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SODOMA di Pasquale Vitagliano

gennaio 4, 2018

SODOMA di Pasquale Vitagliano (Castelvecchi) – incontro con l’autore e pubblicazione di un estratto del romanzo

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Pasquale Vitagliano è nato a Lecce nel 1965 e vive a Terlizzi (BA). Lavora nella Giustizia. Giornalista e critico letterario per riviste locali e nazionali, ha scritto per «Italialibri», «Lapoesiaelospirito», «Reb Stein», «Nazione Indiana», «Neobar», «Nuovi Argomenti», «Diva e donna». Ha pubblicato: A Sud del Sud dei Santi. Sinopsie, Immagini e forme della Puglia poetica (a cura di Michelangelo Zizzi), le raccolte poetiche Amnesie amniotiche, Il cibo senza nome, Come i corpi le cose, Habeas Corpus, 11 apostoli, poesie sul calcio. Nel 2016 è tra i segnalati del premio giornalistico «Michele Campione», promosso dall’Ordine dei Giornalisti della Puglia.

Il suo nuovo romanzo si intitola «Sodoma» ed è pubblicato da Castelvecchi.

In Sodoma si raccontano le vicende di un ospedale pugliese, dalla fine degli anni Sessanta a oggi, la sua evoluzione e il suo declino, attraverso scelte amministrative, scientifico-tecnologiche e soprattutto politiche, che lo portano ad essere negli anni Settanta-Ottanta una delle strutture più avanzate ed efficienti del Sud Italia e non solo, e a segnarne poi anche il forte ridimensionamento e la degenerazione nel malaffare, con gravi ripercussioni nel tessuto economico e sociale del territorio. La storia dell’ospedale si intreccia quella della famiglia Adessi, formata da Felicita, ostetrica del reparto più all’avanguardia dell’ospedale, suo marito Pasquale, maresciallo della Marina, che muore in un incidente stradale proprio mentre la moglie dà alla luce il loro secondo figlio. E poi c’è Eleonora, una donna fredda, anaffettiva, con grossi disturbi alimentari, una figlia adottiva che non conosce fino in fondo il suo passato: possiede una finta laurea in Ginecologia che le permette di lavorare abusivamente per sette anni, finché non sarà smascherata e denunciata.

Abbiamo incontrato l’autore per discuterne.

– Pasquale, come è nato il romanzo?
Risultati immagini per pasquale vitagliano sodoma“Scrivere un romanzo è un’impresa architettonica. Dunque, è molto complessa. Il mio rapporto con questa forma espressiva è di grande umiltà. Ho pensato di cimentarmi con esso solo quando ho avuto delle storie da raccontare e ho ritenuto che avessero una legittimazione per il lettore. In questo senso Sodoma è un piccolo romanzo “storico”. Racconta di noi e della nostra civiltà. Da anni, anche con la poesia, leggo, rifletto e scrivo intorno al tema del “corpo”. Credo che come l’ “anima” per il medioevo, il corpo sia il fulcro della nostra epoca. E un ospedale ne rappresenta la “cattedrale”. Ho così avuto l’idea di raccontare le vicende di un ospedale in una provincia del Sud. Questi fatti, dal boom negli anni ’70 fino al declino e alla chiusura in seguito alla crisi finanziaria, diventano il paradigma della “sanità” nazionale. La scelta del titolo è venuta in modo naturale. Se il romanzo, infatti, è un’ “epica del corpo”, la tutela del proprio corpo assume i tratti di un presidio estremo della propria umanità contro il dominio e la sotto-cultura della “sodomia”. Il riferimento è letterale, alla pratica sessuale quale modello di sopraffazione, ma anche e principalmente biblico, al peccato collettivo contro il dovere di ospitalità dell’altro e il diritto alla agibilità del proprio corpo”.

