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LA VITA COM’È di Grazia Verasani (intervista)

gennaio 8, 2018

LA VITA COM’È. Storia di bar, piccioni, cimiteri e giovani scrittori” di Grazia Verasani (La nave di Teseo) – intervista all’autrice

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di Massimo Maugeri

Nel nuovo ottimo romanzo di Grazia Verasani, pubblicato da La nave di Teseo e intitolato “La vita com’è“, la scrittura scorre fluida e ogni pagina è occasione di riflessioni. Il sottotitolo fornisce indicazioni sugli argomenti trattati: “Storia di bar, piccioni, cimiteri e giovani scrittori“. Si parla di scrittura, di editoria, di amore, di rapporti interpersonali, di divari generazionali e di molto altro ancora.
Ne discuto con l’autrice…

– Cara Grazia, partiamo – come sempre – dal principio. Come nasce questo tuo nuovo libro? Ci racconteresti qualcosa sulla sua genesi?
Avevo scritto alcuni post su Facebook col personaggio di Giovane Scrittore. Gli amici Simona Vinci e Beppe Sebaste mi dissero che era una buona idea di partenza per un romanzo. del resto, era da un po’ che volevo scrivere qualcosa di divertente, fuori dalle atmosfere noir della mia investigatrice Giorgia Cantini o da un romanzo malinconico come “Lettera a Dina”. L’ho scritto durante una lunga estate in città, e devo dire che c’è stata una naturalezza particolare, oserei dire inedita, che mi ha accompagnata per tutto il tempo. Mi piaceva l’idea di mettere due mondi apparentemente antitetici (due generazioni diverse) a confronto. Giovane Scrittore l’ho conosciuto davvero, poi ho reinventato la realtà per mettermi a servizio della storia. Ma la quotidianità che racconto, i bar, i miei vicini di casa, gli amici, i personaggi che popolano questo affresco di quartiere, sono ciò che di più intimo e abitudinario riempie davvero le mie giornate. Non manca anche un omaggio alle parole, ai libri che amo, ai “Maestri” che ho incontrato sulla mia strada.

– A tuo avviso che rapporto c’è, oggi, tra un social network come Facebook e la lettura e la scrittura?
Grazia Verasani, autrice di “La vita com'è” (La nave di Teseo)Io adoro Facebook. Mi piace comunicare pensieri in tempo reale, consigliare libri, film, musica, spettacoli. Quando mi piace qualcosa, la divulgo così, e scatta uno stimolante passaparola . Sono sempre di più gli scrittori che (per usare una metafora musicale) usano il social come piattaforma di “provini” a quelle che diventeranno le tracce di un disco. Penso al libro di Raimo sulla scuola, ma ce ne sono altri. Ovviamente da un romanzo ci si aspetta in primo luogo che sia scritto con una certa cura, cosa che non sempre è compatibile con la brevità di un post. Ma anche Facebook può essere un luogo di ispirazione.

– Chi è Giovane Scrittore? Ci tracceresti il suo “identikit”?
Giovane Scrittore aspira alla pubblicazione del suo manoscritto, non ha mai letto Colette o Thomas Hardy ma sa altro. Lei, scrittrice matura, ha dei punti di vista sulle cose così definiti da trasformarsi a volte in pregiudizi. E’ una donna con un bagaglio di delusioni che rischiano di incagliarla (come il piccione che fa da raccordo alla storia), e di colpo si trova davanti questo ragazzo con la sua leggerezza e le sue tante curiosità. Un’attrazione fatale in cui avviene una sorta di travaso: lui è affascinato dall’esperienza di lei, lei viene contagiata dall’entusiasmo di lui. Credo che alla fine Giovane Scrittore sia il personaggio più positivo della storia. Rappresenta molti ragazzi di oggi, che si muovono in un mondo dove spesso i rimpianti anticipano i sogni, e dove la fatica di realizzarsi tra agonismi e spazi sempre più ristretti non li rende però meno abili e resistenti. In fondo, è lui a “guarire” la protagonista dall’amarezza. Anche con quella forma d’amore speciale che si chiama amicizia.

