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ANTOLOGIA DI RACCONTI SUL CALCIO CATANIA a cura di Alessandro Russo (recensione)

gennaio 22, 2018

ANTOLOGIA DI RACCONTI SUL CALCIO CATANIA – AA.VV. (Geo edizioni) – a cura di Alessandro Russo

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di Maria Grazia Distefano

«Un piccolo atlante di geografia colorato per metà come la lava dell’Etna e per l’altra metà del nostro mare

Non crede alle casualità Alessandro Russo, medico ortopedico e scrittore. Non crede alle casualità e fa bene, non ci credo nemmeno io. Non è un caso, infatti, che sia il nipote del presidentissimo Angelo Massimino, che abbia mantenuto negli anni una fervida passione per il Calcio Catania e che l’abbia impreziosita poi con la sua indole letteraria. Non è un caso che io, pur essendo donna, leggendo le pagine di questo libro abbia provato forti emozioni, come quella di tornare indietro nel maggio 2006, quando col pancione passeggiavo nel giardino di casa, fingendo noncuranza mentre mio figlio scalciava e io con le orecchie tese aspettavo il triplice fischio dell’arbitro che avrebbe decretato il ritorno della mia squadra (sì, la mia squadra!) in serie A.
Non è un caso che trentatré tifosi rossazzurri, trentatré anime, da anni lontane dalla terra natia eppure a essa visceralmente legate, si siano trovate a condividere uno stesso spazio intriso d’inchiostro. Tutto è voluto e quando una cosa voluta viene portata a compimento diventa preziosa. Trentatré voci, punti di vista differenti, aneddoti singolari, episodi esilaranti con un unico ingrediente comune: l’amore per la propria squadra che sfocia in un forte senso di appartenenza a una città lasciata ma mai dimenticata.
Gli spunti socio-culturali emergono a ogni pagina, così come gli elementi di psicologia sociale. I cuori palpitano tutti, sia quelli di «giovani in abiti dismessi» sia quelli dei «signori in doppiopetto». Un’aria di festa paesana aleggia intorno allo stadio mentre tutti si muovono «come atomi di ossigeno verso il cervello, percorrendo quella strada come se fosse l’arteria giusta.» (Tullio Di Cesare, “Un grande amore e niente più”)
Un fil rouge tiene insieme i vari racconti che, come perle, creano un monile di tutto rispetto: la liscìa catanese, «battuta caustica e salace», con cui il tifoso sprona i giocatori a dare il massimo, apostrofa gli avversari impenitenti, ma anche e soprattutto seda il proprio animo in subbuglio prima, durante e dopo ogni partita. Perché una partita di calcio non è un semplice evento sportivo, spesso è un fatto sociale e l’amore per la propria squadra diventa paragonabile a una relazione sentimentale: si perde la testa! Così c’è chi rischia di perdere non solo quella ma anche il posto di lavoro come pizzaiolo a Dublino per andare a vedere la partita in un pub, chi abbandona la fidanzata febbricitante nel giorno degli innamorati appena si addormenta e riesce ad arrivare ansimante allo stadio e ad assistere al secondo tempo, chi sul balcone della sua casa romana tiene esposto da anni un vessillo del Catania con tanto di Liotru su sfondo rossoazzurro, chi a Palermo seduto in tribuna A rischia il linciaggio esultando per la vittoria del derby.
Il tifoso catanese si identifica con la propria squadra e vive la sua storia come la propria storia. «Abbiamo vinto!» dice, come se lui avesse contribuito. Magari lo ha fatto davvero con il suo incitamento, con i suoi cori, con i gesti scaramantici, sempre presente, sempre puntuale. Incredibile come l’umore di una giornata (a volte di una settimana intera) possa dipendere dalle prestazioni di undici giocatori in campo.
«… più ancora che alle azioni di gioco, io guardavo ai movimenti delle panchine. Per cercare il Robin Hood che si facesse valere, il ribelle che mostrasse tutto il proprio valore, l’escluso che si riscattasse, l’incapace che rivelasse tutto il proprio genio […]. Forse io stesso, in alcuni momenti della vita, sentivo che il mio ruolo fosse quello della panchina, perché faticavo a trovare il mio percorso […]. Così al panchinaro attribuivo le mie ansie, la voglia di emergere, di esserci, di fare parte del gioco e della vita.» (Eugenio Lombardo, “Quel mediano in Re minore”)
Perché il tifo calcistico non è solo una febbre contagiosa, è qualcosa che accomuna, che fa sentire «felici in mezzo a tanta gente sconosciuta.» È qualcosa che unisce, che accorcia le distanze. «In un certo senso il Catania siamo noi stessi e durante ogni partita, intanto che i nostri cuori incominciano a urlare Forza Catania, la nostra lontananza di colpo scompare via, come quando dopo un acquazzone d’improvviso torna a splendere il sole.» (Alfio Arcifa, “Io, Marcoccio e Ricchiuti”)
Nell’Antologia di racconti sul Catania Calcio (AA.VV. Geo edizioni, pp.220 – a cura di Alessandro Russo) si sorride, si apprende, ci si riconosce nelle emozioni, negli stati d’animo, ci si commuove. Merito di tutti gli autori e di chi ha saputo accordare le corde dei loro cuori.

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