Home > Interviste > PIANO AMERICANO di Antonio Paolacci (intervista all’autore)

PIANO AMERICANO di Antonio Paolacci (intervista all’autore)

dicembre 20, 2017

PIANO AMERICANO di Antonio Paolacci (Morellini editore)

di Massimo Maugeri

 * * *

Antonio Paolacci  (foto accanto) è nato nel 1974 e vive a Genova. È editor e consulente editoriale. Ideatore e direttore di alcune collane di narrativa e saggistica, ha curato anche premi letterari e rassegne. Ha tenuto corsi di scrittura creativa in diverse città italiane. Dal 2014 insegna scrittura creativa alla scuola Officina Letteraria di Genova. Come autore ha scritto: Flemma (Perdisa Pop, 2007 – Morellini Editore, 2015), Salto d’ottava (Perdisa Pop, 2010), Accelerazione di gravità (Senzapatria, 2010), Tanatosi (Perdisa Pop, 2012) e Piano Americano (Morellini, 2017). Il nuovo libro di Antonio Paolacci si intitola Piano Americano ed è pubblicato da Morellini. Sulla scheda si legge una sorta di avvertimento che dice così: questo libro è un paradosso letterario: è un romanzo ma non è un romanzo, il suo autore non ha mai avuto intenzione di scriverlo e le sue pagine rivelano la verità più sincera mentendo spudoratamente.

Ne discuto con l’autore…

– Caro Antonio, partiamo dalla mia solita domanda di apertura (che riguarda la genesi del libro oggetto della “chiacchierata”). Come nasce “Piano Americano“? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?

Nasce da ragionamenti disordinati che avevo in testa da anni, e che per anni non sono stato pronto a portare su carta. Quando ho sentito che era arrivato il momento, ho capito che dovevo scrivere tutto nel modo più sincero possibile, senza smussare o camuffare niente, mettendo a nudo anche il racconto. Questo romanzo è un po’ un atto liberatorio, per me, con il quale sento di aver fatto ordine entrando nel pieno nel disordine.

– Perché hai deciso di cominciare il libro parlando del tennista Andre Agassi?
La storia del suo rapporto con il tennis sembra una metafora del mio con la scrittura. Ma c’è di più, per esempio il fatto che l’autobiografia di Agassi, essendo stata scritta con Moehringer, sia un caso molto interessante di vicende personali scritte da un altro, che le fatte proprie trattandole come una storia della sua penna. Ci sono molte ragioni che fanno di Agassi un punto di partenza ideale per introdurre Piano Americano. Quell’inizio è perciò un po’ come una palleggiata di riscaldamento tra l’autore e il lettore, prima di entrare in partita.

– Hai sostenuto: “la confusione tra realtà e finzione di cui parla il mio “Piano Americano” non è finzione. È realtà”. Cosa intendi dire con esattezza?
Ho scritto questa cosa su Facebook quando ho letto che alcuni spettatori televisivi, non molti giorni fa, hanno cercato di telefonare ai personaggi immaginari di una fiction. Non tutti sanno che ci sono persone, pur in apparenza sane di mente, letteralmente incapaci di capire la differenza tra il cattivo di un film e un criminale vero di cui parla il telegiornale. Si tratta di un problema che in questa forma colpisce solo alcuni, naturalmente, ma che nasconde parecchie sfumature intermedie dello stesso fenomeno. E Piano Americano parla di questa confusione generale, culturale in senso ampio. Nel secolo scorso la finzione narrativa ha cambiato un’intera cultura. Ha manipolato e rimodellato la nostra formazione collettiva, come anche la nostra percezione individuale, ridefinendo alcuni cardini del pensiero più basilare. Nel romanzo ho portato la questione all’estremo, formulando una teoria tanto grottesca quanto purtroppo molto verosimile (la Ur-Fiction Theory), che è forse il cuore della parte saggistica di Piano Americano. Il ping-pong tra realtà e finzione è il tema centrale del libro, che nel romanzo ho cercato di approfondire in vari modi, per offrire e offrirmi la possibilità di capirlo al di là di ogni facile semplificazione.

– “Scrivere non serve a niente” è un’affermazione forte, presente nel libro. Ti chiederei di commentarla a beneficio dei lettori di questa intervista…
Più esattamente, è un’affermazione contenuta in un libro di duecentocinquanta pagine scritte da qualcuno che sostiene, appunto, che scrivere non servirebbe a niente. Ma il paradosso non è solo un gioco letterario. Diciamo che l’utilità effettiva della scrittura viene cercata e richiesta al lettore, man mano che il romanzo ne analizza la prassi e i retroscena. La scrittura ha raccontato troppe storie edulcorate su se stessa e su chi la pratica, per cui secondo me adesso avrebbe il dovere – e senz’altro ha il diritto – di far cadere le sue stesse maschere.

– Parlaci del tuo rapporto con i personaggi che appaiono in “Piano Americano”…
I personaggi sono di tre diversi tipi. Ci sono quelli del romanzo nel romanzo, cioè Gaetano, Arianna, l’agente dei Servizi Segreti, l’uomo semi-invisibile, il professore tossicodipendente. Poi ci sono quelli del racconto di autofiction, tra i quali Paola Ronco, Maurizio Patella, Luigi Bernardi. E poi anche quelli del piano saggistico, che non sono proprio personaggi ma in un certo senso tornano nel libro proprio come se lo fossero. Parlo di Hitchcock, DeLillo, David Foster Wallace, Quentin Tarantino, Orson Welles, Charlie Chaplin. Per cui il mio rapporto con loro è molteplice. Diciamo che li conosco tutti, chi più chi meno. Uno anche in senso biblico.

