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LA MANUTENZIONE DEI SENSI di Franco Faggiani: incontro con l’autore

febbraio 5, 2018

LA MANUTENZIONE DEI SENSI di Franco Faggiani (Fazi editore)

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Franco Faggiani vive a Milano e fa il giornalista. Ha lavorato come reporter nelle aree più “calde” del mondo; si è occupato di economia, ambiente, cronaca, sport e, negli ultimi anni, di enogastronomia. Ha scritto manuali sportivi, guide, biografie, saggi e testi di libri fotografici.

Da sempre alterna alla scrittura lunghe e solitarie esplorazioni in montagna.

Per Fazi editore è appena uscito il suo nuovo libro intitolato “La manutenzione dei sensi“. Si tratta di un romanzo che (come sottolinea la scheda del libro) affronta i temi del cambiamento, della paternità, della giovinezza. Una storia in cui padre e figlio ritroveranno la loro dimensione più vera proprio a contatto con la natura, riappropriandosi di valori irrinunciabili come la semplicità e la bellezza.

Abbiamo incontrato l’autore per discuterne…

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“Haruki Murakami, nel suo libro Il mestiere dello scrittore, scrive due cose che ho trovato fantastiche”, ha raccontato Franco Faggiani a Letteratitudine. “Dicono all’incirca così (vado a memoria):
«Una storia da raccontare si può trovare anche grattando il fondo di vecchi cassetti». E «La scrittura è l’unico mezzo che ti permette di poter viaggiare fino a un pianeta lontano». Io ci aggiungo anche la lettura, perché il biglietto di viaggio, il libro, costa davvero poco, di solito meno di 20 euro.
La manutenzione dei sensi è nata dall’incontro, diventato fusione, tra due piccole storie vere e originariamente lontane tra loro.
Una riguarda una mia condizione personale: anche io come il protagonista (o il protagonista come me) ho avuto trascorsi giornalistici brillanti, da giramondo. Poi il tutto è crollato in un solo giorno (la crisi dell’editoria…), costringendomi a pensare a nuove attività, contatti, relazioni. Magari non più in una grande città.
L’altra è stata l’incontro, casuale, in un piccolo rifugio alpino fuori mano, con un ragazzino schivo, solitario, con lo sguardo un po’ perso. Eravamo noi due, al sole, appoggiati contro la parete della piccola struttura. «Chissà che montagne sono queste», avevo buttato lì tanto per bucare il silenzio. Lui, senza preamboli e senza neppure guardarmi, aveva snocciolato i nomi di una ventina di cime che frastagliavano l’orizzonte. Cime per niente note, perché in quella parte delle Alpi Occidentali che poi ha fatto da scenario al romanzo, non ci sono montagne “famose” come in Valle d’Aosta o nelle Dolomiti. Sono montagne povere, defilate, selvatiche, che il turismo sfiora solo per un paio di mesi l’anno. Il padre del bambino, un po’ in disparte, si era poi quasi scusato per il comportamento spicciolo del figlio. «Ha la sindrome di Asperger», aveva infine detto, quasi in una confessione. Il che aveva suscitato la mia curiosità. E da lì ho cominciato ad approfondire, anche con il supporto di neuropsichiatri infantili, fino a creare il personaggio di Martino, che è la rappresentazione dei tanti bambini Asperger successivamente incontrati. Il romanzo non è un trattato e nemmeno un approfondimento su questa Sindrome, ma semplicemente una caratteristica del protagonista vincente di una storia buona (ma non certo buonista). La gente, secondo me, ha voglia di storie buone, che portino per un po’ su pianeti lontani”.

