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UNO SPAZIO MINIMO di Rosalia Messina (recensione e intervista)

gennaio 31, 2018

UNO SPAZIO MINIMO di Rosalia Messina (Melville edizioni)

Segnaliamo le due date del minitour siciliano di “Uno spazio minimo”: Venerdì 9 febbraio a Siracusa, alle 19, presso La casa del Libro – via Maestranza n. 20. Presentano: Maria Lucia Riccioli e Lucia Corsale; Sabato 10 febbraio a Catania, alle 17:30, presso la Biblioteca della Città Metropolitana di Catania – via Prefettura 24. Presenta: Gabriella Vergari – In entrambi gli incontri, sarà presente l’autrice

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recensione e intervista di Simona Lo Iacono

Parole che non riescono ad affiorare. Un silenzio che si appropria delle cose, perché tacerle, non nominarle, vuol dire negar loro esistenza, e – dunque – capacità di ferire.
Così cresce Angelica Alabiso, avvolta da un silenzio che è come una coltre, una spessa tenda di protezione, o anche un muro difficile da valicare.
Il suo mondo di bambina si consuma senza parole, delegando all’immaginazione la forza di creare i sogni, giocando con un laccio che può assumere forme mutevoli, disegnando una via d’accesso alle possibilità.
Perché comunque, anche se intabarrata in grida mute, Angelica Alabiso vuole sognare.
Certo, dei sogni ha anche paura. La sua educazione familiare sembra quasi bandirli, per approdare a conquiste più concrete, alla stabilità tanto agognata, al raggiungimento di certezze capaci di sconfiggere i timori e la precarietà. La sua famiglia è tutta compressa in questo sforzo di normalità. Marianna e Germano, i due fratelli, le crescono accanto avvolti dalla medesima patina di apparenze e buon senso.
Ma basta una vita incanalata negli argini dell’ordinario per garantire una evoluzione piena, l’approdo alla felicità?
Così, Angelica cresce senza quasi formulare domande. Il liceo classico a Catania, la voglia di spensieratezza dei diciotto anni, un primo matrimonio non scelto, o meglio arrivato come una conseguenza necessaria di ritmi di vita scanditi da altri.
La voce di Angelica finalmente prorompe, è dalle pagine che si leva alta e cristallina, quando piange i figli perduti, gli amori finiti troppo precocemente, le scelte universitarie sostituite da percorsi professionali.  E come in uno specchio riflesso, si alzano anche le voci dei genitori, voci quasi sempre inadatte a decifrarla, a cogliere nelle sue mute aspettative la voglia di una gratificazione o di un riconoscimento. L’esigenza – mai tradotta in vere pretese – di essere pienamente amata.
E allora si scopre che anche il loro infliggere inconsapevoli ferite, proviene da altri smacchi del destino o della fortuna. Che anche il padre di Angelica è frutto della mancanza di uno sguardo paterno, e così pure la madre è a sua volta figlia di una generazione sbalestrata.
In questo incedere di generazioni che cercano sempre in quella successiva un ristoro, o una riparazione tardiva ai propri sbagli, alle proprie incompletezze, alle proprie povertà, Angelica scopre poco per volta la sua vera vocazione alla felicità. Una felicità timida, capace di scavarsi una strada semplice e al tempo stesso contemplativa. Uno spazio minimo, forse, ma dotato dell’equilibrio necessario per dare finalmente un senso, un significato profondo a tanto cercare.
Con una scrittura tersa e cristallina, dotata di picchi alti, poetici e pensierosi, Rosalia Messina in questo suo ultimo romanzo “Uno spazio minimo” (Melville edizioni) regala una storia lucida, sofferta e al tempo stesso compostissima. Un gioiello di rara e preziosa solidità letteraria.
 
