PEPPE FIORE racconta DIMENTICARE

gennaio 29, 2018

PEPPE FIORE racconta il suo romanzo DIMENTICARE (Einaudi)

di Peppe Fiore

Ogni volta che faccio un romanzo ho questa sensazione, che la parte della storia di cui ho più nostalgia è quella che è rimasta fuori. Fuori dalle pagine cioè: il protagonista del mio libro precedente era un impiegato modello di un’azienda di latte e caseari alle porte di Roma, che si trovava risucchiato in un maelstrom di suicidi a catena. DimenticarePersonaggio grigiognolo e prono sulla routine, circondato da colleghi trascurabili, e costretto suo malgrado al confronto archetipico che in un modo o nell’altro, prima o poi, tocca a tutti se si vuole diventare uomini davvero: quello con l’Inspiegabile. Nessuno dei miei lettori sa che, dopo l’ultima pagina del romanzo, quella con la parola Fine, Michele Gervasini trovava l’amore, si trasferiva in Croazia e abbracciava il buddismo mahayana. Nessuno lo sa perché, per questioni di equilibrio e di struttura, la storia doveva finire, appunto, con la parola Fine. Lo so solo io. Ma sapere che dentro il mio Michele, nascosto sotto strati e strati di geologia impiegatizia, si annidava una torsione verso l’assoluto, per quanto anchilosata dalla quotidianità, mi è servito a conoscerlo, a farlo muovere in quelle scarse 200 pagine che precedono la parola Fine e a trovare la sua voce.

Lo stesso con Daniele – che è il protagonista di Dimenticare. Esistono nel mio hard disk, come suppongo nell’hard disk di chiunque abbia scritto un romanzo nel mondo, pagine e pagine del suo passato remoto, aneddotica e varianti che solo io conosco. Io so che Daniele odia il calcio ma durante l’adolescenza era costretto a accompagnare suo fratello in insopportabili trasferte domenicali perché il padre era convinto che il ragazzino fosse un campione (naturalmente sbagliando, come quasi sempre sbagliano i padri quando valutano i talenti dei figli maschi). La cosa più insidiosa però sono proprio le varianti. In una di queste, so che Daniele avrebbe avuto una sorella lesbica e una madre livorosa e incazzata con il mondo, l’unico Avversario contro cui dichiararsi sistematicamente sconfitto in partenza. In un’altra, avrebbe avuto una tenera frequentazione con una puttana bellissima e molto intelligente, cominciata nei suoi primi giorni del trasloco da Fiumicino a Trecase (il paesino di finzione in cui è ambientato il romanzo) e proseguita per dieci anni.

DimenticareInventare un’opera d’ingegno, che sia un quartetto d’archi, un film o un romanzo, è prima di tutto una questione di scelte. E anzi io penso che il gesto artistico nella sua forma perfetta si risolva in questo – nell’annichilimento delle alternative senza pietà e senza rimpianti. Dunque madre, sorella e puttana di Daniele sono sparite dalla sua biografia. Eppure non per questo sono meno vere. Per due motivi. Il primo è che scrivendole mi hanno aiutato a conoscere il mio protagonista – non mi libererò mai dalla convinzione che un romanzo riuscito è quello in cui l’autore ha costruito un’intimità totale con i propri personaggi, e che proprio attraverso quell’intimità la verità profonda della storia si consegna al lettore. Il secondo è che ogni tanto mi piace pensare questo: che in qualche piega del cosmo fisico o forse ultra-fisico esistano altrettante varianti anche di me, tutte le alternative possibili delle scelte che ho escluso dalla mia biografia, e tutte in presenza. Tutte le cose che avrei potuto essere: come se la vita fosse una infinita biblioteca borgesiana o come l’ultimo romanzo di Paul Auster.