Ringraziamo Franco Faggiani e, di seguito, pubblichiamo un estratto del suo romanzo…

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Brano estratto da LA MANUTENZIONE DEI SENSI di Franco Faggiani (Fazi editore)

Sempre più spesso io e Martino uscivamo la sera. Stavamo in giro per ore per sentieri e praterie, anche quando non c’era la luce incoraggiante della luna. Col tempo ci eravamo abituati a vedere nel buio, così le lampade frontali le accendevamo solo quando il bosco si faceva davvero impenetrabile e c’era il rischio di infilare i piedi in qualche buca o sotto una radice, oppure per evitare di inciampare in qualche filo spinato arrugginito o nelle travi marce attraversate dai chiodi, quando passavamo accanto ai muretti a secco, coperti da sterpaglie, che un tempo sostenevano orti e piccoli campi di canapa, o alle pareti smozzicate di baite in rovina disseminate al bordo di ripide strade carrabili non più in uso. Proprio la luce delle frontali aumentava il fascino e il mistero di quelle rovine, penetrando negli angoli più reconditi e alimentando le ombre. Esploravamo con passo felpato, quasi per non disturbare, le piccole stanze spoglie e annerite dal fumo, le stalle con i pavimenti ancora disseminati di letame secco e di foglie, i minuscoli ripostigli interrati. Facevamo congetture su chi poteva aver abitato quei luoghi, immaginavamo la quotidianità della borgata, i camini accesi negli inverni senza fine, le storie tramandate. Sentivamo quasi le risate sommesse dei bambini e i lamenti e i sospiri per la vita grama che sembrava non progredire mai, ma che finiva troppo presto, con l’abbandono o la morte. Quasi mai, in quei posti, si riusciva a diventare davvero vecchi.
Ma ai confini delle radure avevamo imparato a convivere con le ombre nel loro regno, a sentire il terreno, a individuare gli ostacoli, gli avvallamenti e le sagome fugaci degli animali. Anche noi, come loro, volevamo vivere la notte, viaggiare nel silenzio e trascorrere il giorno nel nostro nascondiglio, da cui muoverci rapidamente solo in caso di necessità o di pericolo.
Le ore di cammino nella notte erano le preferite di Martino. Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi. I nostri sicuri cammini notturni, ben diversi da certi nebbiosi e inquietanti ritorni a casa nelle serate milanesi, erano contemplati da Martino come “la manutenzione dei sensi”.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

 

La scheda del libro

A un incrocio tra casualità e destino si incontrano Leonardo Guerrieri, vedovo cinquantenne, un passato brillante e un futuro alla deriva, e Martino Rochard, un ragazzino taciturno che affronta in solitudine le proprie instabilità. Leonardo e Martino hanno origini ed età diverse, ma lo stesso carattere appartato. Il ragazzo, in affido temporaneo, non chiede, non pretende, non racconta: se ne sta per i fatti suoi e non disturba mai.
Alle medie, però, a Martino, ormai adolescente, viene diagnosticata la sindrome di Asperger.
Per allontanarsi dalle sabbie mobili dell’apatia che sta per risucchiare entrambi, Guerrieri decide di lasciare Milano e traslocare in una grande casa, lontana e isolata, in mezzo ai boschi e ai prati d’alta quota, nelle Alpi piemontesi.
Sarà proprio nel silenzio della montagna, osservando le nuvole in cielo e portando al pascolo gli animali, che il ragazzo troverà se stesso e il padre una nuova serenità. A contatto con le cose semplici e le persone genuine, anche grazie all’amicizia con il burbero Augusto, un anziano montanaro di antica saggezza, padre e figlio si riscopriranno più vivi, coltivando con forza le rispettive passioni e inclinazioni.
Una storia positiva è al centro di questo romanzo che trabocca di umanità e sensibilità autentiche e che contiene una riflessione sul labile confine che divide la normalità dalla diversità.
Un romanzo sul cambiamento, la paternità, la giovinezza, in cui padre e figlio ritroveranno la loro dimensione più vera proprio a contatto con la natura, riappropriandosi di valori irrinunciabili come la semplicità e la bellezza.

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© Letteratitudine

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