– In epigrafe troviamo questa frase di Peter Handke: “In gioventù lo scrittore aveva sognato che la letteratura fosse il più libero di tutti i paesi…”
Perché hai scelto proprio questa citazione? E quand’è che la letteratura può definirsi “libera”?

https://i1.wp.com/www.graziaverasani.it/public/uploads/gallery/generiche/Verasani%20Grazia%2025%20bella%200k.jpgPremesso che amo Handke, e che condivido anche la sua frase “Credo a una letteratura scritta sulla pelle”, cioè alla sincerità di chi scrive aldilà delle ovvie rielaborazioni della fantasia, questa citazione mi serviva per “criticare” il mondo editoriale di oggi. E’ come se la libertà fosse confinata al mero atto di scrivere. Il resto, spiace dirlo, è in larga parte stress. Sono migliaia i libri che si stampano e sempre meno i lettori. In più, appena pubblichi, scatta l’affanno di rendere visibile il tuo libro. Sai che è solo un “prodotto” tra tanti, che andrà difeso dalla “dittatura” dei bestseller di un mercato, e una stampa, che coccolano i figli più fortunati, e non sempre quelli che più meritano. Così, l’unica vera libertà resta la tua passione per la scrittura. Riuscire a fare quello che ti piace, aldilà dei risultati, è una libertà impagabile, ed è anche l’unica forma di successo che io personalmente riconosco.

– Quali sono, secondo te, le principali differenze tra un Giovane Scrittore nell’anno 2017 e un Giovane Scrittore degli anni Ottanta o Novanta del secolo scorso?
Be’, quando Gianni Celati mi prestava le novelle di anonimi del duecento io li leggevo, oggi non saprei, forse un giovane me li tirerebbe in testa! Ma, a parte questo, cerchiamo tutti un ascolto, qualcuno che ne sa più di noi, che può indicarci una strada, offrici dei consigli, criticarci costruttivamente, oggi come allora. Di diverso, forse, c’è la caccia al contatto giusto non per migliorarsi ma per esordire col botto. Come se si potessero scavalcare i passaggi dello studio, delle letture necessarie, e raggiungere facilmente guadagni e notorietà. E’ un mondo di instant star, ma non è colpa dei ragazzi. Gli abbiamo messo in mano una società dove impazza il “si salvi chi può”, dove la meritocrazia è un valore aleatorio e la politica tratta la cultura come un optional. La sensazione è che tutto, oggi, sia più complicato. Come diceva Grazia Cherchi, stiamo perdendo la “battaglia della qualità” e il rischio è che tanti veri talenti restino al palo.

– Parliamo ancora di editoria. A pag. 36 del libro la voce narrante dice “Oggi come oggi con la qualità si campa poco… Strana cosa l’editoria, non c’è posto per nessuno e c’è posto per tutti. Ma in realtà non c’è più niente, sai, a parte libri che muoiono alla velocità della luce.” È davvero così?
È un’affermazione lapidaria, tipica dell’humor nero della protagonista, che spesso trancia giudizi “spietati” e umoreschi. Ma è anche vero che un libro, oggi, ha vita breve, soprattutto se è letterariamente medio/alto, e lo dico senza snobismi. Forse è sempre stato così, ma adesso la semplificazione del linguaggio ha preso il sopravvento e la leggerezza è diventata superficialità. Non si vuole più pensare, come se costasse fatica. E il facile intrattenimento è diventato il Verbo. Ma resto fiduciosa. Vedo troppa depressione in giro, e i bei libri sono la cura migliore.

– Nel libro compaiono vari personaggi. Ci sono, per esempio: Zeno, Sante, Ludovica, Samuele, Roza, Silvia, Adrienne. Ti andrebbe di parlarci di qualcuno di loro?
Sono le persone con le quali ho creato le libere alleanze più stabili della mia vita. Le ho trasformate in “caratteri”. Con Samuele, in particolare, condivido il mio amore per i libri. Ho la fortuna di abitare accanto a una piccola libreria indipendente, dove lui lavora. Facciamo lunghe discussioni appassionate, scoviamo perle fuori catalogo nelle bancarelle dell’usato, ci brillano gli occhi…