-Cara Lia, le chiedo, nel silenzio di Angelica si scoprono tante parole non dette. Qual è il rapporto tra vita e parola?
Risultati immagini per Rosalia MessinaCara Simona, che bella domanda mi fai. Ti ringrazio per la lettura appassionata e profonda e per avere con sguardo attento subito individuato il centro nevralgico di questa piccola storia di una famiglia come tante, che come tante si dibatte nelle sue difficoltà di comunicazione (interna e con il mondo esterno) e che è tuttavia unica nel suo malessere, perché il malessere, anche se può sembrare sempre uguale, ha di volta in volta un nome preciso, una fisionomia irripetibile (quell’essere infelice a modo suo, come dice Tolstoj).
E vengo alla risposta. La comunicazione è essenziale alla vita. Mettersi in relazione con gli altri è fondamentale; ogni scambio, emotivo e intellettuale, ogni richiesta, ogni affermazione (e soddisfazione) di un bisogno necessita della mediazione del linguaggio, della parola parlata, oppure dei segni, o della parola scritta. Per raggiungere l’altro e per esserne a nostra volta raggiunti dobbiamo poterci esprimere, dobbiamo possedere o inventare un linguaggio comune. Angelica, la protagonista di Uno spazio minimo, in un certo momento della sua infanzia sembra smarrire la capacità e forse la voglia o il coraggio di comunicare, di portare all’esterno il suo magma interiore. La parola comincia a sfuggirle di mano; eppure lei ama il linguaggio, le piace leggere e impara con gioia a tracciare segni, a scrivere, a conquistare nuovi vocaboli e ad apprenderne il significato. Ma in questo processo di crescita qualcosa smette di funzionare e parlare cessa di essere, per Angelica, una facoltà naturale e scontata. Perché? Perché si tace, perché ci si ammutolisce? Per molte ragioni: per paura, per sfiducia nella possibilità di essere ascoltati (cioè nella capacità dell’interlocutore di ascoltare profondamente e comprendere), ma anche perché, a volte, proprio attraverso il silenzio si esprime, si comunica (forse addirittura si urla) un disagio. Angelica smette di parlare, ha difficoltà a nutrirsi: è la madre, la madre che nutre, la madre che insegna a comunicare (non per nulla si dice madrelingua) la destinataria di un messaggio che purtroppo cade nel vuoto.
Una storia, questa, in cui – come acutamente osservi – si accumula tanto non detto. Il non detto che continua a pesare, perché ciò che viene taciuto non scompare, non si dissolve, resta a inquinare le relazioni, a sprigionare tutto il suo potenziale venefico.
 
-In che modo la relazione genitoriale si interrompe, e perché?
Angelica vorrebbe essere ascoltata. Ha la sensazione di averne il diritto… sì, proprio il diritto, perché, prima ancora – molti anni prima − di essere una studentessa non troppo convinta di Giurisprudenza, Angelica ragiona su cosa le spetti e ha un’idea, sia pure embrionale e confusa, dei suoi diritti negati. I bambini – tutti i bambini del mondo − hanno il diritto di essere protetti, di essere ascoltati, di essere accompagnati nella crescita da adulti amorevoli. Angelica è troppo piccola per elaborare limpidamente un decalogo del buon genitore; tuttavia sa, sente, intuisce di essere privata di qualcosa che le spetta. Questo senso di ingiusta deprivazione influirà profondamente sulla sua formazione, sulle sue scelte e, inevitabilmente, sul suo rapporto con l’adulto fondamentale per ogni bambino, cioè la madre. Angelica perde la fiducia nella capacità della madre di essere al suo fianco. Dal territorio desolato dei diritti negati Angelica proverà con tutte le sue forze a tornare indietro, ma lascerei scoprire al lettore se vi riuscirà.
 
