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STRANI I PERCORSI CHE SCEGLIE IL DESIDERIO di Francesca Mazzucato: incontro con l’autrice

febbraio 14, 2018

STRANI I PERCORSI CHE SCEGLIE IL DESIDERIO di Francesca Mazzucato (Castelvecchi): incontro con l’autrice e un estratto del romanzo

Francesca Mazzucato, laureata in Lettere e specializzata in Biblioteconomia, è scrittrice, traduttrice e consulente editoriale. I suoi romanzi sono stati tradotti in Francia, Germania, Grecia e Spagna. I suoi racconti compaiono in prestigiose antologie uscite negli Stati Uniti, come Rome Noir, Venice Noir e La dolce vita. I suoi libri più recenti sono “Belgrado Blues. La città bianca fra mito e visioni” (2017) e “24 ore” (2017). Sempre nel 2017, per Castelvecchi è uscito il romanzo “Strani i percorsi che sceglie il desiderio”.
Ne discutiamo con l’autrice…

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“Scrivere della ex-Jugoslavia e di Balcani è stata un’esigenza precisa, quasi un richiamo”, ha raccontato Francesca Mazzucato a Letteratitudine. “Dopo dieci anni esatti di studi sulle guerre più recenti e sulla storia remota, dopo moltissimi viaggi, e  incontri indimenticabili fra Belgrado, la Bosnia e certi paesi senza nome persi nel bianco gelato di confini segnati da sangue, vendette e resistenza, ho sentito che era arrivato il momento.
Strani i percorsi che sceglie il desiderio è la seconda parte di una trilogia balcanica destinata a continuare chissà quando e chissà dove, ma che continuerà comunque. Il primo libro è uscito, sempre nel 2017, per la collana dei Cahier di viaggio di Historica edizioni e si intitola Belgrado Blues, la città bianca fra mito e visioni.  Il mio progetto è una trilogia, forse sarà una trilogia con delle diramazioni ( sto completando un ebook con i materiali esclusi dai romanzi e con alcune note di viaggio che non volevo andassero perdute, un taccuino balcanico). In quei luoghi, nella Bosnia dell’entità ortodossa in particolare, ritrovo una purezza che mi è necessaria, che mi permette di respirare. Purezza è una parola strana, nei Balcani, vuol dire tutto, e per tanti è motivo di scelte radicali, dall’esterno non vuol dire niente o quasi, perché tutto, appare effimero e impermenente. Bosnia, Serbia, parti della Croazia, sono urgenza infuocata, storie necessarie, torti e ragioni che si fondono, si sovrappongono, si annullano e si ritrovano.
Questo romanzo uscito da poco per Castelvecchi è una storia di guerra e di pace, in Bosnia ma anche in Italia, anche nel quotidiano, nelle battaglie e fra le crepe di ogni giorno. Le protagoniste sono tre donne e ognuna di loro ha assedi da fronteggiare, piccole euforie, frantumi speranze e sollievi. Il libro è stato definito un’epica corale di prodigiosa bellezza dedicata agli esclusi.  Sto lavorando al taccuini e alla storia di Mirjana, che ho conosciuto davvero a Banja Luka in una notte indimenticabile e mi ha regalato la sua amicizia, la sua fiducia, la consapevolezza che fosse la strada da seguire”.

Di seguito, un estratto del romanzo…

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ESTRATTO da Francesca Mazzucato: “Strani i percorsi che sceglie il desiderio” (Castelvecchi, 2017)

 


Sono strani i percorsi che sceglie l’amore, in certi giorni, e imperscrutabili quelli del desiderio. Paiono percorsi coerenti solo per brevi intervalli. Sono deviazioni, anomalie, bave, passati da mignotta, presenti diversi, redenzioni sperate, il lieto fine come tentazione senza sapere ormai più cosa è lieto. Questi percorsi a volte vogliono dire partire, vogliono dire assenze. Nonostante tutto quello che si è condiviso, nonostante i libri letti insieme, le confidenze, le paure, i vestiti verde-bosco, l’amore di carne e di anima per notti che non diventavano mai mattina; partire lo stesso, distruggere tutto, andarsene senza lasciarsi trovare, consegnare l’altro a un dolore perpetuo. Mi ricordo ogni dettaglio del tuo corpo, lo imparavo a memoria pian piano, ogni tanto ancora lo immagino, come se la tua carne scorresse sotto le mie dita, e ne percepissi la grana coi polpastrelli.