– Ci sono anche lo Sceneggiatore, lo Scrittore, il Poeta, il Giallista famoso…
Hanno contato nella mia formazione e sono legata a loro da eterna gratitudine. Soprattutto il Poeta, che è il grande Roberto Roversi, un uomo che non mi ha solo aiutata a migliorare la mia scrittura, ma mi ha regalato la visione del mondo che mi costituisce. Celati è stato il primo a pubblicare i miei racconti sul “manifesto”, e Guerra quello a cui inviai una sceneggiatura quando a vent’anni facevo la fame a Roma come attrice. Il Giallista famoso è inventato di sana pianta, prende come modello un paio di colleghi boriosi che ho incrociato a qualche festival.

– Una delle scene forti del romanzo si consuma all’interno del cimitero. Cosa puoi dirci su questo “passaggio” della storia?
La protagonista porta Giovane Scrittore alla Certosa perché ambisce a dargli una lezione. Tra le varie tombe, c’è anche quella di una persona che lei ha tentato di resuscitare attraverso la scrittura. Il mestiere di scrivere ha molto a che fare con la morte, con le assenze che cerchiamo di rianimare. E non è un caso se è proprio in un luogo come quello che i due si scambiano un bacio. Come se la consapevolezza della mortalità accelerasse il bisogno, l’occasione, e anche la meravigliosa imprudenza, di godere della vita finché c’è.

– Il romanzo apre e chiude con un “piccione suicida” (peraltro citato nel sottotitolo) che si trova nel bel mezzo della strada costringendo la protagonista ad arrestare la sua automobile. Cosa simboleggia quel piccione?
L’intralcio della tristezza senza remissione. Il piccione sta lì, sotto la pioggia, davanti alle ruote dell’auto di lei, persa nella zona industriale. E’ come se le volesse dire: scansami, ingrana la marcia e riparti.

– Cara Grazia, in chiusura (richiamando il titolo del libro) vorrei domandarti: com’è la vita?
È unica. In tutti i sensi.

Grazie mille per le tue risposte, cara Grazia. E in bocca al lupo per tutto.

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La scheda del libro

Un giorno di giugno, Giovane Scrittore chiama la scrittrice di cui ha letto tutti i romanzi e le sottopone il suo manoscritto per avere un parere e magari qualche consiglio. Lei ha vent’anni di più, ma a lui sembra non importare, la cerca, le scrive, la segue, le fa una corte serrata. Lei lo respinge sistematicamente. Si instaura così un legame spassoso, litigioso, pieno di dialoghi caustici sul mondo – in particolare quello letterario – e sull’amore: il disincanto dell’una incontra la leggerezza dell’altro, mentre l’estate sfuma velocemente nell’autunno. Bloccata in auto nella zona industriale di Bologna, per colpa di un piccione dispettoso che le sbarra la strada, lei snocciola il suo quotidiano tra bar, vicini di casa centenari, librerie, amici, ex fidanzati, parenti, cimiteri, in una osservazione spicciola e spesso tragicomica della realtà, a cui fa da contraltare la fiducia verso il futuro di Giovane Scrittore: a lui, infatti, il compito di smussare gli angoli di un vivere dove si ride di tutto per non piangere, l’amore non dura e i romanzi rischiano sempre l’estinzione.

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Grazia Verasani (Bologna 1964), scrittrice e musicista, ha esordito ventenne pubblicando racconti sul Manifesto, nella rubrica curata da Gianni Celati. Sono seguiti romanzi, antologie, opere teatrali, fino a Quo vadis baby? (Feltrinelli) da cui il regista Gabriele Salvatores ha girato l’omonimo film nel 2005 e prodotto una serie tv. Per Feltrinelli, oltre a Tutto il freddo che ho preso, sono usciti Velocemente da nessuna parte, Di tutti e di nessuno, Cosa sai della notte e Senza ragione apparente (menzione speciale premio Scerbanenco 2015), con protagonista l’investigatrice privata Giorgia Cantini. Del 2012 è il film Maternity Blues
tratto dalla sua opera From Medea (Sironi Editore), vincitore di molti premi. Per Giunti, sono usciti Mare d’inverno (2014)Lettera a Dina (2016).
Il suo sito è www.graziaverasani.it 

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