– Qual è il contesto e l’ambientazione?
“Siamo in una provincia del Sud, in uno dei tanti comuni densamente abitati della Puglia. La storia parte dagli anni ’60 con l’apertura dell’Ospedale e prosegue per oltre trent’anni, fino ai giorni nostri. Dunque, siamo al Sud, in provincia, nelle pieghe della storia d’Italia, lontani dal centro della nazione, ma non marginali, in un punto di osservazione particolare e insieme emblematico. Allo stesso tempo il racconto ci porta dentro il “mondo” dell’ospedale, un vero e proprio “regno” a se stante, sistema autonomo di relazioni e dinamiche singolari. La nascita e lo sviluppo di questo “stabilimento” del corpo traccia il passaggio dal borgo contadino alla cittadina moderna. Questo è anche uno snodo di civiltà: il medico, ma soprattutto la cura medica, assume la stessa diffusione capillare che si riscontra con la presenza della carne nell’alimentazione. Non farsi mancare le medicine e mangiare ogni giorno carne assurgono a segno di prosperità ma si rivelano preludio e sintomo della futura decadenza”.

– Come hai sviluppato la narrazione e i personaggi?
“La narrazione si sviluppa per centri concentrici, ricorrendo a variazioni meta-letterarie che si innestano nella trama con richiami ad altre storie letterarie, cinematografiche, giornalistiche. Ciascuno di queste variazioni potrebbe avere un proprio sviluppo autonomo, ma ho preferito contenere la scrittura dentro la sintesi essenziale del romanzo “breve” Il nucleo base dei personaggi è autobiografico ma sempre per necessità narrativa: non saprei  raccontare di cose sconosciute. L’ossatura dei fatti realmente accaduti, ma tra loro assemblati diversamente, è tenuta insieme dentro un corpo compiutamente di fantasia. Questo conferma che la letteratura  è sempre autobiografica, ma allo stesso tempo ogni racconto dei fatti tradisce la loro realtà. I protagonisti della storia sono Marco e Chiara, amanti e insieme antagonisti. Lei è l’unico personaggio positivo, direi persino “eroico”, che nella lotta maschi-contro-donne soccombe, eppure protegge e conserva per intero la sua umanità e femminilità; lui invece è un anti-eroe negativo, che vince su tutti e su tutto, grazie alla sua passività minerale e alla sua potenza camaleontica, uomo-tipo della contemporaneità”.

Di seguito, un estratto del romanzo.

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Un estratto di SODOMA di Pasquale Vitagliano (Castelvecchi)