«Concentrati sul presente », mi dice Tania. «Vivi nel passato, torna qui, devi smetterla, è stato difficile per te, lo è stato per tutti. Non hai sofferto solo tu Mirjana, non hai cercato compromessi solo tu, smettila».

Ha ragione, ma non riesco anche se faccio tutto il possibile per dare un senso alla mia vita, Proteggo i quartieri degli ultimi aiutando l’associazione di Sarah, una donna coraggiosa che porta da mangiare a tutte le vittime senza distinzione: a chi fa fatica ad arrivare a fine mese, a chi è stato spogliato di tutto, durante e dopo la guerra. Non guarda a religioni, famiglie, appartenenza politica, vuole solo che le persone possano stare meglio, coltivare qualche speranza. Con lei mi sento ancora una guerriera, sento di fare quel poco che posso per proteggere la vita di chi fatica a farlo da solo, mi tengo occupata, allontano i miei dolori. Ogni mattina l’assenza si sveglia con me, e aiutare Sarah quando manca tutto è importante, niente mi sostiene o mi aiuta ad alzarmi dal letto, a continuare le normali attività, a comporle con ordine fra i miei libri d’arte e nella solitudine del mio appartamento, fra le poche e tante cose che lascio in disordine. Portiamo cibo, chiediamo di donare qualcosa a chi ha appena un po’ di più delle persone di cui ci occupiamo noi: malati cronici senza coperture, anziani, famiglie con tutti e due i genitori disoccupati. Ce ne sono tanti. Troppi. Questa parte di Bosnia è disastrata, porta una perpetua ferita di guerra senza possibile guarigione, qui è nato Stanislav Galic, il primo colpevole, il generale dei massacri, Markale, il mercato cittadino di Sarajevo. Ricordo la notizia in televisione, i morti in fila, il sangue, l’orrore, io ricordo tutto, indicarono noi, dissero che il nostro esercito era colpevole, i nostri comandanti negarono, dissero ancora colpevoli, fu l’evento che autorizzò l’intervento; la fine di tutto come l’avevo conosciuto, perché la guerra è questo, uno scivolare nell’abisso. Non siamo stati noi, hanno sparato loro sulla gente;  investigate, verificate. Non ci davano retta, di noi serbi di Bosnia, di noi di Banja Luka se ne fregavano, avevamo torto e basta. Adesso è il dopo, il limbo, il momento grigio, quello sospeso fra il bianco-purezza e il rosso-sangue, sono qui, siamo tutti qui, senza sapere nulla di preciso sul nostro futuro, a Banja Luka.

 
Моја Република, Република Српска! Moja Republika, Republika Srpska!

