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IL MORSO di Simona Lo Iacono (recensione)

gennaio 3, 2018

IL MORSO di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

di Tea Ranno

È una scrittura avvolgente quella che, come fumo d’oppio, ti porta dentro Il morso, un magnifico romanzo ambientato in una terra densa di eccessi: eccessivo il sole, le voci, le voglie, le fami, i bisogni, le notti sfioccate da giorni di cui conservano ancora una certa luminosità; e densa, pure, di visioni che fanno di quella Palermo – pronta a entrare nel “folle” 1848 – una città magarica, intrisa di un bollore rivoluzionario che darà l’innesco a uno dei grandi cambiamenti della nostra Storia.
Simona Lo Iacono, sapiente dosatrice di parole e suggestioni, ci conduce con mano sicura dentro un mondo intessuto di contrasti e lo fa per mezzo di una serva, Lucia la siracusana, a cui non manca bellezza, intelligenza e sapienza, ma pure – visto appunto che siamo in tema di contrasti – un vizio, una tacca. Le capita cioè, all’improvviso, di entrare in un buio vischioso in cui la mente smette di esistere e abbandona il corpo a rantoli, sussulti, bava alla bocca, occhi rovesciati. Un sconquasso del corpo che sparge intorno a lei fama di pazzia: cos’altro potrebbe essere, altrimenti, quel suo quasi morire per poi rinascere alla luce?
Per Lucia è solo il fatto, una condizione della carne e dello spirito a cui è ormai abituata e che cerca, muovendosi con prudenza e controllando ogni gesto, di sottrarre agli occhi degli altri: “Inizia sempre con un formicolio. Poi una scossa, e la testa artigliata da corvi, mille corvi che rodono in fronte, travasano il male e la battono di destra e di mancina, e Lucia non può che dire: «Basta, basta!» ma, mentre lo dice, la prende anche un eccesso di vita che deve fuoriuscire dalle orbite, sorpassare la schiuma della bocca”.
È un disturbo che si può curare? No. Tutti palliativi i rimedi dei cattedratici che nominano il fatto in maniera astrusa e prescrivono, come cura, astensione dalla stanchezza e dai dispiaceri, digiuno, acqua di lattuga ed estratti di sinassola. Col fatto ci devi convivere, e basta. Puoi farlo diventare filosofia, capacità di vivere sul crinale in cui si sposano luce e ombra, puoi accoglierlo come ulteriore sensibilità che ti permette di comprendere meglio le sofferenze degli altri, ma non te ne puoi liberare. Dunque? Dunque fatti furba e abbi l’accortezza di chiuderti in stanze riparate per vivere in solitudine quei momenti di perdita e riconquista di te. Cosa che Lucia ha imparato a fare alla perfezione.
Ma il fatto è imprevedibile. Per quanto lei possa stare attenta e giocare d’anticipo, giunge il momento in cui il disturbo esplode in presenza altrui: contorcimenti, scotolamenti del corpo, sboffi di cenere e saliva. Atterriti, quelli la prendono a pedate, la scuotono perché dia segni di vita, ma “niente interrompe quella sua assenza fatta di dolore e scarti, in cui il corpo si lascia andare a perdere liquidi, materie, rigurgiti”. Quindi è vera la voce che la dice pazza.
È vera, sissignore. Ma più che di pazzia, si dovrebbe parlare di idiozia, babbitudine: Lucia non è pericolosa, non farebbe male a una mosca, ubbidisce agli ordini, pare contenta, non si tira indietro quando c’è da sfacchinare. E poi, e poi, ci si chiede, questa sua diversità – che la rende invisibile agli occhi degli altri – non potrebbe essere vantaggiosa quando c’è di mezzo, per esempio, una rivoluzione?
“Potremmo utilizzarla per far entrare in carcere i nostri messaggi e recapitarli ai cospiratori”, si accordano alle sue spalle. Certo, chi meglio di una stupidotta può portare generi di conforto ai carcerati? Cestelli di cibo, refe per rattoppare i panni, buone parole e missive segrete di cui la femminella non è in grado di intendere il senso. Così infatti ritengono.
E sbagliano. Perché Lucia non solo non è babba, ma sa pure leggere e scrivere, e una donna che sa leggere e scrivere è sempre pericolosa. Loro però non lo sanno e ordiscono trame che la usano come pedina di un gioco troppo più grande di lei. Un gioco che, tuttavia, non dura molto: quando amore e morte improvvisano un duetto, ogni pretesto è buono per arrangiare una soluzione di salvezza e trasformare in eroina la servetta che avrebbe dovuto restare ingabbiata nel ruolo di pedina.
Così è la vita, sembra dirci con questo romanzo Simona Lo Iacono: talvolta un difetto si trasforma in Dono perché permette l’unione tra l’intelligenza del corpo e quella della mente in una sapienza superiore che si beffa degli uomini – delle loro certezze, dei loro appetiti, dei loro inganni – e pure del dio di cartapesta a cui essi innalzano preghiere per veder soddisfatti i propri desideri.
Il Dio della siracusana non ha posticcio in faccia, parrucche, nèi, lattughe di merletti a decoro di camicie, cattedrali sontuose. Quello della siracusana è un Dio che si rivela attraverso l’amore. E per amore redime.

