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OMAGGIO A GIUSEPPE SGARBI

gennaio 23, 2018

All’età di 97 anni ci lascia lo scrittore Giuseppe Sgarbi (Badia Polesine, 15 gennaio 1921 – Ferrara, 23 gennaio 2018), padre di Vittorio e Elisabetta.

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Per quasi mezzo secolo ha esercitato la professione di farmacista nella campagna tra Veneto ed Emilia. I suoi libri sono pubblicati da Skira. Ricordiamo il suo romanzo d’esordio “Lungo l’argine del tempo. Memorie di un farmacista (2014, vincitore del Bancarella Opera Prima e del Premio Internazionale Martoglio), “Non chiedere cosa sarà il futuro” (2015), “Lei mi parla ancora” (2016). L’8 febbraio uscirà il suo ultimo romanzo, pubblicato anche questo da Skira, con il titolo “Il canale dei cuori“.

Tra i vari riconoscimenti: targa speciale Premio Stresa e Premio Bruno Cavallini 2016.

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Omaggiamo Giuseppe Sgarbi pubblicando: un video relativo al conferimento del Premio Internazionale Martoglio (che contiene un documentario/intervista allo stesso Giuseppe Sgarbi) e uno stralcio della prefazione di Claudio Magris dedicata al volume “Non chiedere cosa sarà il futuro” (Skira), che avevamo già pubblicato qui.

Segnaliamo i seguenti approfondimenti su: Il Corriere della Sera, la Repubblica, Il Giornale.

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NON CHIEDERE COSA SARÀ IL FUTURO di Giuseppe Sgarbi (Skira) – dalla prefazione di Claudio Magris

