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POESIA CONTEMPORANEA. Tredicesimo quaderno italiano (approfondimento su Antonio Lanza)

dicembre 20, 2017

POESIA CONTEMPORANEA. Tredicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos – a cura di Franco Buffoni). Approfondimento su Suite Etnapolis: contributo del giovane poeta siciliano Antonio Lanza.

Su iniziativa di Franco Buffoni, prosegue ormai dal 1991, con cadenza biennale, la pubblicazione di una serie di quaderni di poesia italiana contemporanea per i tipi della casa editrice Marcos y Marcos. Ogni quaderno raccoglie, tra migliaia di dattiloscritti esaminati, sette nuove voci che con sensibilità, spessore ed equilibrio, rappresentino l’Italia in versi di quel particolare biennio.
Il comitato di lettura che esamina i dattiloscritti e determina la scelta dei sette giovani poeti è stato formato, fino al 2014, da Franco Buffoni, Umberto Fiori e Fabio Pusterla: dal 2015, a Umberto Fiori subentra Massimo Gezzi.

Di recente è stato pubblicato il Tredicesimo quaderno italiano, che ospita sette giovani autori di poesia italiana contemporanea – Agostino Cornali, Claudia Crocco, Antonio Lanza, Franca Mancinelli, Daniele Orso, Stefano Pini, Jacopo Ramonda – ciascuno presente con una raccolta autonoma preceduta da esauriente introduzione critica. Si tratta di sette piccoli libri di poesia racchiusi in un unico volume a illustrare le nuove scuole o tendenze della giovane poesia italiana. Il volume – a cura di Franco Buffoni – contiene le prefazioni di Antonella Anedda, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Massimo Gezzi, Fabio Pusterla, Flavio Santi, Niccolò Scaffai.

Abbiamo chiesto al giovane poeta siciliano Antonio Lanza (nato a Paternò, CT, nel 1981) di raccontarci qualcosa sulla sua Suite Etnapolis presente nel citato Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea. Segue la prefazione di Fabio Pusterla.