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La scheda del libro

Palermo, 1847. Lucia Salvo ha sedici anni, gli occhi come «due mandorle dure» e una reputazione difficile da ignorare: nella sua città, Siracusa, viene considerata una «babba», ossia una pazza. La nomea le è stata attribuita a causa del «fatto», ovvero il ricorrere di improvvise e violente crisi convulsive, con conseguente perdita della coscienza.
Il «fatto» aleggia sulla vita di Lucia come un’imminenza sempre prossima a manifestarsi, un’ombra che la precede e di cui nessun medico ha saputo formulare una diagnosi, a parte un tale John Hughlings Jackson che al «fatto» ha dato un nome balordo: epilessia. Un nome che le illustri eminenze mediche siciliane hanno liquidato con una mezza alzata di spalle.
Per volontà della madre, speranzosa di risanare le sorti della famiglia, Lucia viene mandata a Palermo a servizio presso la casa dei conti Ramacca. Un compito che la «babba» accetta a malincuore, sapendo che il Conte figlio si è fatto esigente in tema di servitù femminile. Da quando, infatti, in lui prorompe la vita di un uomo, l’intera famiglia si è dovuta scomodare a trovargli serve adatte alla fatica, ma anche, e soprattutto, agli esercizi d’amore. Stufo delle arrendevoli ragazze che si avvicendano nel suo letto, il Conte figlio è alla ricerca di una donna che per una volta gli sfugga, dandogli l’impressione che la caccia sia vera e che il trofeo abbia capitolato solo per desiderio. O, meglio, per amore.
Quando il nano Minnalò, suo fedele consigliere, gli conduce Lucia, il Conte figlio le si accosta perciò con consumata e indifferente esperienza, certo che la bella siracusana non gli opporrà alcuna resistenza. La ragazza, però, gli sferra un morso da furetto. Un morso veloce, stizzito, che lo fa sanguinare e ridere stupefatto. Un gesto di inaspettata ribellione che segnerà per sempre la vita di Lucia, rendendola, suo malgrado, un’inconsapevole eroina durante la rivoluzione siciliana del 1848, il primo moto di quell’ondata di insurrezioni popolari che sconvolse l’Europa in quel fatidico anno.
Con un linguaggio incisivo ed efficace e una prosa impeccabile, Simona Lo Iacono tratteggia una storia di struggente bellezza su un personaggio storico realmente esistito: Lucia Salvo, detta «la babba». Un personaggio femminile unico, fragile e determinato, animato da una vibrante e tesa vitalità.

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Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo Le streghe di Lenzavacche (Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.

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