La canna grega

Claudio Magris

Cosa intende dire, Elisabetta Sgarbi, quando, con timore e tremore ma con la risoluta consapevolezza di dover riconoscere e dire una verità, scrive: “Mio padre è uno scrittore”? Timore e tremore di figlia, che prima di leggere quel testo poteva dubitare che esso, come spesso accade, fosse certo nobile e giusto, ma poeticamente non all’altezza dell’umanità di chi lo aveva scritto.
Ma anche timore e tremore di riconoscere la grandezza, l’autentica asciutta poesia di quel libro, perché per i figli non è facile trovarsi di fronte né alla grandezza né alla modestia dei genitori, e soprattutto può non essere facile sentirli parlare, secondo verità, della loro vita, con le sue gioie i suoi limiti e i suoi affanni.
Ciò è tanto più vero quando i genitori scrivono pure dei figli, come in questo libro in cui Giuseppe Sgarbi parla, con intenso affetto, di Elisabetta e Vittorio Sgarbi che immagino abbiano letto quelle pagine, felici e anche con disorientata emozione.
Forse l’imbarazzo e il pudore vorrebbero chiudere il libro prima di averlo letto. Ma se il pudore è una virtù, una virtù più grande – quella teologale della carità o quella cardinale della fortezza? – è il coraggio con cui lo si supera, ci si dichiara, ci si mette in gioco e a rischio. L’amore esige di spogliarsi, non solo fisicamente.
Quando poi la figlia è la coraggiosa, lucidissima, implacabile e temeraria ammiraglia di una grande e avventurosa flotta editoriale, una capitana che ogni giorno maneggia, incontra, accetta, respinge, corregge, crea libri ed autori, quella frase, quel riconoscimento (“Mio padre è uno scrittore”) può essere ancora più problematica, perché chi la proferisce non fa altro che vedere, incontrare, inseguire, sopportare scrittori d’ogni genere, talora geniali e talora autoproclamantisi tali. Per chi sta su quel ponte di comando, gli scrittori rischiano di essere una massa, una ciurma, una categoria, come i professori universitari, gli operai, i postelegrafonici, gli iscritti all’uno o all’altro albo professionale.
Lo scrittore è – dovrebbe essere – chi scrive un libro o una pagina perché ha necessità di farlo. Invece, nel mondo – alle cui pompe nel Battesimo si rinuncia, ma poi pure i battezzati se ne dimenticano – è scrittore chi produce libri, come il gelataio produce gelati. Ciò che importa, in entrambi i casi, non è sempre la qualità e ancor meno la profondità dell’esperienza.
La figlia – in quel momento non più figlia, ma persona che sa veramente leggere – capisce che quel libro, a prescindere dal legame che la lega all’autore, è un vero libro, il libro di uno scrittore, che l’ha scritto in assoluta libertà e necessità. Uno scrittore, ossia qualcuno che ci fa sentire le cose, ci riporta in mano la
loro irripetibile unicità e la familiarità o estraneità col nostro essere; che ce le fa scoprire in una luce nuova. La scrittura è un fare, poiein; creatività imprevedibile e non programmabile ma anche umiltà e concretezza del mestiere, precisione dell’artigiano, etica del “buon” lavoro, premessa necessaria al “bel” lavoro, che viene dato in sovrappiù.
Un tale scrittore è Giuseppe Sgarbi, riconosciuto da quella particolare lettrice nel suo primo libro Lungo l’argine del tempo, e lo è ancora di più in questo suo secondo libro, Non chiedere cosa sarà il futuro. Un vecchio signore ricorda, racconta, riflette, in una prosa classica e affascinante, piana e percorsa da echi e risonanze, come ogni classicità. Coglie irripetibili e fugaci istantanee e il musicale fluire del tempo, di un lungo tempo, almeno per la misura umana. Il tempo della sua vita, ma lo scrittore – probabilmente senza proporselo e forse senza accorgersene – lo trasferisce nel tempo della nostra vita, della vita stessa. Giuseppe Sgarbi è uno scrittore e un uomo autorevole, che non dà confidenza ma non gioca con alcun segreto. Nomina le cose, fa vivere le persone e i fatti, con tacito amore e tranquillo riserbo.
Una personalità – e una penna – ricca di tenerezza e istintivamente incline a incutere soggezione. Il suo sguardo ha la spregiudicatezza di chi è libero da idoli, convenzioni, retoriche e non ha paura di guardare in faccia la morte, la guerra, il disincanto di tutte le cose. Ma il suo sguardo è soprattutto quello del rispetto, che Kant considera la premessa di ogni virtù e che sembra sempre più raro.
Giuseppe Sgarbi si toglie il cappello dinanzi alla vita, alle persone, alla realtà, come si fa o si faceva una volta – lo dice una sua forte pagina – dinanzi a un funerale. Ciò non gli impedisce, quando occorre – sempre con grande stile e con la buona educazione di un tempo, ma con temibile energia – di prendere la vita per il bavero. La sua personalità, decisamente forte, non prevarica sulla realtà. Coglie in pochi tratti i lineamenti e l’anima delle persone, offre ritratti straordinariamente intensi di tante figure. Ad esempio – ma è solo un esempio fra i molti – il rapido e deciso colpo di falcetto col quale lo zio Settimio taglia di netto la canna – la canna grega – trasformandola, nella fantasia del ragazzo e del vecchio che rammemora, nella micidiale cerbottana di una Tigre della Malesia. Anche per me Salgari è stato fondante, ne conosco passi a memoria e mi piacerebbe sfidare Giuseppe Sgarbi e vedere chi di noi due se lo ricorda di più.
Questo rispetto include pure le cose, umili e insostituibili, eterne nel loro istante: le camicie, le scarpe, la canapa di cui, come del maiale, non si butta via niente e la cui macerazione viene descritta con una precisione che è onestà morale verso la realtà e senso poetico dei suoi significati umili e tenaci.
La stessa attenzione è dedicata a realtà più fuggitive e inafferrabili: ai diversi silenzi, ai colori e ai rumori del silenzio e ai loro legami con la quiete leopardiana, ai suoni delle parole scritte e lette nei libri e immaginate nella voce che le dice. Le pagine più alte, sempre asciutte, oggettive – forse inconsapevoli di essere poesia – ritraggono persone, uomini e donne irripetibili e uniti in un coro semplice e  universalmente umano; il lavoro domestico, in cucina e sui campi, le ciacole la sera, il filo della vita quotidiana affidata soprattutto alle donne, presenza sommessa ma intensa nel libro. La semplicità e la ripetizione quotidiana vengono periodicamente investite da tempeste della natura e della storia, dall’alluvione con cui il fiume “dichiara guerra al mondo” o dalla guerra vera e propria, in cui – è uno dei passi più alti del libro – la parola che si sente risuonare di più è “casa”. La casa lontana, distrutta, perduta, ritrovata.
[…]

