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RELIGIOSITÀ IN NIETZSCHE di Francesco Roat

dicembre 18, 2017

RELIGIOSITÀ IN NIETZSCHE di Francesco Roat (Mimesis edizioni)

Francesco Roat ha pubblicato i testi narrativi: Tra-guardo (Argo), Una donna sbagliata (Avagliano), Amor ch’a nullo amato (Manni), Tre storie belle (Travenbooks), I giocattoli di Auschwitz (Lindau), Hitler mon amour (Avagliano) – ed i saggi: L’ape di luglio che scotta. Anna Maria Farabbi poeta (LietoColle), Le Elegie di Rilke tra angeli e finitudine (Ed. alphabeta), La pienezza del vuoto. Tracce mistiche negli scritti di Robert Walser (Vox Populi), Desiderare invano. Il mito di Faust in Goethe e altrove (Moretti&Vitali), Il cantore folle. Hölderlin e le Poesie della torre (Moretti&Vitali). È appena uscito in libreria un nuovo saggio di Francesco Roat dal titolo molto suggestivo: “Religiosità in Nietzsche” (Mimesis edizioni). Il saggio risponde alla seguente domanda: è assurdo pensare che in Nietzsche sia presente un afflato religioso? Roat crede di no, ritenendo anzi che dai testi di Nietzsche emerga una spiritualità analoga a quella dei mistici d’ogni tempo e luogo. Soprattutto lo Zarathustra sembra mettere in luce una tale prospettiva.

Ne parliamo, qui di seguito, con l’autore e pubblichiamo due estratti del testo…

F. Roat legge<<Perché mettersi a scrivere un ennesimo saggio su Nietzsche, dopo i moltissimi che sono stati pubblicati intorno al filosofo tedesco più discusso al mondo? Per sottolinearne un aspetto non sufficientemente indagato ma, a mio avviso, fondamentale>>, racconta Francesco Roat a Letteratitudine. <<Appunto quello della religiosità in Nietzsche. Qualcuno potrebbe tuttavia obiettare che sia quantomeno azzardato parlare di religione in un autore che ha proclamato la morte di Dio. Bisogna però intendersi su cosa tale frase comporti. Essa certo significa che il Nostro non crede in alcuna forma di teismo e nemmeno alla metafisica con l’iniziale maiuscola. Ma in primo luogo ‒ come tento di chiarire nel mio testo ‒ religiosità non equivale sic et simpliciter alla credenza in uno o più dèi. E sia il sì alla vita sia l’invito ad essere fedeli alla terra esplicitati dal profeta nicciano Zarathustra nel suo cosiddetto quinto evangelo mi sembra siano vere e proprie espressioni religiose. Come la poco nota sentenza di Nietzsche, secondo la quale: “religione è amore oltre di noi”.
Va inoltre considerato come la morte di Dio comporti innanzitutto quella della metafisica, intesa come la possibilità di un’idea fondativa, d’una qualche verità assoluta o certezza incontrovertibile. Tutte cose che il Nostro rifiuta. Rimane aperta invece l’eventualità di ripensare una metafisica diversa, da intendersi come apertura ad un oltre indicibile, al mistero, allo stupore di fronte alla vita e alla meraviglia dell’universo.
Da ultimo il mio saggio vuole proporre una rilettura del capolavoro nicciano ‒ Così parlò Zarathustra ‒ autentica e magistrale opera di poesia in prosa, ricca di metafore straordinarie e di personaggi felicemente ritratti; a iniziare dal protagonista: profeta di una religiosità dove la trascendenza si fa immanente e la fede/fiducia dichiarata è quella nell’esistenza e nel proprio destino, da accogliere con coraggiosa determinazione: qualsiasi esso sia>>.

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Estratti dal volume RELIGIOSITÀ IN NIETZSCHE di Francesco Roat (Mimesis edizioni)

“La religiosità comunque, e ovunque, non s’è mai limitata al teismo. Il Buddha non era legato agli dèi della tradizione induista.  Lao Tzu (Lao zi) non credeva a questa o a quella divinità. Il confucianesimo è privo di pantheon. Per cui, paradossalmente l’a-teo ‒ colui il quale è senza o, privo di riferimento a Dio ‒ può ritenersi religioso. Ad esempio quando prova stupore e ammirazione nei confronti di quel mistero che è il mondo-universo. O quando crede nel valore dell’esistenza, avendo fede in essa e mantenendosi in essa. Anche solo per questo il dionisiaco ed entusiastico alla vita espresso/auspicato da Nietzsche, a prescindere da qualunque cosa essa comporti, mi sembra testimonianza di una profonda religiosità, analoga a quella fatta propria da vari mistici. Dice peraltro bene Ronald Dworkin che ormai: “Filosofi, storici e sociologi della religione si sono espressi a favore di un resoconto dell’esperienza religiosa in cui trovasse posto anche l’ateismo religioso. (…) Perciò l’espressione «ateismo religioso», per quanto sorprendente, non è un ossimoro; la religione non è ristretta al teismo per una mera questione terminologicaˮ”.

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“Ma Nietzsche, oltre che mistico ‒ come, a mio parere, rivelano varie affermazioni dello Zarathustra, di cui tratterò oltre ‒ si può considerare homo religiosus, soprattutto per la visione che tale sua opera poetico-filosofica mette in luce. Si pensi appena alla metafora o al mito (nel senso più autentico/pregnante del termine, se consideriamo che mythos è parola/narrazione poeticamente autorevole e fededegna) dell’eterno ritorno, o a quella/o della volontà di potenza; per non parlare dello spirito profetico che promana dalla figura di Zarathustra, che intende senza ombra di dubbio rivelarsi quale annunciatore di un inedito, quinto vangelo, da contrapporre ai quattro cristiani. Il suo è un autentico kerigma, l’annuncio di un nuovo modo di porsi nei confronti del mondo, degli avvenimenti, del Dio giudaico-cristiano ‒ che il Nostro definisce morto: cioè ormai scomparso dall’orizzonte della tarda modernità ‒ e dell’uomo stesso.
Certo, la religiosità di Nietzsche è laica: niente ha a che fare con la fede in questo o quel credo dottrinale, piuttosto il suo invito a mantenerci fedeli alla terra esprime una spiritualità dell’immanenza. Nietzsche aborre la metafisica, la verità con l’iniziale maiuscola; egli ritiene che ogni nostro sapere filosofico o scientifico sia solo costituito da interpretazioni; anzi l’idea di Nietzsche è che: “no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioniˮ”.

(Riproduzione riservata)

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