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LEI NON SA CHI SONO IO di Mario Baudino

gennaio 20, 2018

https://i2.wp.com/www.giunti.it/media/b08383-7SP78XIP.jpgLEI NON SA CHI SONO IO di Mario Baudino (Bompiani) – intervista all’autore

di Massimo Maugeri

È davvero delizioso il nuovo libro di Mario Baudino intitolato “Lei non sa chi sono io” (edito da Bompiani). Il sottotitolo coincide con una vera e propria dichiarazione di intenti: “Un’avventurosa ricognizione di cause e di conseguenze umane e letterarie del celarsi sotto uno pseudonimo”. La promessa insita in tale dichiarazione è più che mantenuta.
C’è da dire, peraltro, che – in un certo senso – il “Lei non sa chi sono io” ci riguarda tutti… poiché viviamo in un’epoca in cui l’identità è frammentata e molto spesso sostituita da un’identità altra: quella che proponiamo attraverso l’uso dei social network (e, in alcuni casi, quella dietro la quale ci si nasconde attraverso il ricorso ai nickname).

Mario Baudino (ne approfitto per segnalare la puntata radiofonica dedicata al suo romanzo “Lo sguardo della farfalla”) svolge da par suo un’indagine sulle motivazioni che hanno spinto autori noti a celarsi dietro un nome inventato. La casistia è piuttosto ampia. Qualcuno l’ha fatto per proteggersi, qualcun altro per una questione di snobismo, o per scaramanzia. Altri ancora per questioni legate al denaro o al marketing. O persino per amore.
I nomi che si avvicendano all’interno di “Lei non sa chi sono io” sono celeberrimi. Giusto per citarne qualcuno: Carlo Collodi, Alberto Moravia, Joseph Conrad, Pablo Neruda, Teofilo Folengo, Voltaire, Umberto Saba, Pessoa, Romain Gary. Quest’ultimo, nato Roman Kutcher, è colui con cui Mario Baudino apre il libro (con il capitolo intitolato “Fake era”). Stiamo parlando di un intellettuale francese molto noto che decise di togliersi la vita a Parigi il 2 dicembre 1980 (sei giorni prima dell’assassinio di John Lennon). La vicenda di Gary è molto particolare: nel 1956 vinse il premio Gouncourt, il piú importante premio letterario francese, con un’opera intitolata “Le radici nel cielo”; ma lo stesso stesso premio lo vinse una seconda volta (con il romanzo intitolato “La vita davanti a sé”, pubblicato nel 1975) nei panni di uno scrittore inesistente (un nowhere writer, mi verrebbe da scrivere “parafrasando” il titolo di un celebre brano di Lennon scritto all’epoca dei Beatles) che egli stesso inventò coniando un eteronimo. Poi, però, l’identità fu svelata…

– Caro Mario, partiamo dall’inizio. Come nasce questo libro? Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Stavo lavorando sul caso Ferrante, mi chiesi se non ci fossero precedenti interessanti. Ho scoperto così che sono infiniti, ed anzi si può parlare di un vero e proprio “romanzo del nome” che attraversa la letteratura. E ci apre scenari interessanti: per esempio mostra nei fatti come l’autore, sia col proprio nome anagrafico sia con lo pseudonimo, nel momento in cui scrive sta già diventando un altro. A specchio, qualcosa del genere potremmo dire che succede al lettore. In entrambi i casi si esce da se stessi

