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CI SONO IO di Alessandro Savona (intervista)

gennaio 5, 2018

CI SONO IO. Un adulto, un bambino, un viaggio. Oppure un rapimento?” di Alessandro Savona (Dario Flaccovio editore)

recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Lui e Pitar non sono vincolati dal sangue. E nemmeno da uno di quei provvedimenti del Tribunale che sugellano i destini. Né l’anagrafe si è mai preoccupata di associare i loro cognomi, o qualche numero di protocollo li ha appaiati per asseverare che si appartengono. Eppure, nel viaggio che iniziano a fare insieme è come se recuperassero in una volta sola i lacci della legge e del cuore, i nodi benedetti delle intrusioni, e cioè quello che è essere un padre e un figlio.
Certo, nessuno darebbe molta fiducia a una aggregazione così. Un bambino sbilenco e un uomo che fa il volontario in una casa famiglia, due mondi affollati dalla stessa, pericolosa necessità. Amare. Ed essere amati.
Eppure, nel viaggio che intraprendono, il bambino e l’uomo diventano in qualche modo partecipi di quel mistero che è generare, se vero è che la nascita non sempre è tale la prima volta, quando si esce da un grembo di madre, e si scava dal suo corpo il cunicolo che porterà alla luce. L’uomo e il bambino vivono invece la rinascita, quella possibilità di essere generati con miglior fortuna una seconda volta, quando si è forse più pronti all’ignoto, quando si ha la bisaccia dei propositi ormai vuota, e alla paura si è sostituita l’audacia di essere felici.
Così vanno, il bimbo di cinque o sei anni, un incisivo cariato e i capelli neri che sventolano al sole, e l’uomo al volante, già consapevole di quanto sia importante, per nascere di nuovo, essere salvati.
L’auto è ammaccata e pericolante, la strada polverosa e segnata solo dall’estro del momento. Né vengono consultati navigatori, o mappe precise e geografie ancorate ai meticolosi radar di un satellite.
D’altra parte non sarà un viaggio di soli luoghi, ma di ricordi, di sogni audaci e necessari, di invocazioni di aiuto e di libertà. E sarà un viaggio tra i libri. Tra i dolori che le pagine sanno lenire, e tra quelli che nessun romanzo può consolare, ma solo aiutare a stanare.

– Chiedo dunque ad Alessandro Savona, scrittore di quel viaggio – confluito nel magnifico romanzo “Ci sono io” (Flaccovio editore): Alessandro, per parafrasare il titolo del tuo libro, ci sei tu in Pitar?

Il titolo del romanzo si presta a una duplice interpretazione della frase. “Ci sono io” può voler dire “Non preoccuparti, ti proteggo io, ci penso io”, ma anche – scavando nell’implicita domanda “Non ti accorgi di me?” – significare il bisogno umano di conferme, di attenzioni e d’amore. Nella dualità, non sempre in contraddizione, della doppia accezione direi che io sono in Pitar come chiunque creda nella forza ereditaria dei valori. Noi adulti abbiamo una grande responsabilità nei confronti dei bambini e più siamo abitati da essi, nel rispetto della nostra infanzia ormai trascorsa, più ne sentiamo il peso.

– E quanto di noi c’è nei bambini che incontriamo? In cosa siamo ancora debitori all’infanzia?
Può esserci tutto. O nulla. Dipende dal debito di riconoscenza nei confronti di questa fase della nostra vita, la più importante, la più determinante per ogni essere umano. Un’infanzia irrisolta genera uomini che devono sanare qualcosa del proprio passato. Si gioca tutto nei primi sei o sette anni di vita. Le ferite che risalgono a quell’età sono spesso le più profonde.

-Il viaggio di Pitar in apparenza si svolge su un’auto sgangherata e verso una destinazione ignota. Eppure, è diretto verso un luogo magico… qual è questo luogo? E perché è importante raggiungerlo?
L’auto sgangherata può essere metafora della vita. E’ importante il viaggio, non la destinazione, malgrado l’imperfezione del mezzo. Pitar, come tanti bambini ospiti della case di accoglienza, – in Italia i minori in attesa di adozione o di affido sono oltre 28.000 – ha bisogno di sentirsi accettato, di attestare la sua presenza, di urlare la sua fame d’amore. Nell’adulto, nel volontario quarantenne al quale si affeziona, trova uno scampolo di famiglia. Etimologicamente il sostantivo “famiglia” è imprescindibile dalla parola “casa”. Essere famiglia vuol dire abitare insieme, costituire una piccola comunità, viaggiare col sostegno l’uno dell’altro. Non è un’auto perfetta, Pitar e l’adulto sono un non-figlio e un non-padre, ma va bene per provare a raggiungere il luogo magico tanto ambito. Tutti i bambini dovrebbero avere la serenità di immaginare un luogo magico che li attende e nel quale saranno i protagonisti di una storia fantastica. Se diamo ai bambini i mezzi per sognare, sia pure ad occhi aperti e con responsabilità, comprenderanno quanto è importante provare a raggiungere quel luogo. Potranno trovarlo nelle pagine di un libro, nelle parole di un buon maestro, nelle pennellate di un quadro: allora tutto concorrerà a fare di essi dei viaggiatori unici.

– L’uomo e il bambino provengono in fondo da lunghe attese. In che modo questo tempo dilatato, e il dolore che ne deriva, riescono a cementare la loro unione?
Si può attendere un padre per un lungo pomeriggio o per tutta la vita. Nel frattempo diventiamo padri a nostra volta. E’ questo che dobbiamo capire. Il tempo è un pareggiatore di conti e anche un grande altruista.

– E, infine, caro Alessandro: il mondo dell’infanzia è ferito, segnato da cicatrici che restano indelebili. Ma forse un modo per guarire questi bambini c’è, ed è non solo amarli in tempo, ma riconoscersi nelle loro stesse ferite. Guarire i grandi, ancor prima dei piccoli?
Guarire i grandi incominciando da noi stessi, accantonando il facile giudizio, evitando le trappole insane delle aspettative e vivendo l’istante presente come il più prezioso dono concessoci.

– Grazie infinite per questo tuo libro, fatto di carta e d’amore.
Grazie per avermi dato l’opportunità di parlarne. Vorrei aggiungere che parte dei proventi del libro andranno all’AFAP, l’associazione delle famiglie affidatarie di Palermo, una onlus che promuove la cultura dell’affido tutelando i diritti dei bambini affidati, nati in famiglie che vivono un disagio sociale, e delle persone che se ne fanno carico.

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La scheda del  libro

Un adulto e un bambino di sei anni. L’adulto è un uomo alla resa dei conti con la propria vita e le incertezze sentimentali di un’omosessualità consapevole. È anche volontario, nel tempo libero, in una casa-famiglia di cui il bambino è uno degli “inquilini” in attesa di adozione. Insieme affrontano un viaggio di due giorni che prende l’aspetto di una fuga, se non di un rapimento. Li unisce l’intesa che può esservi soltanto tra un padre e un figlio. Il romanzo invita a una riflessione sul tema dell’infanzia, sulle comunità di accoglienza, sul rapporto tra genitori biologici e/o affidatari e adottivi. E su cosa sia l’amore, quando esso è negato ai bambini che spesso pagano per le colpe dei padri. Il romanzo dà anche voce ai minori che non hanno la forza di affrontare la palude burocratica nelle cui maglie si inceppa il loro diritto all’infanzia. Una corsa contro il tempo, un viaggio tra passato e presente, mentre la complicità, le risate, i dialoghi tra un non-padre e un non-figlio si intrecciano fino a un inatteso epilogo. Una lettura capace di emozionare.

 

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