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IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri (recensione e intervista)

gennaio 17, 2018

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri (Neri Pozza)

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Osac, il cane del Klondike.

di Simona Lo Iacono

Un riconoscimento. Comincia così, in genere, l’amore vero. Con uno sguardo sull’altro, un altro che però non rimanda la sua immagine. Ma la tua.
Da lì in poi, la vita non è più la stessa. Il riconoscimento affonda in ciò che siamo stati, in ciò che vogliamo e persino in ciò che non vogliamo.
Richiama, come da una lontanissima e selvaggia foresta, la parte più nascosta e più ferita di noi.
Ma cosa accade se a riconoscersi non sono due esseri umani ma una donna e un cane?
Che tipo di amore può venire fuori da un essere su due gambe e un altro su quattro?
Se poi il cane è nero come la pece, furibondo come un folletto, enorme e geloso, è ben possibile che la vita non solo cambi, ma sia completamente stravolta. E che il riconoscimento si trasformi in qualcosa di ancor più radicale. Un legame arcaico, viscerale e quasi sacro, che impedirà al cane di lasciare la sua amata, e che farà sentire l’amata – all’arrivo di un figlio proprio – il peso di un insostenibile tradimento.
Libro di passioni forti, radicate, e di impareggiabile verità, “Il mio cane del Klondike” di Romana Petri (Neri Pozza editore) non è però solo la storia,  esilarante e al tempo stesso tragica, di Osac, ossia dell’indomito animale che l’autrice – ai tempi insegnante precaria – salva dalla strada. Né va limitato all’avventura, per quanto bizzarra, di una bestia che decide di amare perdutamente la propria salvatrice.
Questo libro di Romana Petri è invece un viaggio nella inesorabile scoperta della maternità, che Romana si trova a vivere – e non a caso – proprio dopo aver adottato il suo ingombrante amico a quattro zampe.
Quasi contemporaneamente, infatti, un figlio e un cane si impadroniscono della sua esistenza, e la donna fa esperienza giorno dopo giorno del mistero, umile e onnipotente, del generare.
Quando infatti il suo “Citto”, il suo bambino, viene alla luce, la madre non può fare a meno di capire che il legame con il figlio la porterà inevitabilmente a dover tradire l’amore di Osac, e nella ineluttabilità di questo tradimento, scoprirà la forza e la fatica dell’essere – da quel momento in poi – un genitore.
La maternità inizia a diventare una modalità dell’essere, e Romana capisce di non poter più tornare indietro, che il “Citto”, sin dal momento in cui si è scavato in lei una strada per venire al mondo, ha impresso al suo destino la forza di un mistero eterno e imperioso.
Ama, la madre, e più impara ad amare, più il mondo e la condizione umana passano da quella maternità, costringendola a rinascere e a morire, a espandersi e a ritrarsi, a fare spazio e a togliere spazio.
Di fronte a quell’amore potente e doloroso, e all’allontanamento necessario del neonato e della donna, Osac non potrà che fuggire, ululare alla notte la sua solitudine, aggrapparsi a un nugolo di scapestrati amici canini e cercare di dimenticare – come ogni creatura innamorata – la propria infelicità.

-Romana, chiedo allora all’autrice, che legame c’è in questo bellissimo romanzo tra la scoperta della maternità e il salvataggio di Osac?
Immagine correlataOsac è il protagonista assoluto di questo romanzo, l’unico che abbia un nome e anche un cognome, e di ogni cosa è una specie di untore. Il suo “selvaggiume” contagia tutto, anche la maternità che si fa primordiale, quasi biblica. Nel parto la donna soffre atrocemente, ma non vuole anestesie. Contagiata dal selvaggio Klondike che il cane le ha portato in casa, decide che deve mettere al mondo la sua creatura in questo modo barbaro. “Partorirai con dolore” per lei non è nemmeno più una minaccia, quel dolore lo sceglie quasi superstiziosamente, come se si dicesse: “Più soffro ora e meno soffrirà mio figlio nella vita.” Ma è Osac a metterle queste cose nella mente, lui e il mondo selvatico e primitivo che si porta dietro quasi inconsapevolmente. Tra cane e figlio, la madre sta in mezzo non a fare da bilancia, ma ad assorbire Natura.

-Nel romanzo la salvatrice di Osac cerca non solo il nome del suo cane, ma anche il suo cognome. Perché?
A dire il vero, ho dato un nome e un cognome a tutti gli animali che con me hanno condiviso un tratto di vita. Credo sia una necessità di maggiore identità, come se un nome fosse troppo poco. O forse, un modo per sentirmi io meno scoperta. Il nome dovrebbe restare segreto agli altri, già offrendolo ci diamo un po’ in pasto. Allora, è probabile che dando anche un cognome agli animali io abbia sempre cercato una maggior parità con loro. Perché, ça va sans dire, gli animali conoscono perfettamente il nostro nome e il nostro cognome. Anche quando fingono di non saperlo. Osac era una belva selvaggia che poteva dare ascolto ai suoi più tremendi richiami da un momento all’altro. Aggiungendo quel vanesio Trofic ho avuto l’impressione di mettere un ostacolo alla traversia.