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di Antonio Lanza

Ho scritto Suite Etnapolis in due anni, dal 2013 al 2015. In quel periodo, poco dopo il mio matrimonio, maturavo l’impressione che la mia scrittura fosse uscita da quel limbo che è il puro esercizio, per approdare a una più consapevole necessità espressiva.
Antonio Lanza - poeta siciliano presente nel Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (edito da Marcos y Marcos)Al mattino passavo le mie sei ore e mezzo lavorative nella libreria sita all’interno del Centro Commerciale dove avevo trovato impiego all’inizio del 2011, e al pomeriggio al computer provavo a scrivere. Capitava che lavorassi alla Suite al mattino (lavoravo molto meglio al mattino) e che andassi dopo in libreria, per il turno pomeridiano. Ho scritto di Etnapolis, ho riflettuto su Etnapolis e lavorato a Etnapolis per quei due anni, senza sosta. Tenevo un bloc notes, andavo in giro per i corridoi e i negozi, osservavo, stilavo una scaletta, provavo a farmi testimone, avevo già pensato di farne un poemetto (covavo sempre progetti pretenziosi, che sistematicamente collassavano sotto il peso delle mie incapacità: corteggiavo il disastro, la sconfitta, il fallimento). Lo immaginavo suddiviso in sette parti, sette sezioni per ogni giorno della settimana. Mi ero convinto di voler scrivere di un commesso di libreria alla sua ultima settimana contrattuale prima della scadenza e del licenziamento. Doveva parlare, insomma, di me, della mia esperienza, di una condizione lavorativa sempre in bilico. Ma i negozi, nel frattempo, chiudevano. Sempre più spesso notavamo dei fogli formato A4 appiccicati alle vetrine di alcuni esercizi commerciali, in cui ci si scusava per il disagio dovuto a un inventario, a un restyling, o allo spostamento in un altro locale. Solo che il presunto inventario durava due, tre giorni; pian piano sparivano anche gli scaffali; gli scatoloni si ammucchiavano a decine sul pavimento del negozio, pronti per essere spediti ai fornitori. Infine non rimaneva neanche l’insegna. Decine di ragazzi e ragazze perdevano il lavoro. Li conoscevamo di vista o più spesso di persona per averli incrociate al bar; o erano addirittura amici. Potevamo esserci noi al loro posto. E in effetti non capivamo ancora perché loro sì e noi no. Le attività commerciali morivano così, senza clamore, con una piccola bugia stampata per decoro su un foglio A4. Ormai però era difficile ignorare che la crisi c’era. La sensazione di una fine imminente ci spaventava. Un minimo segnale, vero o presunto, ci lasciava attoniti. Lontani quei mesi di inizio 2011 quando ancora al chiosco potevamo sopportare di sentire un tipo col cane al guinzaglio e un bicchiere di seltz limone e sale in mano sproloquiare sul fatto che la crisi l’avevamo nella testa, solo nella testa. La gente adesso sembrava incattivita, nervosa, inquieta. In libreria, intercettavo nei miei confronti, o mi pareva, sguardi carichi d’odio. Sembravano tutti sul punto di tirarti un pugno in faccia o inveire. Con più frequenza di prima, vendevamo vocabolari di tedesco, frasari di tedesco, corsi di lingua tedesca a giovani che avevano deciso di partire, i biglietti già acquistati. Dicevamo loro che era un’ottima idea, per incoraggiarli. In verità, provavamo compassione. Sottovoce, ci dicevamo poi che forse, tra un paio d’anni, sarebbe stato troppo tardi per noi partire e avremmo finito per invidiare quelli che la temerarietà l’avevano avuta prima di noi, ma non ci credevamo per più di dieci minuti.
Parlare di me, quindi, non bastava. Se intendevo restituire la complessità e la catastrofe di un momento storico peculiare come quello in cui vivevo, bisognava mettere da parte l’egolalia, accogliere nei miei versi non una sola, ma una coralità di voci, le voci di vari commessi di alcuni negozi del Centro Commerciale. Il luogo doveva essere Etnapolis, che conoscevo bene. Racconta Etnapolis meglio che puoi, mi dicevo durante i due anni di scrittura, e avrai raccontato, per analogia, tutti i Centri Commerciali. Allo stesso tempo, via via che il testo prendeva forma, mi rendevo sempre più conto che scrivere di Etnapolis non era il fine, ma soltanto un mezzo, essendo Etnapolis un pretesto, solo una finestra attraverso cui guardare alla contemporaneità. Più che di non luoghi, mi convincevo che stavo raccontando del lavoro: concentrazionario, precario, sfruttato. E l’antica offesa all’uomo.
C’è il Centro Commerciale, da una parte, dall’architettura monolitica e omogenea, sempre uguale a se stesso, che tende a ripetersi, che non ammette sviluppi e impone su tutto il ciclico predominio della merce: la sua figura simbolo è il cerchio. C’è dall’altra la presenza dei personaggi che, pur trasformandosi nelle ore lavorative negli strumenti umani che rendono possibile l’inverarsi del Centro Commerciale, conducono tuttavia vite nient’affatto anonime; precarie, forse, intermittenti, discontinue, ma forti nell’appartenenza a dei luoghi e a un retroterra di affetti: la loro figura è una linea. In Suite Etnapolis per accenni racconto le loro storie, le dipano, le intreccio; le conduco a un finale di inaspettata banale miracolosa significatività.
Suite Etnapolis ha dunque una struttura poematica; si dà per accumulo, variazione, ripetizioni, ritorni, avanzamenti. Alla base, c’è la fiducia nel fatto che le parole, i versi, possano trattenere la realtà, restituirla al lettore come atto di conoscenza, di testimonianza e di resistenza. Mentre, dal 2013 al 2015 scrivevo il mio poemetto e la possibilità che la nostra libreria chiudesse i battenti si faceva sempre più concreta e, per molti aspetti, direi, auspicabile, pensavo spesso a Se questo è un uomo, la scena in cui nel campo di concentramento Levi si sforza di ricordare il canto di Ulisse dell’Inferno di Dante, a come cioè i versi possono aiutare chi è oppresso a ricordarsi nell’orrore la bellezza, a come i versi salvano e ci rendono uomini. Ho scritto per questo Suite Etnapolis. Il mese dopo averlo terminato, la libreria chiuse.

