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L’ULTIMA NOTTE DI ACHILLE di Giuseppina Norcia

febbraio 20, 2018

L’ULTIMA NOTTE DI ACHILLE di Giuseppina Norcia (Castelvecchi editore): recensione ed estratto

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“L’ultima notte di Achille” di Giuseppina Norcia: l’eroe, la gloria e il nòstos

di Daniela Sessa

Ogni racconto è un canto di aedo. Si scriva questa epigrafe per il romanzo di Achille di Giuseppina Norcia dove l’eroe dall’ira funesta è il pretesto per un canto che riecheggia con soffusa voce di lira dalle regge dell’Ellade fino ai nostri tempi orfani di eroi. Resta da chiedersi, giunti alla fine di “L’ultima notte di Achille” (Castelvecchi, 2018) di Giuseppina Norcia, se abbia ancora senso un racconto che dica il ritorno, se sia il racconto ancora capace di dare forma all’esistenza, che la compia. Per Achille rari sono stati i tentativi di tradimento del mito: Achille è l’eroe della gloria, incarnazione dell’aretè, la virtù guerriera e intellettuale. Nella mischia Achille è il piè veloce, il semidio destro e selvaggio, “votato alla dismisura”, eccessivo verso il nemico sia nell’onorarlo sia nel farne scempio; nella tenda con i suoi Mirmidoni impone la potenza della parola mentre all’arroganza di Agamennone oppone il klèos (l’onore) e la mènis (l’ira di chi è nato divino).  Ha lo stesso fiero eroismo l’Achille di Giuseppina Norcia, che calca le orme del racconto omerico con il passo sicuro di chi ha intimità con quel mondo di uomini e dei. Il suo Achille è omerico nel senso in cui lo intese Ettore Romagnoli “con le mille e mille inebrianti sfumature dell’iride”. Una sfumatura su tutte, la solitudine. Un Achille quasi borgesiano (anche se Borges gli preferì Ettore) proprio per questa sua malinconia dell’incompiuto, di figlio incompiuto d’amore che cerca nella gloria fatale la compiutezza. Norcia lo incontra nella sua tenda insieme a Priamo, venuto a reclamare il corpo di Ettore, e sceglie un incipt “L’ira è fuggita via, come un sogno sordo” che – oltre a restituirci la lettera del poema omerico che Romagnoli pospose “Cantami l’ira, o Diva, d’Achille figliuol di Pelèo  funesta”-  è immagine di un Achille che ha appena composto le due urgenze del suo animo: la fragilità di cedere a una vita lunga e anonima e l’ambizione di una vita breve e gloriosa. In mezzo c’erano stati l’amore e la guerra, la spada e la cetra “Non volevi essere re, Achille…Sarai sempre principe tu, come Ettore, ed entrambi lascerete il trono a due padri vecchi e stanchi…Tu hai sempre preferito il canto dei poeti”.  Nel romanzo di Norcia Achille è l’eroe del ritorno. Non ha Ftia, Achille. Ha Itaca, una dimensione dell’anima che lo reclama a sé. La sua Itaca è la gloria, il suo aedo è Thanatos, la morte.  Thanatos canta il fato di Achille. Si offre, vigile sentinella delle illusioni dei mortali, a colui che vuole conoscere i pensieri e la voce della morte, all’uomo, l’instancabile creatura che dalla notte dei tempi combatte la morte, l’asseconda nel Sonno, la rinchiude nell’architettura degli Inferi. Instancabile e ingenua creatura, l’uomo. Persino ostinata fino alla tracotanza se dimentica che Thanatos è fratello di Hypnos, (del Sonno), è figlio della Notte, è la casa delle origini. Thanatos è la voce narrante dell’esistenza perché la morte è ciò che sappiamo. Norcia dà a Thanatos il ghèras, il dono onorifico: Achille. L’eroe che sa abitare la morte, portarsela addosso nella vulnerabilità del tallone e della scelta. Achille, il semidio nato dal re Peleo (Norcia lo ha voluto anaffettivo) e dalla ninfa Teti ( qui madre, solo e disperatamente madre) sa che la dimensione fugace della vita risiede nell’intensità, nel gesto eccellente. Achille sa che il gesto (uccidere più Troiani e farsi artefice della vittoria) è l’eco fragorosa necessaria con cui precipitare nell’inevitabile nulla. “Chiamate Thanatos, insistentemente. […] Senza me, il dio che fingete di odiare, diventereste banali, arroganti, pieni di noia. Perdereste la passione per l’ignoto, l’ansia di gloria che vi rende poeti o eroi, il desiderio di scalare il cielo facendo qualcosa che vi superi, che sopravviva a voi stessi “.  