– A quale genere di lettore è rivolto “Piano Americano”?
Il libro non rientra in nessuna categoria consolidata, e perciò è prima di tutto scritto per chi cerca qualcosa di diverso: non è un vero e proprio romanzo e non è del tutto un saggio, non è comico ma fa anche ridere, non è mai triste eppure può essere drammatico. Quando ho considerato il lettore ideale di Piano Americano pensavo alla sua intelligenza, alla sua capacità e voglia di incamminarsi su territori nuovi, alla sua tipologia di attenzione verso la realtà circostante. Mi sono rivolto a chi osserva con lucidità le contraddizioni e sa riconoscere la complessità di persone e cose. Non credo che il libro sia particolarmente adatto a precise fasce d’età o gradi di istruzione. Dalla sua uscita ricevo quasi quotidianamente messaggi lusinghieri da lettori di ogni età e ogni tipo, scrittori come non scrittori, persone che non hanno studiato come docenti universitari, donne anziane come ragazzini appena maggiorenni. Devo dire che per me è un fatto quasi sorprendente, ma a pensarci non è anomalo. I romanzi funzionano così da sempre. Sono sempre i lettori a definire il libro, più che il libro i lettori.

– Facciamo un salto indietro nel tempo. Cosa ti rimane della tua esperienza come direttore della collana Perdisa Pop (dove subentrasti a Luigi Bernardi)?
Ho lavorato alle varie collane di Perdisa Pop con una libertà che non molti direttori editoriali possono permettersi, riuscendo a tagliare traguardi notevoli. La sua storia si è conclusa proprio quando stava raggiungendo forse il grado più alto di attenzione da parte degli addetti ai lavori e dei lettori. L’ho lasciata però con sollievo, in verità, e un po’ con lo spirito con cui la lasciò anche Luigi prima di me, cioè con un orgoglio misto alla stanchezza personale di continuare una fatica iniqua. Dal mio punto di vista, lasciare quel marchio editoriale è stata la scelta migliore che potessi fare. Oggi mi resta quel che rimane di ogni esperienza formativa, cioè un bagaglio di certezze su come lavorare al meglio e, soprattutto, su cosa è preferibile evitare.

– Ti andrebbe di dedicare qualche pensiero a Luigi Bernardi, per ricordarlo?
Facciamo così, ti riporto una frase che ho scritto su di lui proprio in Piano Americano, perché riassume al meglio il mio primo pensiero: “Luigi mi ha insegnato, tra le molte altre cose, la violenza del pensiero lucido, mi ha insegnato che l’intelligenza non è mai confortevole, che non è arrendevole e che chi la possiede si sentirà sempre solo, ma resterà sempre imbattibile.”

Risultati immagini per valter binaghi– E di Valter Binaghi? Ti andrebbe di ricordarlo?
Valter mi ha tenuto a battesimo, come si dice. Lo conobbi quando pubblicai il mio primo romanzo. Dopo, sono stato suo editor e suo amico sincero. Ci facevamo lunghe telefonate in cui chiacchieravamo di letteratura come due amici discutono di fatti personali.

– Ci parleresti di “Progetto Santiago“?
Far nascere Progetto Santiago è stato un esperimento quasi sociologico. Ho imparato moltissimo anche da quella esperienza. Ma questa storia meriterebbe un altro libro ancora, per essere raccontata. Forse lo farò quando arriverà alla fine.

– Cosa puoi dirci sul futuro della tua scrittura? È vero che hai deciso di abbandonarla (come è scritto nel libro)? Io non ci credo, ma non vorrei aver fatto confusione tra realtà e finzione… Cosa puoi dirmi a tal proposito?
È vero in senso simbolico. Non ho abbandonato la scrittura, ma quanto c’è di malsano nel praticarla, se si capisce cosa intendo. La risposta concreta alla tua domanda è perciò no: non ho smesso di scrivere. Anzi, in un certo senso ho appena cominciato.

– L’esperienza della paternità è molto presente in “Piano Americano”. Cosa è significato per te essere padre?
Eh, caro Massimo. Per questa domanda preferisco rimandare al libro, non vogliatemene, ma la risposta è proprio lì, nelle ultime pagine, e non a caso ce ne sono volute duecentocinquanta per riuscire a scriverla.

– Progetti per il futuro?
Un paio, di cui non posso ancora parlare per questioni contrattuali, oltre che per rispetto alle altre persone coinvolte. Posso però dire che sono entusiasmanti.

Grazie mille, caro Antonio. In bocca al lupo per tutte le tue attività, presenti e future.

* * *

La scheda del libro
Piano AmericanoQuesto libro è un paradosso letterario: è un romanzo ma non è un romanzo, il suo autore non ha mai avuto intenzione di scriverlo e le sue pagine rivelano la verità più sincera mentendo spudoratamente. Questo libro parla dello scrittore Antonio Paolacci che, nei giorni in cui sta per diventare padre, decide all’improvviso di smettere di scrivere per sempre. E così anche il romanzo a cui stava lavorando non esisterà mai, eppure prenderà vita qui, con il racconto delle avventure grottesche di un manipolo di personaggi bizzarri: una coppia impegnata a realizzare uno scherzo mediatico di portata storica, un agente segreto del tutto anomalo, un intellettuale tossicomane e perfino un uomo semi-invisibile. Questo libro è una fucina d’idee, in bilico tra la narrativa umoristica e un saggio autobiografico sull’arte stessa della narrazione, tra cinema e editoria, letteratura e realtà. Questo libro è una prova d’autore che farà discutere, irriverente e funanbolico, in cui la scrittura stessa si svela e si falsifica in continuazione, ticchettando pagina dopo pagina come un marchingegno perfetto. Questo libro è una boccata d’ossigeno nel panorama letterario.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

Annunci