 

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«Più irreale l’Etna»:  Suite Etnapolis di Antonio Lanza

 di Fabio Pusterla

Opera prima di straordinaria potenza drammatica, il poemetto narrativo  di Antonio Lanza rappresenta, tanto vale dirlo subito,  un bel segnale circa la vitalità espressiva della giovane poesia italiana e la sua capacità di affrontare con forza la realtà più concreta e meno “poetica”, allontanandosi dai territori più tradizionalmente “lirici”. Leggendo le sette giornate che scandiscono questa discesa agli inferi del consumo e del cinismo, il primo pensiero va forse a un altro poemetto narrativo, cioè La ragazza Carla di Elio Pagliarani, che sessant’anni or sono apriva la strada lungo la quale la poesia sarebbe scesa nei suoi asettici inferni, secondo l’espressione del Sereni di Una visita in fabbrica. E del resto, retrocedendo ancora di due o tre anni, potremmo trovare proprio in Pagliarani un primo inizio di scansione del tempo su scala settimanale, nei due testi Domenica e Lunedì che apparivano in Cronache e altre poesie.  Si comincia così a delineare, se non proprio una genealogia, almeno un orizzonte di riferimento, a cui andranno ancora aggiunti almeno il nome di Giovanni Giudici e, tra i contemporanei, forse quelli di Fabio Franzin e di Francesco Targhetta.  Un orizzonte, naturalmente, che è prima di tutto linguistico e stilistico: polifonia, mescidazioni, ibridismi, tensione narrativa, riduzione al minimo del lirismo e dell’egolalia ne saranno alcune caratteristiche non marginali. Con l’avvertenza, tuttavia, che in questa famiglia di poeti concreti e materici Antonio Lanza viene ad occupare un posto particolare, come particolare è Etnapolis rispetto agli altri luoghi di lavoro e di pena esplorati dalla parola poetica. Il centro commerciale Etnapolis (lo dovremo pronunciare come parola piana, secondo la parlata corrente nel Catanese, o come sdrucciola, al pari di Minneapolis, Costantinopoli e via dicendo? Il dubbio persiste lungo l’intero poemetto, e si presta a soluzioni ritmiche differenziate; anche se Antonio Lanza preferisce generalmente la prima soluzione, volutamente scorretta, cose se la logica di Etnapòlis non potesse fare altro che negare le ragioni della lingua), uno dei più grandi d’Italia, sorge da poco più di dieci anni nel Catanese, nei pressi di Belpasso; progettato da Massimiliano Fuksas, la Città del tempo ritrovato (così, oscenamente, una delle definizioni in uso) sembra sfidare l’Etna da cui prende il nome, l’Etna che si staglia non distante ma che nei versi di Lanza sembra perdere consistenza, come tutta la realtà esterna ad Etnapolis: «più irreale l’Etna una tonalità di blu / più scura del cielo alle spalle / che Etnapolis ancora illuminata / dopo la chiusura». Ed ecco apparire la prima fondamentale caratteristica di Etnapolis: non più luogo simbolico o metonimico, piccolo o grande frammento che rinvia a un tutto industriale e capitalistico, bensì presenza totalizzante, che pretende di essere unica realtà possibile, capace di risucchiare a sé ogni cosa azzerandone il senso e traducendola in merce e in numero, ora positivo quando contribuisce al guadagno, ora negativo se si configura come ostacolo o resistenza. Nulla sembra poter sfuggire alla forza di attrazione di una logica ormai totalmente asservita al principio del consumo frenetico («acquistare è buono!»), di una «geometria / a libro paga della ferocia»; ed Etnapolis può essere dunque ogni cosa, avere ogni attributo: «vergine e pubica» la Domenica, «maschio e femmina» il Venerdì, e così via in un proteiforme turbinare di maschere, tra le quali spicca forse per forza evocativa la «maschera di lupa» che cala, con