III

I reparti degli ospedali oggi sono colorati. In cardiologia trovo spesso il blu. Nei reparti dove si partorisce il rosa o il celeste. Dove sono ricoverati i bambini il verde chiaro o l’arancio. Il giallo è il colore delle sale di attesa. Non sono sicuro che questi colori vengano scelti secondo i criteri della cromoterapia che è una tecnica della medicina ayurvedica, la quale associa ciascun colore ad un punto di energia, chiamato chakra. Questi punti sarebbero sette come i colori dell’arcobaleno, e ciascuno influirebbe su un particolare organo, tre della parte superiore del corpo, quattro di quella inferiore. Il blu e l’indaco non corrispondono al cuore, ma rispettivamente alla gola e all’occhio. Il rosa e il celeste non esistono perché non sono colori principali. Al cuore corrisponde il verde. Mentre non ho trovato a quale organo corrisponda l’arancio, che è legato all’acqua e alla sessualità. Insomma, non vi ho trovato molta corrispondenza in base alla mia esperienza. A parte, forse, il giallo, che corrisponde al plesso solare ed è legato al fuoco. Non so dire perché, ma ho come l’impressione che qualche legame con l’attesa ci sia. Quanto al rosso, per me è solo il colore del pronto soccorso. Non c’è il bianco. Eppure, se immagino un ospedale è questo colore che mi viene in mente. In origine gli ospedali erano infatti bianchi, come i camici, come le tonache delle suore. Ospedali, chiese, carceri, asili, in passato, questi istituti, pur nelle loro grandi differenze, avevano qualcosa che li accomunava. Era il colore bianco. Questo colore lo associo all’uovo, benché di bianchi non se ne vedano quasi più, ed un uovo bianco, chissà perché, gli ebrei lo associano alla morte.
Non è che uno vuole essere banale. La pianta di questa cittadina vista dall’alto sembra un cuore spaccato in due da un’arteria lunga e diritta. E’ solo questione di forme, di simboli e significati. Questo è ciò che sembra dal cielo. Se si volesse usare un po’ di fantasia in più, potrebbe sembrare la testa di un spermatozoo. Ma già sarebbe una forzatura. O addirittura la forma di un culo. A questo punto, in questo modo, avremmo cambiato del tutto registro. Invece la forma più visibile è quella di un cuore spezzato, come nell’iconografia più tradizionale del cuoredigesù.
In questa città il padre di Felicita era un barbiere, lavoro importante allora. Quello di Pasquale era macellaio, lavoro ricco. La sua era stata la prima macelleria in città, aperta in pieno centro: la Macelleria del Corso, appunto. Era una bottega lussuosa come una gioielleria. Pochi infatti dopo la guerra si potevano permettere di mangiare carne in giorni diversi dalla domenica. La carne era per i ricchi. E Nunzio il macellaio se la godeva tutta, la pregevolezza della sua merce. Persino il barbiere-denitista-scrivano-musicista gli era da meno. Al punto da considerare un impoverimento il matrimonio di suo figlio il maresciallo con la levatrice, che se fosse stata di buona famiglia non avrebbe avuto il pallino di imparare un mestiere. Devo però ammettere che Pasquale non cedette alle pressioni del padre. Si sposò, malgrado il volere dei suoi genitori, per ripicca questi si rifiutarono di partecipare alla cerimonia. Poi, lui e Felicita fuggirono via per avere il tempo e la tranquillità a far nascere Chiara, lontana da pettegolezzi e maldicenze. Tanto nessuno avrebbe poi creduto che fosse nata settimina.
“Quest’anno bisogna votare il partito della bistecca” sostenne Nunzio nel 1953. Non solo lo votò ma tentò di crearne una cellula anche nel suo paese, alleandosi al partito dell’Uomo Qualunque. Purtroppo non ci riuscì per l’opposizione dei monarchici che allora erano ancora forti in una città nella quale al referendum del 2 giugno avevano votato in maggioranza per i Savoia. L’idea della bistecca non l’aveva inventata il macellaio. Proprio in quell’anno Corrado Tedeschi, l’editore che aveva portato in Italia l’enigmistica, aveva fondato a Firenze questo partito, che veniva anche chiamato partito nettista, dal nome della pubblicazione che aveva fatto la sua fortuna, la N.E.T., Nuova Enigmistica Tascabile. Il suo simbolo era un vitello, e il punto principale del programma elettorale era l’erogazione a ogni cittadino di una bistecca al giorno. Il partito si presentò davvero alle elezioni politiche del 7 giugno 1953. Prese 4305 voti validi. Per Nunzio non si schiuse alcuna inaspettata carriera politica. Ma ne ebbe molta pubblicità per la sua bottega. Insomma, episodi grotteschi sono sempre accaduti. Ci manca la visione d’insieme per poterli tenere insieme. Per questo ogni volta che accadono li percepiamo inediti ed estremi. Se in quell’anno fu fondato il partito della carne, nel 1987 Ilona Staller, una pornostar famosa col nome di Cicciolina, entrò in parlamento con 20.000 voti di preferenza. Nel 1991 fondò con Moana Pozzi il Partito dell’Amore. I due partiti avevano qualcosa in comune, non solo erano entrambi surreali e poco presentabili, in modi diversi, entrambi parlavano di carne e di corpi. La differenza fu che Cicciolina diventò deputata della repubblica italiana.
Le date sono importanti. Nel 1952, un anno prima delle elezioni in cui si presentò il neonato partito della carne, esce il film Due soldi di speranza di Renato Castellani. Il momento centrale della storia è quando il protagonista, un giovane comunista in cerca disperata di lavoro, va a lavorare a Napoli presso la casa della signora Flora, proprietaria di una catena di cinema. Il suo compito è quello di fare la spola da una sala all’altra per portare le pizze dei film. Questo però è l’impiego ufficiale. Ce n’è un altro, più intimo e redditizio. Vende il proprio sangue per donarlo al figlio della signora, che ha bisogno di continue trasfusioni. Flora non è affatto una sfruttatrice. Lui deve fare sangue. E lei lo rimpinza quotidianamente di bistecche. Una vera e propria manna divina. Lui fa sangue. Ma a Flora, vedova in apparenza rassegnata, il sangue ribolliva. Non solo dunque venne trasfuso il sangue. Lo scambio fu anche carnale. In ogni senso.

