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OMAGGIO A AHARON APPELFELD

gennaio 4, 2018

La scorsa notte all’età di 85 anni è morto lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, a cui dedichiamo questo omaggio.

Di seguito, un video del 2012 (tratto da Pordenonelegge) e una biografia. Approfondimenti su: la Repubblica, Il Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero

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Aharon Appelfeld (Žadova, 16 febbraio 1932 – Israele, 3 gennaio 2018) è stato uno scrittore israeliano. Nato in Bucovina del Nord, allora in Romania, sopravvissuto all’Olocausto in cui perse la madre e i nonni, riuscì a fuggire da un campo di sterminio nazista in Transnistria (territorio allora sotto il controllo della Romania) e si unì all’Armata Rossa dove prestò servizio come cuoco. Nel 1946 emigrò in Palestina, a quel tempo sotto mandato britannico. Laureatosi all’Università di Gerusalemme in letteratura, ha poi insegnato all’Università Ben Gurion del Negev.
Nonostante abbia appreso l’ebraico tardi nella sua vita, Appelfeld è diventato uno dei più importanti scrittori israeliani. Nei suoi numerosi romanzi affronta esclusivamente, in modo diretto o indiretto, il tema della Shoah e dell’Europa prima e durante la seconda guerra mondiale.
Per le sue opere ha ricevuto numerosi premi tra cui il Premio Israele, il Premio Mèdicis in Francia e il Premio Napoli in Italia. La maggior parte dei suoi libri sono pubblicati in Italia da Guanda.

L’opera più recente è: “Il partigiano Edmond (Guanda, 2017 – traduzione di Elena Loewenthal).

Nel corso della Seconda guerra mondiale, il giovanissimo Edmond riesce a fuggire da un campo di sterminio e a raggiungere alcuni partigiani ebrei che tentano di resistere all’esercito tedesco nascondendosi nella foresta ucraina. Sotto il comando del loro leader, Kamil, questo gruppo di uomini, donne e bambini lotta contro il freddo e l’estrema miseria, organizzando agguati ai danni dell’esercito tedesco e deragliamenti di treni. Perché il loro scopo non è solo quello di sopravvivere, ma è anche, e soprattutto, quello di salvare il proprio popolo e raggiungere “la vetta”, il luogo tanto geografico quanto spirituale della loro realizzazione.

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Appelfeld proveniva da una famiglia ebraica assimilata, di lingua tedesca, di classe medio alta. Il nazismo gli uccise la madre e lo divise dal padre.
A nove anni, in autunno, riuscì a fuggire nei boschi dove sopravvisse mangiando quel che gli offriva la natura. Appelfeld parlava abbastanza bene l’ucraino, era biondo e con gli occhi blu, ma nessuno voleva adottare bambini di dubbia origine. Così, fu adottato da dei criminali che lui definisce: “La mia seconda scuola” e stette con loro due anni. Questi erano persone terribili, ma in determinati momenti erano generosi. Appelfeld spiega che questa fu un’esperienza da cui apprese molto. Dai suoi veri genitori Aharon aveva imparato ad essere una persona tranquilla, ma nel periodo vissuto con i criminali aveva acquisito gli strumenti per capire gli esseri umani. “Lì ho imparato la generosità, l’odio, la brutalità, tutti i sensi dell’essere umano”. Ovviamente questi criminali lo picchiavano, ma Appelfeld ripensandoli prova comunque calore nei loro confronti. “Non tutti i criminali sono veri criminali”.
Appelfeld dovette custodire il segreto di essere ebreo e di essere circonciso per non essere ucciso.

Nel 1946 Aharon Appelfeld si ritrovò sulla spiaggia di Napoli, dopo il nazismo, il campo di sterminio, i boschi, “la scuola dei criminali”. Rimase in Italia per tre mesi: “La mia prima terra promessa”. Partì quindi per Israele. Aveva 14 anni.

Lì iniziò a lavorare in un kibbutz e iniziò a imparare l’ebraico. Cominciò allora, nelle ore in cui non lavorava, a studiare la Torah, che lo affascinò subito. Nella Torah Appelfeld trovò una capacità di cui non si può fare a meno nella vita: il pensare e il sentire quello che si fa. La Torah fu, per lui, un veicolo per avere un concetto del mondo e diventare un ebreo. Imparò dunque cosa significa essere ebreo, che tipo di obblighi comporta e questa fu per lui una grande gioia perché “senza significato la vita è una disperazione”. “Chi ha vissuto l’olocausto finisce per diventare cinico, egocentrico”. Egli si era reso conto del pericolo che correva e tramite la Torah si batté contro questo pericolo.

La scrittura restituì ad Appelfeld i propri nonni, il silenzio della loro casa, i suoi genitori. Grazie alla scrittura sentì di avere una famiglia e questo gli ridiede la fiducia nella vita. Nello scrivere Appelfeld ritrova i dettagli e dunque l’autenticità. “La regola degli scrittori dev’essere: la buona arte deve avere una importanza universale”.

(Fonte: Wikipedia)

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