– I motivi che hanno indotto gli scrittori e i poeti (protagonisti di “Lei non sa chi sono io”) a cambiare nome sono diversi, come ho accennato nell’introduzione a questa chiacchierata. Esiste, tuttavia, un elemento che in qualche modo li accomuna? E quali sono le motivazioni più ricorrenti?
Mario BaudinoLe motivazioni sono molte, almeno quelle di partenza. Si va dal desiderio di riservatezza alla necessità di superare un pregiudizio sociale sfavorevole, come nell’Ottocento quello nei confronti delle donne, o ancora alla prudenza per evitare interdetti sociali rispetto a temi considerati scandalosi, come nel Novecento la narrativa che affronta i temi dell’omosessualità (ma anche della sessualità estrema, basti pensare alla Storia di O. la cui autrice si rivelò solo novantenne). Ci sono pseudonimi che valgono come scelte di poetica: ad esempio Italo Svevo: la scelta di Ettore Schmitz è non solo quella di scrivere in italiano, che peraltro non è la sua lingua di cultura, ma di porsi come “autore” italiano all’attenzione del lettore. Il che ha un forte valore simbolico. Anni dopo, Kurt Stucker diventerà Curzio Malaparte per ragioni in parte analoghe, pur essendo “italianissimo” e anzi un “maledetto toscano”. O prendiamo il caso di Stendhal, dove è evidente, come ha scritto Jean Starobinski una “uccisione” rituale del padre (lo stesso discorso può valere per Umberto Poli che diventa Umberto Saba per analoghe ragioni). Ma in tutti i casi esaminati il nuovo nome diventa una vera identità, spesso in conflitto con quella anagrafica. Anche quando cadono le ragioni del totale o parziale mascheramento, l’autore non sembra più poterne fare a meno. C’è al proposito una battuta divertente – e istruttiva – di George Orwell (che si chiamava Eric Blair) riferita dal suo amico e biografo Anthony  Powell, che gli chiese una volta se non avesse mai pensato di adottare lo pseudonimo anche come nome legale: la risposta fu che in tal caso avrebbe dovuto trovare un altro pseudonimo per i libri successivi.

– Ci offriresti qualche suggestione collegata alle storie e agli autori che racconti? C’è, per esempio, qualche particolare o qualche aneddoto che ti ha colpito più di altri?
Tutte le storie che ho ricostruito mi paiono a vario titolo interessanti. Alcune direi molto interessanti: per esempio quella di Walter Scott, che scrisse i suoi romanzi storici – inventando così il genere stesso – coperto dall’anonimato o da alcuni pseudonimi. Teneva così tanto a non farsi scoprire che, in occasione di un cambio d’editore, fissò nel contratto una penale di 2000 sterline – cifra all’epoca molto alta – a carico del nuovo editore se il suo nome fosse per qualsiasi motivo divenuto di pubblico dominio. Si svelò solo nel 1827, dopo quasi vent’anni di successi, durante un banchetto, dicendo di aver scelto questa strada per mera bizzarria, in omaggio allo spirito dei tempi. In realtà temeva per la propria reputazione di poeta “alto”, e aveva preferito condurre l’esperimento del romanzo storico protetto da una falsa, anzi da alcune false identità. Per il pubblico era il Grande Sconosciuto, ma nell’ambiente il segreto non era mai stato impenetrabile: in una lettera scritta alla nipote Anna nel settembre del ’14, Jane Austen già rifletteva sul fatto che “Walter Scott non ha il diritto di scrivere romanzi, specialmente belli. Non è giusto. Ha abbastanza fama e profitti come Poeta, e non dovrebbe togliere il pane di bocca agli altri. – Non mi piace lui, e non intendo farmi piacere Waverley se posso farne a meno –ma temo che dovrò”.

– Tra quelli più recenti, il caso di Elena Ferrante (l’hai già citata nella risposta alla prima domanda) è quello più celebre e noto a livello internazionale. Cosa ti ha colpito di più di questo caso?
La “non-novità” di uno schema che si è ripetuto molto spesso, dall’Ottocento ai giorni nostri. George Elliot, dopo il successo, venne smascherata perché come Marie Anne Evans aveva acquistato una sontuosa magione insieme al convivente George Lewes. Karen Blixen, il cui primo grande successo fu in America, con le Sette storie gotiche, firmate Isak Dinesen, in Danimarca venne rapidamente individuata a mezzo stampa appena la notizia rimbalzò da oltre Oceano. Vero è che Dinesen era il suo nome da ragazza. Ciò non le impedì di usare altri pseudonimi per i libri successivi, e persino di fare causa a un giornalista che aveva pubblicato un romanzo (pseudonimo anch’esso) cercando di far credere che fosse, anche quello, opera della Blixen. La perse.