-Osac colpisce il lettore non solo per le movenze sbalestrate, disastrose, per la sua gelosia furibonda, per la simpatia che ispira ogni suo gesto,  anche se  sgraziato. Ma per una capacità di amare a dispetto di tutto che fa pensare a una creatura rara e sacra, immolata sull’altare del suo sentimento. Ma noi umani siamo capaci di amare così?
Gli umani sono limitati dagli interessi personali dal senso pratico, dalla ragione. Non sanno abbandonarsi in questo modo. Evolvendosi hanno dovuto per forza anche tradirsi. Gli animali, invece, sono rimasti fedeli a loro stessi. In fondo credo sia una combinazione magica. L’animale, da solo, non avrebbe mai conosciuto l’amore, lo conosce bizzarramente con l’uomo che in amore ha così tanti limiti. Paradossalmente lo insegniamo loro, ma al dunque noi restiamo dei dilettanti e loro dei professionisti. Tra gli umani credo esista solo un tipo di amore incondizionato, quello per i figli.

-Romana cara, parlaci del “Citto”, quel cucciolo d’uomo che – non appena diventa un po’ più grande – conquista il vecchio cuore di Osac. L’affinità tra infanzia e mondo animale sembra una via di salvezza. Cosa hanno in comune il bambino e il cane?
Hanno in comune la purezza, quello sguardo cosmico che tanto ci commuove. Fino a che è molto piccolo, il bambino è disinteressato quasi quanto l’animale, forse mai proprio come lui, ma ci si avvicina. E loro due, al fine, si incontrarono. Mio figlio, che era stato il dolore straziante di Osac, il suo violento attacco di morbosa gelosia, divenne il suo più grande amico. Ma questo lo dico esplicitamente nel romanzo, credo che al dunque Osac lo abbia così amato per dimostrarmi quanto lui, Osac Trofic, amasse me.

-E, infine, una delle sorprese più belle di tutto il libro, una delle pagine più grandi che la letteratura abbia mai regalato a un animale. La voce di Osac, il suo punto di vista. Un ruminare vocali, umori, sbraiti che da’ vita a una vera e propria lingua. Come hai fatto a far parlare al libro la lingua dei cani?
Glielo dovevo. Dopo aver raccontato io la nostra storia, volevo che la raccontasse anche lui dal suo punto di vista. Questa cosa del farli parlare, io l’ho sempre fatta, e ad ognuno ho dato una voce diversa, la sua, o almeno quella che secondo me gli si adattava meglio. Spesso, con Osac, io parlavo proprio in quella lingua bruta e gutturale, quella lingua barbara e un po’ impronunciabile. Se mi mettevo a parlare così, magari da un’altra stanza e a bassa voce, lui arrivava subito perché sapeva che avevo qualcosa di importante da dirgli. Tutto quel che di necessario gli dovevo comunicare, l’ho fatto sempre con quel linguaggio terribile che non ho mai capito se sono stata io a darlo a lui o lui a darlo a me. C’era qualcosa di terragno tra di noi, qualcosa che aveva a che fare con le zolle umide della terra, quelle che sollevava lui correndo sul greppo dopo una grande pioggia.

Romana cara, grazie per questa tua creatura fatta di peli, di indisciplina, di parole, di amore e di dolore.

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La scheda del libro

Il mio cane del KlondikeLei è una giovane insegnante alle prese con un lavoro precario, lui uno di quei cani portati a casa per compiacere un bambino subito dopo il rientro dalle vacanze e poi, l’anno successivo, buttato in strada con un collare d’acciaio che nel frattempo si è fatto un po’ stretto.
In una afosa giornata di settembre, una di quelle che aspettano una pioggia già in ritardo, i due si incontrano. Osac, il cane, è riverso a terra contro il marciapiede, più morto che vivo. Lei, la donna, sta per salire in macchina, ma quando lo nota, si  ferma e decide di prenderlo con sé.
Il loro incontro sembra scritto nel destino, ma Osac non è un cane come gli altri.  Ingombrante, indisciplinato, scontroso e selvatico, è senza mezze misure e sembra arrivare direttamente dal selvaggio Klondike. Non è, tuttavia, un cane da slitta. È uno di quei cani indomabili che vivono sempre fuggiaschi, che sentono il «richiamo della foresta» e faticano a lasciarsi addomesticare. Il terrore dell’abbandono si è riversato nei suoi occhi, dandogli un’aria forsennata, infernale. Un animale primitivo che non riesce ad accettare interferenze nel rapporto esclusivo e assoluto che instaura con la sua salvatrice, amata in modo morboso, senza riserve. Fino a  quando la notizia di una gravidanza inaspettata stravolgerà, nuovamente, la sua vita.
Dopo aver dato voce alla figura del padre ne Le serenate del Ciclone, Romana Petri torna a raccontarsi attraverso gli occhi di un altro «gigante» buono: il selvaggio  Osac, un cane che, con la sua furia ribelle, sembra uscito da un libro di Jack London.

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Romana PetriROMANA PETRI è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia (BEAT 2012), Alle Case venie, I padri degli altri, La donna delle Azzorre, Dagoberto Babilonio, un destino, Esecuzioni, Tutta la vita, Figli dello stesso padre, Giorni di Spasimato amore, Le serenate del Ciclone.

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