il giardino sarà un tripudio di bellezza e io avrò imparato a conoscerlo a fondo, così mi ricorderei dei miei primi felici sforzi e dei fallimenti.
Per tutto il mese di aprile il giardiniere ha trapiantato le piantine perenni che avevamo seminato in autunno, andandosene in giro con un lungo pezzo di spago a tracciare linee parallele lungo le bordure; linee di un’esattezza meravigliosa che irreggimentano le poverine come soldati in parata. Un giorno, mentre ero via, ha fatto due lunghe bordure, e quando gli ho spiegato che la terza l’avrei voluta con piante raggruppate e non in fila perché preferisco un effetto naturale senza che si vedano chiazze di terra, ha assunto un’espressione ancora più cupa e disperata del solito. Dopo sono andata a controllare e ho visto che aveva piantato, ai lati di un vialetto dritto, due file composte di cinque piante in sequenza: cinque dianthus, poi cinque violaciocche antoniane; dietro a queste, cinque dianthus, alternando dianthus e violaciocche a scacchiera, con piante diverse per colori e dimensioni fino in fondo al vialetto. Di fronte alle mie proteste, ha detto che si era limitato a eseguire i miei ordini sapendo che l’effetto non sarebbe stato buono; perciò ho ceduto, e le bordure rimanenti le ha eseguite secondo lo schema delle prime due. Prima di farle estirpare stiamo a vedere cosa uscirà fuori questa estate; ai principianti conviene essere umili.
Se solo potessi zappare e piantare io stessa! Oltre al fatto che è un’attività affascinante di per sé, quanto diventerebbe facile scavare i buchi proprio dove li voglio e metterci le piante che preferisco anziché impartire ordini che vengono capiti a metà se mi allontano dalle linee segnate da quel lungo pezzo di spago! Nell’esaltazione iniziale per il possesso esclusivo di un giardino, e nell’impazienza ardente di far fiorire come una rosa il deserto desolato, una tiepida domenica d’aprile dell’anno passato, mentre la servitù era a tavola e il giardiniere assente per via del giorno e dell’orario, sgattaiolai fuori con una vanga e un rastrello e mi misi a scavare freneticamente una buca, frantumando le zolle per seminare ipomee clandestine. Accaldata e colpevole rientrai in casa di corsa e mi fiondai in poltrona dietro a un libro assumendo un’aria languida appena in tempo per avere salva la reputazione. Perché me ne vergogno? Non è un certo un’attività elegante e fa sudare, benché sia un lavoro benedetto, e se nel Paradiso terrestre Eva avesse avuto una vanga e la capacità di usarla, ci saremmo risparmiati la vicenda incresciosa della mela.
Che donna felice sono! Vivo in un giardino, con libri, bambine, uccelli, fiori e un sacco di tempo a disposizione per godermeli. Tuttavia, i miei conoscenti che vivono in città mi vedono prigioniera, sepolta in campagna e chissà cos’altro, tanto che, se toccasse loro una vita come la mia, si sentirebbero condannati e urlerebbero a squarciagola da mattina a sera. A volte mi sembra di essere più fortunata dei miei pari, perché so trovare la felicità così facilmente. Credo che se il sole splendesse sempre sarei sempre buona, e persino in Siberia riuscirei a godermi la vita se la giornata fosse bella. La vita di città può forse offrire piaceri paragonabili al diletto di una qualsiasi tranquilla serata di maggio, trascorsa da sola davanti alla veranda con il profumo dei giovani larici e la luna che sfiora la cima dei faggi, nel meraviglioso silenzio reso ancora più profondo da un lontano gracidio di rane e dal chiurlare dei gufi? Un maggiolino che sfreccia ronzando vicino al mio orecchio mi dà un brivido di piacere perché mi ricorda estati ormai passate, e di paura perché non voglio che mi si impigli nei capelli. L’Uomo della Collera sostiene che i maggiolini sono creature funeste e dovrebbero essere eliminati; io invece preferirei che l’eventuale ecatombe avvenisse alla fine dell’estate, per non escluderli da un mondo così bello proprio quando inizia il divertimento.