Abbiamo un inno e una provvisoria pace che pace poi non è, hanno voluto che fossimo definitivamente marchiati in un ghetto di crudeli emarginati a fare i conti coi nostri crampi di dolori remoti. Abbiamo una quotidianità quasi normale, vorremmo altro, ci vorrebbero infrastrutture e investimenti. Il referendum e l’annessione a Belgrado sono opzioni importanti, il nostro futuro si gioca su questo, dicono che lo voglia anche Putin, lo vogliono meno i politici di Belgrado, ma se Putin vuole lo faranno, diranno va bene, gli equilibri nei Balcani sono una cosa precaria e necessaria che nessuno può mai capire se non pochi visionari geniali, ed è una comprensione impermanente, variabile. Adesso non posso più concedermi speranze se non piccolissime, minima roba quotidiana. Non voglio sapere cose, immaginarle, aspettarle, cose che poi non succedono e nemmeno perdermi in opinioni che hanno sapore di polvere, ruggine, sangue e plastica bruciata, copertoni e cemento. Porto da mangiare nelle periferie estreme, incontro donne che somigliano a mia madre e a mia nonna, gli occhi delle donne di Bosnia hanno tutto l’orrore e l’amore del mondo inciso nelle pupille, le pupille sono mosaici, murales, lettere non spedite. Scrivo di questa ricerca, segni di mia madre nel mio corpo, nelle mie paure, segni della madre di mia madre, delle donne che ho riconosciuto come tali, ma soprattutto una, quella di Marko. La cerco anche se in tanti mi hanno detto che non è più qui, è andata a Zurigo, poi in Austria, non ci sono più i parenti di Marko a Banja Luka. Me lo hanno detto in tanti, il coro delle amiche fidate mi ha intimato di smettere con questa ricerca assurda, che anche se la trovassi non mi direbbe niente.
Era muta, capace di tenere dentro tutti i segreti – e ne sapeva tanti, ne ha sempre saputi tanti Samira. Samira dal nome diverso per una bizzarria del padre, serbo-bosniaca come me, come tutta la sua famiglia, chiamata Samja da tutti, per dimenticare quel suono del suo nome, così inadatto, ma suo padre leggeva le Mille e una Notte e aveva vissuto in una Sarajevo che forse era durata una sola stagione. La cerco Samja-Samira, che ha avuto Marko a 17 anni ed è ancora bella, come mi dicono sempre le amiche nel loro coro assennato, che mi insegue nei momenti di disperazione e assenza per darmi qualche saggio consiglio che mi risuona nella testa ma puntualmente non seguo.