Achille e Thanathos, transeunte ed eterno, l’archè dialettica del pensiero umano. L’intuizione felice di Norcia in “L’ultima notte di Achille” sta nel risalire alle origini mitologiche dell’intelligenza umana. Laddove umano e divino convivono (scambiandosi amori, gelosie, stirpi, armi, territori) Norcia trova la parola nuda: l’immortalità è il limite. Così Thanatos – che ci parla nei  monologhi feroci e struggenti di prologo, intermezzo ed epilogo- accompagna Achille nel viaggio di compimento del Fato. Un viaggio difficile perché Achille nel frattempo vive. Vive l’amicizia di Fenice e di Chirone (di straordinaria attualità è il legame tra il centauro medico e Thanatos “Talora era lui stesso a chiudere dolcemente le palpebre sugli occhi che io avevo già svuotato di luce, come un complice, un alleato”), l’infelicità di figlio posseduto e negletto al tempo stesso, la dolcezza e la furia degli amori per Deidamia e per Patroclo; vive la guerra con il suo carico di ferocia e morte, di  violenza e ingiustizia, di ira e di pietà. “Noi eroi viviamo nella paura di sparire, come se la memoria delle nostre azioni fosse l’unica salvezza”. Affiora la tragicità euripidea, l’avvitarsi dell’agire nel sentire che ha spalancato le porte alla modernizzazione del mito, all’eroe inquieto e costernato fino all’ironica potente Euridice di Gesualdo Bufalino. La modernità di Achille sta nel conservarsi uguale a se stesso, nell’impedire contaminazioni per il fatto stesso che in lui vi è già la contaminazione ossia la duplicità e la trasformazione, quel “diventare senza smettere di essere, essere senza smettere di diventare” di Italo Calvino.  La trasformazione è un tema forte di questo libro. Il primo travestimento è quello di Morte e Sonno, la morte bugiarda che concede il ritorno. Un incrocio di identità, consacrate dai multiformi Dioniso e Afrodite, lega Elena ad Achille (maledetti, orgogliosi e soli l’uno nella tenda dell’ira, l’altra sulle mura di Troia), Teti a Clitemnestra.  Il trasmutar di forme, “la grotta della metamorfosi”, segna il destino dell’eroe: ora evoca il fluttuare di Teti tra mare e terra nel tentativo vano di cambiare il destino del figlio, ora diventa dimensione eroica nel trasformare l’eroe furente col corpo di Ettore, l’uccisore dell’amante Patroclo, in eroe pietoso col vecchio Priamo. Il travestimento di Achille in Pirra e quello di Patroclo in Achille sono il segno della labilità dell’umano e della potenza del divino, dell’ineluttabilità della natura umana, dell’impossibilità di sottrarsi al destino. Per questo affascina e domina la figura di Thanatos, parola e ombra, epicedio e epica. Un’epica moderna che ci parla con voce remota. E’ felice e prezioso lo stile di Giuseppina Norcia capace di restituire la sonorità del racconto orale nel ritmo della frase. La pagina sembra una sirena seduttiva e pietosa che dice: ascoltate questo suono lontano che arriva dalle selve dei centauri, dalle coste della Grecia e di Troia, dai campi di battaglia; sentite come si fa puro quando canta l’amore e struggente quando canta Ifigenia (personaggio cui Norcia ha restituito tutta la poesia come ha risarcito Clitemnestra di ogni pietà).  Il travestimento va oltre il testo e confonde autore  e narratore. Norcia nel costruire il telaio del suo romanzo si fa cantore del ritorno essa stessa. Dà al testo il movimento all’indietro, raggomitola il filo del fato di Achille da Atropo a Cloto, dalla Moira che taglia lo stame della vita alla Moira che lo fila. Si fa lei stessa metamorfosi di Thanatos, fine e inizio. In questo movimento all’indietro, il rapsodo Norcia ricuce, derivando flashback da flashback, nella storia di Achille tutti i miti dal banchetto di nozze di Teti e Peleo, all’origine dei Mirmidoni, al rapimento di Elena, alle divinità, ai personaggi. Tra i tanti: Nestore, Ulisse, Giasone, Deidamia, Calcante, Briseide, Priamo, Ettore, Paride, Agamennone e Aiace, il più drammatico per la “promessa di gloria che sarebbe stata ogni giorno disattesa”. Resta la necessità di un gesto eroico, l’evocazione di un valore individuale e collettivo da realizzare, fino a morirne, nel presente (in questa Storia?) che è l’unica dimensione possibile. Dopo, nell’ultima notte, c’è solo il prima, c’è “Thanatos il respiro della memoria, l’incavo della vita