“Porterò al nostro ospedale l’americano” don Michele ruppe il silenzio. Spesso andava a trattenersi nella barberia di Fedele, il padre di Felicita. Ormai anziano, gli aveva trasmesso la passione per l’opera lirica. “Certo che l’ospedale può essere per noi una grande ricchezza” replicò il barbiere mentre radeva i capelli ad un cliente. “Se tutti quelli che comandano facevano gli interessi del popolo, che grande nazione dovevamo essere” aggiunse meccanicamente. Era sincero. Stimava don Michele e poi doveva a lui se sua figlia era stata assunta nell’ospedale. Qui infatti lavoravano i figli dei lattanziani. Mentre i figli dei morotei lavoravano al comune. I figli dei comunisti dovevano emigrare se non trovavano una donna Flora cui dare sangue in cambio di carne. Mentre i figli dei socialisti covavano silenziosi. Intanto da zappatori si erano inventati floricoltori e avevano cominciato a mettere i soldi sotto la mattonella della cucina. Le differenze tra morotei e lattanziani non si fermavano a questo. I democristiani morotei per esempio erano comunisti mancati un po’ per ignavia e un po’ per comodità. I democristiani lattanziani erano uomini di destra mancati per devozione cristiana. I primi erano ipocriti. I secondi spregiudicati. Aldo Moro, salentino, in realtà, era stato un democristiano puro, che poco aveva in comune con i catto-comunisti. Eppure dopo la sua morte violenta ne divenne l’icona. Vito Lattanzio, barese, fu anch’egli, se pure in modo opposto a Moro, un puro democristiano. Quello che, almeno personalmente, non ho mai compreso è cosa c’entrasse lui con l’ospedale, visto che nella sua lunghissima carriera politica non si era occupato di salute. A parte quella di Herbert Kappler, criminale nazista che nel 1977 riuscì a fuggire dall’ospedale militare del Celio di Roma nascosto in una valigia. Don Vito dovette dimettersi, ma questo incidente non bloccò la sua carriera che durò stabilmente e lungamente fino al 1994.
Don Michele aveva la stessa figura di don Vito Lattanzio. Questa era un’altra peculiarità dei lattanziani, corpulenti e tignosi, si assomigliavano tutti. Al contrario dei morotei che si mimetizzavano perfettamente nel mondo ed era impossibile scovarli se prima non li sentivi parlare.
Don Michele e Fedele si gustavano ogni prima domenica di luglio lo spumone sotto la torre, dinnanzi alla barberia che si affacciava sulla piazza dove montavano la cassa armonica per cantare le arie operistiche. Il presidente dell’ospedale doveva ringraziare Fedele se poteva godersi questo piacere e annoverare questo vezzo nel suo curriculum di galantuomo. Il barbiere doveva ringraziare don Michele perché quell’amicizia gli dava lustro sociale. Dal labbro il canto estasiato vola, non era consueto sentire in paese un’aria del Falstaff.  Roba per orecchie sopraffini. Fedele chiuse gli occhi compiaciuto. Che soddisfazione. Li riaprì, volse il capo verso il suo discepolo. Lo colse nel gesto del capo che accompagnava la musica. Che soddisfazione. “Così sembra proprio un Falstaff” gli venne di pensare. Poi rivolgendosi a don Michele. “Questa è musica per veri intenditori”.

(Riproduzione riservata)

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