«Perché cerchi quella? Se n’è andata».
«No, non è vero».
«Fidati, lei e suo figlio sono capaci solo di fuggire, sono una malarazza.
Cosa vuoi da Samja-Samira? Non la troverai. E se per caso la trovassi, quelle poche volte che qualcuno la vede in città a occuparsi delle proprietà che sono rimaste alla famiglia può dirtelo, non ti parlerebbe Samja. Non dice niente a nessuno, scambia qualche opinione con l’amministratore dei suoi due condomini, si fa versare i soldi, va fuori città dove ci sono quelle case senza intonaco, in quel villaggio dove hanno dovuto costruire la moschea per mantenere gli equilibri in bilico, lì prende carne di maiale, uova e miele, carica tutto in macchina e torna a Belgrado. Tratta con i vecchi per il prezzo del miele, lei che con tutte le proprietà si è fatta ricca, non vuole pagarlo cinque marchi convertibili, dice che è troppo, indurisce quel suo sguardo già duro, i vecchi delle case cedono sempre alla fine, le danno le confezioni grandi per tre convertibili, e lei sorride meschina, contenta e arida, se ne va come se avesse un bottino da proteggere e c’è chi dice che in banca a Zurigo abbia davvero tantissimi soldi. Lo sai che non era una famiglia povera, mai stati, Marko ha potuto giocare al rivoluzionario proprio per questo, ha potuto fare quello sempre in rivolta col culo coperto. Perché la cerchi? Non vuole parlare con te, protegge le scelte di Marko, non rivela niente. E  poi non le sei mai davvero piaciuta, troppo arrabbiata, troppo indipendente. Non devi fidarti, se si tratta del figlio diventa muta come una statua di sale, lo protegge, lo aiuta in silenzio. Qualcuno ha provato a domandarle di lui. Resta immobile, non annuisce, non sorride, mostra tutta quella sua bellezza matura, fredda come il ghiaccio, dov’è Marko, cosa fa Marko, me lo saluti. Saluta appena con un cenno del capo, si morde un labbro poi va via, sarebbe dovuta venire lei da te, ricordando l’intensità del rapporto che hai avuto con suo figlio, adesso cosa potrebbe mai succedere? Ti farebbe soffrire e basta». Loro sono le amiche sagge, il loro è un coro di buoni consigli.
Non sanno. Non voglio credere a quello che dicono. Parlano senza sapere, senza avere vissuto quello che ho vissuto io, senza avere visto il desiderio di Marko, senza avere mai capito quel volermi così, nuda di passato, tutta sua, sempre e comunque. Anche la madre mi voleva bene. Con la sua durezza, certo,  ma so che capiva il valore della mia storia con suo figlio. Se la trovassi, mi direbbe qualcosa di Marko, come sta, cosa fa, mi basta una indicazione, è inutile che cerchino di dissuadermi. Non ascolto nessuno, cercare lei e cercare le madri della mia storia, è diventato un compito viscerale, prepotente. Il mio corpo porta i segni delle madri, le strie delle loro vite, smagliature, arrossamenti, rughe, gonfiori, angoli morbidi. Il mio corpo racconta storie legate al sangue della mia terra, al sangue versato dalle donne serbo-bosniache, agli umori, gli odori, il sudore degli uomini che non ho mai dimenticato, le confidenze che ho raccolto, non potevo non amare la mia terra, amando il corpo di quei generali, amavo la Bosnia, rinnovavo il mio giuramento, mostravo il mio orgoglio di donna serba, che sa darsi per il suo paese.
Solo dopo è cambiato tutto. Io e Marko eravamo tutto. Io ero diversa, potevo immaginare un futuro, ma tutto si è troncato con la sua partenza, eppure Marko mi aveva salvato, aveva ascoltato quello che avevo vissuto, il mio trauma, le paure di darmi completamente dopo quel periodo di guerra fuori e di guerra del mio corpo.
Sapevi, non mi colpevolizzavi mai, siamo stati tutti combattenti, abbiamo fatto tutti cose che non rifaremmo più, oppure forse sì, nelle stesse condizioni. Non c’è nulla per cui devi sentirti in colpa Mirja, e per cui sia necessaria tutta questa rabbia, tutto questo furore.
Continuo, quindi, a non avere pace. Cerco la madre di Marko negli sguardi delle donne per strada, delle signore che mi urtano all’ufficio postale, fra le adolescenti con le labbra carnose sospese in un broncio costante che attendono alle fermate dell’autobus, in chi aspetta nel cortile dell’università, ovunque, è come se fossi sempre all’erta, sempre in uno stato di tensione perpetua, una corda di violino, un arco. Cerco i suoi tratti, così simili a quelli del figlio.

(Riproduzione riservata)

© Castelvecchi

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La scheda del libro

Le guerre sembrano finite, ma è solo un’illusione. Mirjana combatte ogni giorno la sua guerra con le memorie crudeli, la sindrome post traumatica, i progetti che non vuole abbandonare. Aspetta che Marko ritorni, o forse si illude. Marko, estremo e feroce come lei, arrabbiato, impegnato con gli ultimi degli ultimi, Marko che è andato via senza dirle dove, o perché. E poi ci sono Annarosa e Diana. Sono diventate amiche da bambine, nei corridoi di un ospedale, travestite da principesse egizie, cercando di sopravvivere all’inaccettabile. Che andare avanti, cavarsela in ogni caso sia la questione fondamentale della vita lo imparano presto. Tre donne nel tempo di mezzo, con assedi da fronteggiare, piccole euforie, piaceri, speranze e brevi sollievi, sono le protagoniste di un romanzo corale e coinvolgente dedicato ai Balcani, agli esclusi, alla magnifica fragilità, a chi sopravvive e a chi no. Una storia coraggiosa, carnale, epica, da cui è impossibile non lasciarsi trasportare.

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© Letteratitudine

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