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Estratto da L’ultima notte di Achille di Giuseppina Norcia, Castelvecchi Editore, 2018.

© 2018 Lit Edizioni Srl

Per gentile concessione

Teti ti portò via nel cuore della notte, dopo averti catturato in un sonno solido e greve. Svegliò solo Chirone dalle visioni fragili e agitate che gli spezzavano il respiro e gli tendevano i muscoli in una corsa immaginaria, come accade nei sogni quando si insegue qualcuno o inutilmente si fugge via.
Lei ti sollevò senza sforzo, come fossi ancora quel bambino da portare laggiù, sino allo Stige. Ti prese in braccio con la stessa sovrumana potenza che aveva trasmesso anche a te, e che avrebbe reso i tuoi duelli noiose varianti di una vittoria sempre uguale.
Seguiti dal centauro attraversaste un sentiero ripido e pietroso che vi portò fino a un lembo di sabbia bianca, quasi d’argento, in riva al mare. 
Tu dormivi, eppure, giunti al momento dell’addio, riuscisti a sentire Chirone mentre accostava la sua guancia ruvida alla tua, in una carezza non delle mani ma della faccia che ti lasciò addosso il suo odore e un sale di lacrime, mentre allargando le narici ti respirava per l’ultima volta volendoti imprimere per sempre nella memoria dei suoi sensi.
Poi tutto fu veloce. A un cenno di Teti un delfino emerse dalle acque e si avvicinò affinché lei potesse disporti sul suo dorso, a cavalcioni davanti a sé, e sorreggerti con la destra stringendoti al suo petto. 
Chirone ti vide andare via così, in pochi istanti, su un sentiero d’acqua e di luce lunare. 
I tuoi capelli e le vesti di Teti fluttuavano nel vento forte che sommava la velocità della corsa alle raffiche che battevano sulle onde. Sembrava anzi che il soffio di quella notte inquieta avesse lo stesso suono del respiro di tua madre, che fremeva nell’ansia di nasconderti in tempo, prima che fossero troppo vicine le vele tese della flotta greca, gravida di armi, guerrieri, tentazioni, e di un richiamo a cui non avresti potuto – né voluto – opporre resistenza.
 «Non lo troverai, Agamennone!», diceva guardando verso l’orizzonte che disegnava i primi bagliori dell’alba. «Nemmeno tu lo riconoscerai, Ulisse», e li sfidava, come se i due eroi, ovunque fossero immersi nel sonno, potessero sentirla.
Quando apristi gli occhi eravate già di fronte a Sciro, a una distanza dalla spiaggia tale da non essere scoperti ma sufficiente per vedere le ragazze dell’isola celebrare la festa di Pallade, inchinarsi dinanzi alla statua della dea, riempire di fronde la sua testa, di fiori la lancia.
Tua madre ti accarezzò i capelli. La inteneriva il tuo sguardo spaesato, di nuovo senza casa e senza approdo, ma per distrarti, e pur di parlarti dovette fingersi insensibile.
«È Deidamia, la figlia del re», disse seguendo la direzione del tuo sguardo. «Qui starai bene», tagliò corto con una fretta che non lasciava spazio alla malizia.
Non eri avvezzo alla grazia femminile che di certo non passò inosservata quel giorno, provocando in te e nel tuo corpo inesperto uno strano languore, un’eccitazione che non conoscevi e che cercasti di dissimulare.
Era invece tangibile l’insofferenza verso tua madre, così diversa dalla presenza che aveva abitato la tua immaginazione negli anni della separazione. E quel fastidio, anziché lenirsi, crebbe sino a tramutarsi in rabbia quando Teti guidò il delfino lontano dalla spiaggia dove le ragazze danzavano, dal simulacro di Atena decorato di fronde e fiori che pareva proteggerle, da Deidamia, bella come una dea.
Perché dirti “qui starai bene” e poi portarti altrove?, pensasti. «Perché continuate a togliermi ciò che fingete di darmi?», dicesti sibilando parole che tremavano d’ira, trovando finalmente la forza di rompere quel muro di risentimento, di bugie, di parole non dette.
La tua voce risuonò nel silenzio, tra le rocce illuminate appena da una tenue luce azzurrognola.
Il delfino scivolò dalla presa delle gambe, verso il fondo, lasciandovi galleggiare dolcemente sullo specchio d’acqua.
Senza rendertene conto, eri giunto nel luogo della tua metamorfosi, nella grotta marina in cui avresti mutato il tuo aspetto e il tuo nome.

