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IL CANALE DEI CUORI di Giuseppe Sgarbi

febbraio 8, 2018

IL CANALE DEI CUORI di Giuseppe Sgarbi (Skira)

Il canale dei cuori, dei silenzi, della scrittura

 

di Daniela Sessa

Il canale dei cuori si trova incastonato in un reticolo di fiume, salici e campagna nei territori della Bassa padana. Il canale dei cuori, a volerlo vedere bene, è quello che collega amori, umori, affetti. “Il canale dei cuori” di Giuseppe Sgarbi (edizioni Skira, 2018) è un libro. Commovente. “Mi fermo./ Siedo. /Chiudo gli occhi./ E taccio./ Tendo l’orecchio./ Ascolto./ Fremo.”  Ad ascoltare il lento sciabordìo del fiume Livenza sono in due: Giuseppe Sgarbi e Bruno Cavallini. Sono due ma è rimasto solo uno. Il professor Cavallini è andato via tanti anni prima e ora esiste solo nella memoria di Giuseppe. Qui, nel proscenio dei ricordi dove muore davvero solo chi non ha lasciato scandalo di affetti, Bruno ritorna muto interlocutore di un altro capitolo delle memorie di Giuseppe Sgarbi.  “Il canale di cuori” è il commovente dialogo a una voce sola tra due uomini, cognati e amici, giocato sul doppio ritmo che caratterizza la scrittura di Sgarbi: quello cristallino, quando racconta gli oggetti (il fucile da caccia, la lenza), i luoghi (le case, il fiume, i boschi), i fatti (le corse sull’Olimpia nera e scattante, le “fughe” da casa, gli insegnamenti del padre, le occhiate di Rina); e il ritmo soave con cui rievoca i sentimenti e le emozioni, che hanno solo un nome, perché quel nome li racchiude tutti. Quel nome è ancora, sempre Rina. Rina è il desiderio, l’andirivieni dalle stelle al cuore, l’assenza presenza, un tu montaliano fatto di sguardi curiosi, di vita rapace di bellezza, di femminilità saggia e suadente. Concreta, pragmatica, furba Rina. A lei la parola, a me il silenzio, scrive Giuseppe Sgarbi. Il silenzio è il terzo personaggio di questo libro, che definire romanzo è improprio: è un quaderno di appunti del cuore. E siccome il cuore scrive in versi, ecco la poesia invadere la prosa e sistemarsi a suo agio. Così: “È tutto come allora. Il fiume; olmi, salici e ontani accalcati sugli argini, come una folla di curiosi, accorsa ad ammirare un prodigio del quale in paese non si smette di parlare; l’azzurro effervescente del cielo, così diverso da quello indolente e talvolta persino opprimente delle golene del Po. E il profumo. Profumo d’altri tempi; profumo di montagna, torrente ed erbe selvatiche; profumo di vita; di finestre che sbattono, di porte che si aprono e strade che non si sa dove portano; di giorni che vibrano fino a stordire e notti gravide di stelle, che diffondono il balsamo inebriante di desideri inesplorati. E la pace, naturalmente. Una pace che sgorga improvvisa subito dietro la curva, alle spalle del verde intenso del piccolo bosco che custodisce gelosamente polle, anse, meandri e rapide. Pace totale. Piena. Immacolata. Irreale…”.
Sorprende nel libro il frastuono silenzioso delle parole. Come si muove il silenzio? Si insinua tra le pieghe ondose del fiume, si accampa nei gesti carichi di fragilità di Bruno Cavallini (come nello scambio epistolare con la collega),si nasconde nel luogo in cui è Rina. Il silenzio ha la forma del brusio del vento tra le foglie o di un battito d’ali o dell’ombra alle porte del bosco; ha la forma di un uomo che ascolta la sua donna, i suoi figli, la vita. È il silenzio il dono del fiume, come le parole “Pensieri e parole non smettevano mai di crepitare, ravviandosi le une alle altre, come affluenti e fiumi”.
Giuseppe Sgarbi trova un movente per la scrittura: la distanza. Forse è qui il senso di “Il canale dei cuori”, nel significato della scrittura come azione, primigenia. Sarà la suggestione geografica, sarà la genuinità della prosa di Sgarbi che cerca la parola originaria, nuda ed essenziale, ma sembra proprio che nell’atto della pesca e della caccia si riproduca la nascita della scrittura di quell’indovinello veronese, che è tra i primi documenti del volgare italiano. La canna (da pesca e di fucile), il fiume, l’incresparsi dell’acqua se il pesce fugge o abbocca, lo sparo esatto verso il punto di fuga dell’animale sono l’atto primordiale della scrittura di Sgarbi, il suo “albo versorio”. Di questa capacità il farmacista Giuseppe Sgarbi si avvede molti anni dopo la lezione del padre cacciatore, quando la figlia Elisabetta, ricca di intuito e affetto, gli suggerisce di colmare la distanza da Rina e dal mondo che solo con lei pareva significare -“la voglia di abbracciarti è dinamite”– premendo su un altro detonatore: scrivere. Nel mondo narrativo di Giuseppe Sgarbi c’è in didascalia tutta la storia dell’arte di raccontare: il passaggio dall’oralità al testo “Dovresti scrivere la tua vita, papà”. L’ho guardata come per dire:Di cosa stai parlando?”. “Tutte le cose belle che ci hai raccontato in questi anni”, ha proseguito. “Il mulino, nonna Angela, la zia Eliduina; la mamma, la guerra, l’alluvione… lo zio Bruno…” e la scrittura come memoria “E così, mi sono arreso: ho aperto la cassapanca dei ricordi e ho cominciato a tirarli fuori, lucidarli e metterli in ordine, come facevo da bambino con i soldatini, quando cercavo di dare ai condottieri e agli eserciti sfortunati ma simpatici le soddisfazioni che la Storia aveva loro negato”. Quando la voce del racconto diventa pagina, il silenzio cessa e la distanza diventa sopravvivenza. La qualità di Sgarbi è mettersi a tu per tu con il foglio, costruire l’intreccio del testo per curare il cuore, come dosava i composti nella sua farmacia (risale al Medioevo la corporazione unica di  farmacisti e poeti: ne sapeva qualcosa quel Dante Alighieri che creò in Beatrice il medicamento dell’anima); pensare soprattutto a uno scarto ineludibile tra scrittura e vita “La vita è come la pagina: le devi stare dietro con la testa, altrimenti è un disastro. E finché c’era la Rina, nella testa avevo solo lei. La riempiva tutta e non rimaneva spazio per nient’altro”; fare di quello scarto un movimento sbilanciato tra la musa e l’arte, tra colei che ispira arte e l’arte che la supplisce, per un tempo non eterno “Sei andata via troppo presto: che fretta c’era? Te l’ho già chiesto, ma non mi hai risposto. Ma ti troverò, sta’ certa. Ci sono sempre riuscito, ricordi? Ci riuscirò anche questa volta, non darti pensiero”. Quel tempo, arrivato pochi giorni fa, gioca nel libro il ruolo di mesto galeotto. Libro commovente sì e anche generoso. “Il canale dei cuori” è la testimonianza affettuosa e severa di un uomo e di un’epoca. E viene voglia di ribellarsi all’idea di dover definire postumo questo libro, perché dello sguardo pacato di un grande vecchio, tesoriere di memorie, le nuove generazioni avrebbero bisogno. Per comprendere la solidità di un passato che sa conoscere l’importanza della terra, delle tre stagioni dell’uomo che escludono la perenne adolescenza di questa generazione, la forza nell’affrontare le guerre, la violenza della natura, la morte.  Per comprendere l’utilità dell’otium, la forza dell’amicizia e quella tristezza senza la quale l’arte non nasce. Per comprendere infine “il rigore del valore” di uomini come Bruno Cavallini (la sua figura sembra tratta da una pellicola di Luchino Visconti o di Ettore Scola: così elegante e tormentato questo intellettuale puro, mentore, assieme a Rina, dell’eccezionale personalità del nipote Vittorio) o il rispetto che si deve ai padri e alle madri, la cura che si deve alla famiglia: una famiglia bella, quella di Giuseppe Sgarbi, in cui la passione per l’arte e per la cultura ha scavato un canale dalle pareti domestiche ai cuori di chi sa e vuole educarsi alla Bellezza. “Il canale di cuori” è tutto questo, un tiro di lenza tra pensieri e inchiostro, un lancio deciso e gentile. Gran torto ebbe Vittorio Sgarbi a consigliare al padre di scrivere un libro da intitolare “Un Po di gnocca”:  la sfacciata seppur gustosa ironia non avrebbe dato ragione dell’animo di un uomo il cui sentire da scrittore è racchiuso in questa immagine “La Rina è stata inchiostro per la mia carta e io pagina per i suoi pensieri. E Vittorio e l’Elisabetta, le nostre poesie più belle”.