(Riproduzione riservata)

© Skira

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Segnaliamo gli altri due libri di Giuseppe Sgarbi, in attesa dell’uscito del quarto (di cui avremo modo di occuparci in queste pagine)

“Lungo l’argine del tempo. Memorie di un farmacista” di Giuseppe Sgarbi (Skira)

“Soltanto ora, dopo quarant’anni, scopro il padre che non conoscevo e della cui storia non ero stato, se non episodicamente, curioso, per troppa diversità di carattere. Così, non convinto di particolari sorprese, ma pieno di affetto e di riconoscenza per quello che mi ha consentito di essere, ho iniziato a leggere ‘Lungo l’argine del tempo’, il libro che avete in mano. Fin dalle prime pagine ho provato emozione, entusiasmo, soddisfazione, e poi compiacimento per le rivelazioni e per lo stile, preso dal racconto di tante storie che non conoscevo. Ma anche un’ironia, un’intelligenza, una curiosità, un amore per la vita, un entusiasmo, una vitalità che mi erano del tutto sconosciuti. Tanti episodi sorprendenti e una visione del mondo così fresca, così giovane, oggi per allora. Mio padre scrive solo ora, a novantatre anni, ma tutti gli episodi che racconta sono davanti a noi.” (Vittorio Sgarbi)

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 “Lei mi parla ancora” di Giuseppe Sgarbi (Skira)

Dopo i successi di Lungo l’argine del tempo e Non chiedere cosa sarà il futuro, in questa sorta di romanzo-elegia “Nino” Sgarbi racconta, in un delicato e appassionato dialogo a distanza, l’amore inesauribile per la sua sposa, compagna e anima di tutta una vita.

“Hai sempre amato le attenzioni di Elisabetta. La tua voce cambiava quando parlavi al telefono con lei. Capivo chi era all’altro capo del filo dal tono che usavi. Quella dolcezza era riservata a lei. A Vittorio hai sempre parlato come parla un padre. A lei come una madre. A me come una donna. Possedevi il dono delle lingue. A ciascuno la sua. Nessuna mi aveva mai parlato così. Né nessun’altra l’ha mai fatto. Credo sia questa la cosa che mi ha fatto innamorare. La tua bellezza era l’esca, certo, ma è stata la tua testa a pescare nel mio cuore. Mai conosciuto una testa così. Lucida, vivida, fulminante. E io non sono mai stato tanto felice di aver abboccato a un amo. Un amore che vive anche adesso che tu non vivi più. Per questo il dolore è così grande. ‘Finché morte non vi separi’ è una bugia. Il minimo sindacale. Un amore come il nostro arriva molto più in là. E il tuo lo sento anche da qui.”

L’amore di Giuseppe Sgarbi per la moglie Rina, scomparsa un anno fa, è di quelli che non si trovano più. È stato un amore che ha dato pienezza, significato, profondità, valore e bellezza a una strada percorsa fianco a fianco negli anni, qui evocato in una “prosa piana, percorsa da echi e risonanze come ogni classicità” (Claudio Magris).

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