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La scheda del libro

È notte. Troia è ancora sotto assedio. Dall’accampamento greco si scorgono i bagliori lontani, tra i suoni del mare e l’odore dei roghi che si consumano come l’attesa della fine. Nel chiuso di una tenda un eroe e un dio ripercorrono la storia di una vita consacrata alla gloria; così, nella sua ultima notte, Achille ascolta la voce di Thanatos per conoscere il mistero della sua esistenza, il dono ambiguo della sua predestinazione. In un monologo quasi sussurrato, Thanatos “mette in scena” la vita di Achille, dalla sua infanzia a Ftia all’addestramento sul monte dei centauri, dai giorni di fuga a Sciro en travesti a quelli di attesa in Aulide, sino al tempo divorato dall’ira sotto le mura di Troia. Perché scoppia una guerra? Come fantasmi irrompono dei e uomini intrappolati dentro le maglie del destino, personaggi che pongono, pur senza pronunciarla, la stessa domanda.

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Giuseppina Norcia è nata a Siracusa nel 1973.
Scrittrice, grecista e divulgatrice culturale, ha realizzato progetti didattici con università italiane e straniere e ha lavorato per oltre dieci anni presso l’Istituto Nazionale del Dramma Antico (Fondazione INDA) coordinando convegni internazionali e curando attività editoriali, espositive e didattiche.
Insegna drammaturgia antica presso l’Accademia d’Arte del Dramma Antico, cura laboratori per ragazzi sul teatro, la lingua italiana e la trasformazione creativa dei conflitti, realizza attività e performance narrative sul mito e l’anima dei luoghi.
Ha collaborato con rassegne e festival (tra cui Festivaletteratura di Mantova, Festival della Geografia di Bardolino, Festival della Filosofia in Magna Grecia, LatomiArte, Volalibro – Festival della cultura per Ragazzi, Feste Archimedee, Festival della Crescita).
È co-autrice (con Giovanni Di Maria) dell’audiovisivo Le Ragioni di Antigone (Videoscope 2006) ed è autrice dei libri L’Isola dei miti. Racconti della Sicilia al tempo dei Greci (VerbaVolant, 2013); Siracusa. Dizionario sentimentale di una città (VandA. ePublishing, 2014), edito anche in lingua inglese e francese; I Racconti del Loto. Sette storie sulla felicità (VandA. ePublishing 2014); I doni degli dei (VerbaVolant 2017), edito anche in lingua inglese, Archimede. Una vita Geniale (VerbaVolant 2017).

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