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La scheda del libro

Il passato di un autore amato e apprezzato che riemerge alla memoria. Ricordi, riflessioni e bilanci di una vita in un dialogo intimo e intenso.

“Giuseppe Sgarbi è uno scrittore e un uomo autorevole, che non dà confidenza ma non gioca con alcun segreto. Nomina le cose, fa vivere le persone e i fatti, con tacito amore e tranquillo riserbo in una prosa classica e affascinante. Sarebbe bello potergli assomigliare, almeno un pochino…”Claudio Magris

Dopo tre titoli coronati da un importante successo di pubblico e di critica, Giuseppe “Nino” Sgarbi – classe 1921 – ritorna: nella primavera del 2017 lo ritroviamo sulle sponde di quel Livenza dove, per tanti anni, è andato a pescare e dove a poco a poco il passato riemerge riportando storie, persone ed emozioni. Accanto al vecchio signore prende vita il ricordo del fratello della moglie Rina, Bruno Cavallini, con cui Nino riallaccia il dialogo che si era dovuto interrompere, improvvisamente, più di trent’anni prima, come se il loro ragionare non si fosse mai fermato. Un dialogo intimo, intenso, fatto di ricordi e bilanci di una vita lunga quasi un secolo, in pagine che scorrono limpide, fresche e vivificanti come le acque del fiume tanto caro all’autore, regalando squarci inediti e sorprendenti di una vita che non c’è più, così come pochissimi l’hanno vissuta. E quasi nessuno l’ha mai raccontata.

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Giuseppe Sgarbi (Badia Polesine, 15 gennaio 1921 – Ferrara, 23 gennaio 2018), padre di Vittorio e Elisabetta, per quasi mezzo secolo ha esercitato la professione di farmacista nella campagna tra Veneto ed Emilia. I suoi libri sono pubblicati da Skira. Ricordiamo il suo romanzo d’esordio “Lungo l’argine del tempo. Memorie di un farmacista (2014, vincitore del Bancarella Opera Prima e del Premio Internazionale Martoglio), “Non chiedere cosa sarà il futuro” (2015), “Lei mi parla ancora” (2016). Il suo ultimo romanzo, pubblicato anche questo da Skira, è “Il canale dei cuori“.

Tra i vari riconoscimenti: Premio Internazionale Martoglio, targa speciale Premio Stresa e Premio Bruno Cavallini 2016.

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