https://i2.wp.com/www.giunti.it/media/b08383-7SP78XIP.jpg– Viviamo in un’epoca caratterizzata, in parte, dalle cosiddette fake news e dall’uso piuttosto generalizzato di nick name (anche come effetto collaterale dello sviluppo tecnologico). Dal punto di vista della “identità” (tema che peraltro è stato ampiamente sviscerato già agli inizi del Novecento da autori come Pirandello) in che cosa, a tuo avviso, la nostra società si differenzia da quelle del passato?
Direi dalla possibilità quasi illimitata di cambiare identità, di averne di plurime, che ci offrono i social media. Il sogno dello scrittore, vivere mille vite, diventa un gioco di massa – un gioco serio nonostante le apparenze, e molto probabilmente pericoloso. Nel passato questo avveniva solo per categorie “professionale” – tra le quali metterei senz’altro gli scrittori – che comprendevano, che so, i personaggi dello spettacolo o gli agenti segreti, o certe unità militari. Va anche detto che prima della società borghese l’identità si definiva in altro modo, il “soggetto” era molto meno importante. La stessa nozione di autore, per tornare al nostro argomento, era assai più vaga. E’ indicativo che il diritto d’autore sia nato, sostanzialmente, non per tutelare gli scrittori ma, attraverso il cosiddetto “privilegio di stampa”, per l’esigenza da parte dei governi di controllare o almeno identificare il responsabile di un’opera pubblicata. In qualche modo anche prima della modernità esisteva una certa preoccupazione rispetto alle (spesso supposte) fake news. Il liberi tutti di oggi rovescia ma nello stesso tempo potenzia enormemente questa situazione di ambiguità e apre scenari imprevedibili, col suo corto circuito fra pubblico e privato.

– Siamo appena entrati nel 2018. Vorrei approfittarne della tua rinomata competenza, caro Mario, e chiederti: dal tuo punto di vista di osservatore privilegiato, come valuti il 2017 dal punto di vista letterario?
Non mi pare di aver letto molti libri sorprendenti. E se pensi che la cosiddetta giuria di qualità della Lettura ha scelto come miglior opera di narrativa Tra loro di Richard Ford, ottimo romanzo “spurio” ma insomma qualcosa di molto consegnato alla storia degli ultimi anni, ho la sensazione che il mio umore al proposito sia largamente condiviso. Ho trovato straordinario Nel guscio di McEwan, ma gli stranieri in fondo fanno e non fanno parte della “annata”: in ogni caso aggiungerei che mi è comunque molto piaciuto l’ultimo Cercas, Il sovrano delle ombre, per non parlare di Roberto Bolaño, di cui è uscito Il gaucho insopportabile: ma Bolano era un gigante, fa parte del secolo. Per restare in Italia, ho letto con interesse molti libri: per non citarne che Leggenda privata di Michele Mari,  La città interiore di Mauro Covacich, Sicilian comedi di Ottavio Cappellani, La guerra dei Murazzi, di Enrico Remmert. Quanto ai premi mi pare abbiano per lo più confermato le tendenze dominanti ormai da tempo, a livello di gusto e anche di mercato, della nostra narrativa.

– Chiudiamo con una domanda giocosa. Hai mai utilizzato un eteronimo o hai mai pensato di farlo? E se dovessi sceglierne uno… quale sceglieresti e quale sarebbe la motivazione della tua scelta?
Per la verità no. Mai fatto uso di eteronomi, anche perché il mio cognome anagrafico è così diffuso almeno nella mia regione da consentirmi di tutelare assai bene la vita privata rispetto a quella pubblica. E’ già una garanzia di riservatezza sufficiente. In ogni caso, se mai dovessi scegliere uno pseudonimo, credo che lo prenderei a prestito da qualche personaggio dei miei romanzi. Tanto per continuare a giocare coi lettori.

Grazie mille per la tua disponibilità, caro Mario. E in bocca al lupo per tutto.

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Mario Baudino (1952), giornalista della “Stampa”, ha pubblicato romanzi e saggi, tra i quali ricordiamo “Voci di guerra” (Ponte alle Grazie, 2001), “Il mito che uccide” (Longanesi, 2004), “Per amore o per ridere” (Guanda, 2008), “Il gran rifiuto” (Longanesi, 1991; ripreso da Passigli nel 2009), “Ne uccide di più la penna” (Rizzoli, 2011), “Lo sguardo della farfalla” (Bompiani, 2016).

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