tutte le sue implicazioni dantesche, «scandendo buoni acquisti!» in una già truce Domenica, che si chiuderà con un verso davvero emblematico: «Questo / anche questo, offre funambola Etnapolis». La sintassi e il ritmo conservano memoria di un picco illustre di Sereni, il finale del primo movimento del trittico Dall’Olanda, con quel verso indimenticabile «Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam». E se Pier Vincenzo Mengaldo poteva affermare che Amsterdam  racchiude in sé la cifra degli Strumenti umani, nel suo «continuo movimento iterativo e circolare», qualcosa del genere si potrà dire di questo verso di Lanza in rapporto all’insieme del poemetto. Con qualche non piccola differenza, se il «funambolismo» di Etnapolis è tutto mirato a divorare ogni realtà umana e se «le nuove belve» di Sereni hanno ormai avuto partita vinta: come dirà Nuccio, la guardia giurata, sullo smorire del Martedì, «basterebbe che vi aggiraste / una volta per Etnapolis, spenta, spenta / come un luna park da racconto dell’horror, / per arrivare a capire di cosa viviamo». […] Tra i molti ingredienti linguistici e retorici che Lanza miscela nel poemetto (oltre a quelli già nominati, saranno da ricordare gli annunci degli altoparlanti, le interviste, e nella giornata stilisticamente più mossa di  Mercoledì, le microsezioni dedicate ai Manichini e alle Silenziose donne delle pulizie) vanno sottolineate due narrazioni mitiche, che fanno da sottofondo contrastivo all’intera rappresentazione di Etnapolis. La prima è innescata subito nella prima giornata, la Domenica, che prevede inevitabilmente la celebrazione della Santa Messa offerta «alle ore dodici» ai clienti; e il motivo religioso evoca immediatamente, ma solo per sancirne la definitiva disfatta, la sdegnata cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù. Ma Etnapolis ora è  il tempio, e un eventuale Gesù di ritorno richiamerebbe gli antichi mercanti scacciati; e d’altronde la figura del Cristo è ora presente «in oro argento vetro murano / legno d’ulivo», tramutata in soprammobile o ciondolo e comunque in merce, con «croci dal design / moderno dove è cancellata ogni scomoda / traccia di sofferenza, insonni croci / di san damiano e croci con luccicanti /swarovski». Meno ovvio il secondo riferimento mitico, preannunciato dalla misteriosa apparizione di un cervo, sul finire della giornata di Venerdì: «si aggira un cervo nei giardini!». Il cervo, che si ostina a trotterellare nei pressi di un cipresso, irrompe a sconvolgere «la conta del profitto», parlando muto un altro linguaggio, incomprensibile ad Etnapolis. È il mito di Ciparisso a fare qui capolino, con la sua mesta vicenda d’amore, d’amicizia e di lutto; mito naturalmente incomprensibile nel mondo di Etnapolis, entro il quale il cervo diventa fenomeno, motivo di curiosità, di visualizzazioni su youtube, di interviste, di preoccupazione per la Direzione, di intervento delle forze dell’ordine.
Ma cervo e cipresso sono un controcanto silenzioso, proprio come le storie individuali/collettive dei personaggi; un sommesso controcanto che inquieta Etnapolis, e lascia che un brivido si prolunghi negli androni della sua realtà che si propone assoluta, totale, e che si lascia intuire ora per quello che davvero è: cittadella atroce, iniqua eppure sotto assedio, fortilizio del consumo ormai fine a se stesso, oltre le cui mura di vetro e di metallo  pulsa ancora, negata eppure caparbia, la vita vera.

(Riproduzione riservata)

[dalla Prefazione a Suite Etnapolis contenuta nel “Tredicesimo Quaderno italiano di poesia contemporanea”, a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, 2017]

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