È stato un pomeriggio movimentato. La mia bambina più grande, nata in aprile, ha cinque anni; la più piccola, nata a giugno, ne ha tre: il lettore perspicace saprà quindi indovinare l’età della bimba di mezzo, nata a maggio. Mentre ero china su un gruppo di altee che crescono in cima all’unico abbozzo di collinetta presente nel giardino, la bimba di aprile, che fino a quel momento se ne stava seduta tutta pensierosa sul ceppo di un albero lì vicino, è schizzata in piedi e ha cominciato a correre all’impazzata, gridando e torcendosi le mani come in preda al terrore. L’ho guardata a bocca aperta chiedendomi che cosa le fosse preso; poi ho visto che un vero e proprio esercito di vitelli, che stavano pascolando in un campo confinante con il giardino, erano riusciti a passare attraverso la siepe e stavano brucando pericolosamente vicino alle mie rose tea e alle mie preziosissime piante. Insieme alla bambinaia siamo riuscite a scacciarli, ma ormai una bordura di dianthus e gigli era tutta crudelmente calpestata, un’aiuola di rose della Cina era piena di grandi buche e avevano persino cominciato a mangiucchiare una Clematis Jackmanii che sto cercando di convincere ad arrampicarsi su per un albero. Si dà il caso che il mio tetro giardiniere sia a letto malato e il suo aiutante sia impegnato nei vespri – nella Germania luterana il tè delle cinque, o qualcosa che gli somiglia, lo chiamano così –, perciò le buche le ha riempite la bambinaia, come meglio poteva, con del terriccio, interrando le rose schiacciate e straziate, defraudate per sempre di ogni speranza di gloria estiva, mentre la guardavo avvilita. La bimba di giugno, un soldo di cacio con l’ardimento di un’adulta, ha afferrato un bastone più grande di lei ed è corsa dietro ai vitelli. Siccome il bovaro non si vedeva da nessuna parte, si è piazzata davanti alla mandria agitando il bastone mentre le bestie schierate la fissavano con espressione stupita. Le ha tenute a bada finché un uomo della fattoria è arrivato con una frusta e ha punito il bovaro che se ne stava appisolato all’ombra. Costui è un ragazzone impacciato, molto più grosso dell’uomo che lo picchiava, ma si è preso il castigo senza battere ciglio, come se la punizione facesse parte della giornata lavorativa. Può darsi che non abbia sentito niente, con le brache di cuoio che indossava, e credo che meritasse le botte; tuttavia per un giovanotto grande e forte come lui, e senza cervello, deve essere un lavoro deprimente starsene tutto il giorno a sorvegliare mucche. Solo chi sia provvisto dell’immaginazione di un poeta può farlo di mestiere.
Di ritorno dalla nostra impresa, la bimba di giugno e io siamo state accolte dalle altre due con mille abbracci come se fossimo scampate a un grave pericolo; poi, mentre bevevamo il tè tranquille all’ombra del faggio, ho lanciato un’occhiata casuale al verde intrico delle foglie e, su un ramo proprio sopra alla mia testa, ho notato un gufetto appollaiato. Sono salita sulla sedia e l’ho catturato senza difficoltà perché non sapeva ancora volare. Come potesse trovarsi su quel ramo è un mistero. È una pallina di piume grigie, con la faccia più bizzarra, saggia e solenne del mondo. Poverino! Avrei dovuto lasciarlo libero, ma la tentazione di tenerlo finché l’Uomo della Collera non lo vede – adesso è in viaggio – era irresistibile, tanto più che lui stesso ribadisce sempre quanto gli piacerebbe avere un gufetto per addomesticarlo. Perciò l’ho messo in una gabbia spaziosa che ho appeso a un ramo vicino a quello su cui era appollaiato, certamente non distante dalla madre e dal nido. Ci siamo sedute per continuare con il nostro tè, e lì per lì non ho notato altri due batuffoli di piume tra l’erba alta: persino da quella breve distanza sembravano montagnole di terra erette dalle talpe. Li abbiamo subito messi insieme al fratellino in gabbia. Ora, quando l’Uomo della Collera tornerà a casa sarà accolto non soltanto da una moglie ornata dai sorrisi di prammatica ma troverà anche i tre gufetti che ha sempre desiderato. Certo, mi sembra una cattiveria sottrarli alla madre, ma so che presto li lascerò liberi, forse la prossima volta che l’Uomo della Collera partirà per un viaggio. Ho messo una ciotolina d’acqua nella gabbia, anche se immagino che non abbiano mai assaggiato l’acqua se non dalle gocce di pioggia sulle foglie del faggio e che tutti i liquidi indispensabili li ricavino dai topi e dagli altri bocconcini prelibati di cui i genitori amorevoli li riforniscono. Ma l’idea delle gocce di pioggia è più carina.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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Elizabeth von Arnim, nata col nome di Mary Annette Beauchamp a Kiribilli Point, in Australia, da una famiglia della borghesia coloniale inglese, era cugina della scrittrice Katherine Mansfield. Visse a Londra, Berlino, in Polonia e infine negli Stati Uniti. Si sposò due volte – entrambi matrimoni infelici – ed ebbe cinque figli, fra i cui precettori ci furono E.M. Forster e Hugh Walpole. Fra un matrimonio e l’altro, fu l’amante di H.G. Wells. Fu una scrittrice molto prolifica e di grande successo. Fazi Editore ha pubblicato Un incantevole aprile nel 2017.

 

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© Letteratitudine

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