-Che ruolo hanno i due fratelli, Marianna e Germano, nella crescita di Angelica?
La sorella e il fratello di Angelica vivono, come lei, in una famiglia che funziona in un certo modo o, meglio, che non funziona: gli adulti distratti, o frustrati, o in cerca di realizzazione personale, sono e appaiono distanti. Provengono da percorsi formativi impervi e non sono attrezzati per trasmettere il senso della gioia di stare al mondo. La sofferenza in qualche modo si eredita, attraversa le generazioni e si riproduce con caratteristiche variabili ma riconducibili a una fonte originaria. I genitori di Angelica accudiscono ma non scaldano il cuore. Sono presenti ma non attenti. Il fatto che solo Angelica sembri soffrire di un disagio particolarmente accentuato (di una vera patologia) non significa che le cose per i suoi fratelli vadano magnificamente. I tre bambini crescono come possono, come piante poco curate, che vedono poca luce e bevono poca acqua, che sono state piantate in una terra avara; direi quindi che ciascuno di loro è protagonista della sua solitudine e testimone di quella degli altri.
 
-Qual è il momento determinante della svolta nella vita di Angelica? In che modo vive l’esperienza, anche drammaticamente perduta, della maternità?
Le svolte determinanti nella vita di Angelica, cioè i momenti in cui riesce a muovere qualche passo verso la faticosa conquista di equilibri accettabili, sono almeno tre. Il primo è senz’altro quello in cui, con l’aiuto di un’insegnante bizzarra e geniale, si riconcilia con la parola, riattivando il circuito che consente ai pensieri e alle emozioni di essere espresse. Una seconda tappa è rappresentata dalla conquista (tardiva, difficoltosa) della maternità, giunta, come dono ormai inaspettato, dopo una lunga via crucis di gravidanze sbocciate e presto sfiorite, di inutili peregrinazioni da uno studio medico all’altro (quasi una replica del peregrinare di Angelica bambina, chiusa nel suo silenzio, da uno specialista all’altro); del modo in cui Angelica vive questo periodo cruciale parlerò subito dopo aver accennato al terzo, significativo snodo. Angelica, ormai donna matura e realizzata, si trova, per ragioni professionali, in una di quelle situazioni in cui la vita sembra offrire un’occasione di riscatto. Ha la possibilità (e la coglie senza esitare, anzi, buttandovisi a capofitto) di sottrarre un bambino a un destino di sofferenza in cui lei stessa si rispecchia. Riuscire a raggiungere lo scopo salvifico che si è prefissa ha un duplice significato, per Angelica: da un lato aiutare quel bambino, proprio quel bambino in cui riconosce un’angoscia che le è ben nota, la risarcisce in qualche modo del suo dolore di bambina che nessuno ha saputo sorreggere quando sarebbe stato necessario; dall’altro, è proprio attraverso questa esperienza che Angelica diviene definitivamente l’adulta che avrebbe voluto avere al suo fianco da piccola (e che avrebbe avuto il diritto di avere al suo fianco da piccola).
E torniamo al periodo in cui Angelica insegue una maternità che le sfugge. È uno dei più drammatici della sua vita; non riuscire a diventare madre diventa un’ossessione, una dimensione totalizzante nella quale rischia di sprofondare. Passato e presente si saldano in un unico grumo di sofferenza in cui si riproduce l’antico senso di esclusione e di percezione di sé come segnata, come diversa: la bambina silenziosa, la donna sterile.
 
-In che modo Angelica si riconcilia con il proprio passato?
Tutta la vita di Angelica sembra accompagnata dal bisogno di sistemare i ricordi, di ricostruire il mosaico dei fatti secondo un disegno che abbia un senso, in cui nessun pezzo resti fuori posto; c’è, in lei, l’urgenza dolorosa di darsi spiegazioni, di comprendere le concatenazioni esatte di cause ed effetti, di andare alla radice del malessere. E, se vogliamo, anche di attribuire responsabilità. Un accidentato percorso terapeutico, segnato da battute d’arresto e ripartenze, aiuta Angelica a trovare alcune risposte fondamentali, ad attraversare tutto il buio che a volte è necessario attraversare per arrivare alla luce, per conquistare quello spazio minimo in cui sentirsi al sicuro, non certo invulnerabili ma almeno capaci di non soccombere nelle difficoltà.
 
-Grazie infinite cara Lia. È un romanzo colmo di grazia, questo tuo ultimo libro. Una grazia mista alla forza della riflessione.
Grazie a te, Simona, per la tua attenzione e per la lettura sensibile e partecipe.

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