Uno scenario che ha una forza d’attrazione oscura, specialmente nei momenti in cui non sono felice. Avresti potuto, avresti dovuto. Il sipario tra me questo e scenario, romanzesco e vertiginoso in pari misura, è innanzitutto il mio cervello, che rifiutandosi di pensare l’impensabile, mi protegge (conobbi un musicista, paralizzato dalla scelta, che è quasi impazzito nella composizione del suo disco che secondo lui doveva contenere tutte le scelte possibili). Ma se pure il mio cervello fosse di più larghe vedute, se pure io fossi un fisico dei multiversi, mi domando a questo punto della mia vita quanto mi interesserebbe davvero andare al di là di quel sipario. E mi dico: forse niente. Mi tengo la mia infelicità passeggera e spero che passi presto. Prima di Dimenticare non mi veniva così facile.
Il punto è che scrivere un romanzo è una continua educazione alla scelta, e alla scelta etica – che nella cornice di un’opera di finzione combacia del tutto con l’estetica (perlomeno per uno scrittore come me, che non si occupa di ideologia). Più si è rigorosi nel cassare le alternative – senza lasciarsi sedurre dai trucchi di scrittura, dai trick, dai colpi di teatro, ma tenendo in mente una sola regola: far aderire il proprio personaggio al proprio destino – bè, più c’è il rischio che il romanzo venga onesto e buono. Quel rigore, ecco, quel rigore è una cosa che impari scrivendo e che bisogna portarsi in qualche modo nell’esperienza. Anche quando il romanzo è finito, e di tutte le alternative possibili se ne sente solo la nostalgia, non il rimpianto.

(Riproduzione riservata)

© Peppe Fiore

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DimenticareLa scheda del libro

Dove si può trovare riparo da se stessi? Un uomo che cerca nel silenzio una pace impossibile. La bellezza del bosco intorno a lui che sembra respirare, e decidere il destino delle persone. La malinconica umanità del litorale laziale, tra piccoli delinquenti nostalgici e case mangiate dalla salsedine.

Dopo aver lavorato per tutta la vita in un lido balneare di Fiumicino, Daniele si è ritirato da un giorno all’altro in un paesino sperduto dell’alto Lazio, dove ha preso in gestione il bar fatiscente di una stazione sciistica abbandonata in mezzo al bosco. La piccola comunità di Trecase lo accoglie senza diffidenza ma col silenzioso sospetto che stia scappando da qualcosa. Ciò che nessuno può sapere, è che il suo nemico ha la sua stessa faccia. Si dice che da quelle parti un orso abbia ucciso una ragazza. Il bosco tace, e guarda quest’uomo rimettere a nuovo il locale mentre cerca di rimettere a nuovo se stesso. Quando una donna entra nella sua vita, inizia una storia d’amore calda e adulta: l’esistenza prende un ritmo accettabile, il passato sembra aver ormai rallentato la sua rincorsa. Ma un giorno il nipote – il figlio di suo fratello – lo viene a cercare. Sono passati tredici anni, e per Daniele è arrivato il momento di tornare con lui al Lido Esperanza. Dimenticare è la storia di un segreto lungo una vita. È la storia di un mistero senza nome che aleggia sul bosco, attraverso le fronde dei faggi che ogni notte sembrano «ripetere le voci dei morti». Non c’è redenzione in queste pagine, ma non c’è condanna. Peppe Fiore ha scritto un romanzo su cosa significa smarrirsi e poi ritrovarsi, raccontando quello che ognuno di noi ha dentro: «una bestia addormentata, sempre con un occhio chiuso e l’altro aperto».

Un estratto del libro è disponibile qui

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Peppe Fiore è nato a Napoli nel 1981 e vive a Roma, dove affianca alla scrittura di romanzi la professione di sceneggiatore. Ha pubblicato, fra gli altri libri, La futura classe dirigente (minimum fax 2009) e Nessuno è indispensabile (Einaudi 2012). Sempre per Einaudi, ha pubblicato Dimenticare (2017).

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