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LUCKY di Alice Sebold (un estratto)

febbraio 23, 2018

LUCKY di Alice Sebold (Edizioni E/O – Traduzione: Claudia Valeria Letizia) – nuova edizione

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo le prime pagine della nuova prefazione firmata dall’autrice

Questa edizione di Lucky è dedicata a tutti coloro che hanno subìto una qualunque forma di abuso sessuale.
Quando agiamo in gruppo siamo più forti che mai. (Alice Sebold)

«Sei fortunata» si sentì dire Alice dal poliziotto che raccolse la deposizione dopo lo stupro da lei subìto quando aveva 19 anni. «Una ragazza fu stuprata e smembrata in quel luogo tempo fa». Il senso di questa controversa fortuna è il tema sul quale l’autrice torna sistematicamente nel corso del suo libro che è a un tempo drammatica testimonianza, lucida e spregiudicata indagine sulla violenza e le sue conseguenze e sconcertante ritratto autobiografico, denso di candore e acutezza psicologica, anticonformista e ironico, pieno di dolore e legittima ribellione. Alice, condannata dalla violenza alla solitudine e alla discriminazione, costretta a vivere in un mondo che ha solo due colori, ciò che è sicuro e ciò che non lo è, “rovinata” agli occhi di familiari, amici e fidanzati, riuscirà con coraggio a superare prove durissime per vivere in un mondo dove orrore e amore convivono. Lucky è anche un resoconto illuminante sulla tortuosa e insolita genesi di un talento letterario tra i più innovativi della scena letteraria internazionale.

Di Alice Sebold le Edizioni E/O hanno pubblicato Lucky, Amabili resti, da cui è stato tratto l’omonimo film di Peter Jackson, Premio Oscar nel 2004 per Il Signore degli Anelli, e La quasi luna.

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LUCKY di Alice Sebold (Edizioni E/O – Traduzione: Claudia Valeria Letizia) – Dalla nuova prefazione del libro

di Alice Sebold

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Sono passati trentasei anni da quando sono stata violentata,
diciotto dalla prima edizione di Lucky, e solo due mesi
da quando un molestatore seriale nonché orgoglioso palpeggiatore
di figa è stato eletto quarantacinquesimo presidente
di questi Stati Uniti.
Da parte mia, come molte altre donne sopravvissute a
un’aggressione sessuale, sono rimasta atterrita, anche se forse
non esterrefatta, dall’esito delle elezioni del 2016. Nella vita
della maggior parte delle vittime di stupro un’indescrivibile
ingiustizia è la norma. L’esito della mia storia personale
resta, a trentasei anni di distanza, più equo di quanto non avvenga
nella maggior parte dei casi. La mia vicenda ha avuto
l’inizio, lo svolgimento e la fine che la maggior parte dei processi
per stupro non ha. Lo stupratore è stato arrestato, processato,
condannato e ha scontato quasi vent’anni di galera.
Paragonate tutto questo a certe sentenze da due o tre mesi a
cui abbiamo assistito di recente, l’equivalente di una semplice
bacchettata sulle mani, e comincerete a capire che ho scelto
il titolo Lucky sia perché in effetti sono stata molto fortunata,
sia perché l’ironia contenuta nel nostro modo di
definire la “fortuna” sembra non finire mai.
Nel 1981, subito dopo il mio stupro, promisi a me stessa
che se fossi sopravvissuta ne avrei scritto. Ero una matricola
diciottenne e scrivevo e leggevo ossessivamente poesia. Divoravo
riviste astruse e frugavo le vecchie librerie alla ricerca
di arretrati di Poetry o American Poetry Review (APR). La
poesia per me era ossigeno. Perfino ai miei occhi questa fra-
se appare oggi un po’ sgradevole, ma a diciott’anni nutrivo
una fede assoluta in quello che, detto in termini generali e in
base alla mia concezione dell’epoca, è “il potere dell’arte”.
Anche se la mia fede appassionata nella poesia poteva sembrare
ingenua, forse la dimostrazione più impressionante di
quanto fossi innocente era che a diciott’anni credevo ancora
in un mondo giusto. Inoltre, a differenza della maggior parte
delle donne e degli uomini con cui sono entrata in contatto
dopo la pubblicazione di Lucky, sapevo in modo istintivo
che ciò che mi avevano fatto dentro quella galleria era sbagliato.
Infine, ecco un altro colpo di fortuna: mi avevano picchiata
talmente tanto che non c’era modo di nasconderne i
segni.
Alla fine mi ci sono voluti altri diciott’anni per scrivere un
libro sul mio stupro, nonché, lungo il percorso, un passaggio
dalla poesia alla prosa. E anche se nessuna bambina sognerà
mai di crescere, essere violentata e poi scrivere un libro sulla
sua esperienza, non mi dispiacque quando il mio fu pubblicato.
Ho usato l’espressione “non mi dispiacque” perché ciò che
volevo scrivere era un romanzo, non un memoir, e anche se
quel romanzo avrebbe visto la luce due anni più tardi e avrebbe
venduto abbastanza da permettere a Lucky di raggiungere
un numero più ampio di lettori, ora sono convinta che il mio
destino fosse scrivere Lucky. Molti di noi hanno uno scopo
che non scelgono, ma che al contrario va a stanarli con l’ostinazione
tipica di questo genere di fenomeni. Mi sono servita
della cosa che amavo di più, ovvero la lingua, per tradurre in
prosa la peggiore violenza che avessi mai conosciuto. Sottrarsi
a questo, alla fine me ne sono resa conto, non era possibile,
per il mio bene e per quello di tutte le vittime ridotte al silenzio
dalla vergogna o da imperativi familiari o culturali.

Dopo la pubblicazione di Lucky, quando la mia storia divenne
di pubblico dominio, e soprattutto dopo l’uscita di
Amabili resti, cominciai a entrare in contatto con uomini e
donne, ragazze e ragazzi, che erano stati violentati o molestati,
e rimasi travolta dai loro racconti e dall’enorme quantità di
lettere che ricevevo, contenenti resoconti dettagliati di stupri
e incesti. Senza volerlo, avevo creato uno spazio in cui chi aveva
subìto una violenza sessuale poteva raccontare la propria
storia. E per molti io ero la prima persona a cui l’avessero mai
raccontato. Le rivelazioni affrettate durante le code per gli autografi,
le lunghe, fittissime lettere battute a macchina e, forse
perfino più toccanti, le calligrafie ancora infantili sui fogli
a righe contenevano spesso la frase: «Quello che è successo a
me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te». Eppure
i racconti di abusi sessuali che seguivano mi parevano spesso
molto più tremendi della mia vicenda.
Ricevetti un numero scioccante di lettere da parte di ragazze
e ragazzi abusati da familiari, convinti che a me fosse
accaduto di peggio perché ero stata violentata da uno sconosciuto.
Un’ulteriore prova, nel caso ce ne fosse bisogno, di
come uno stupratore può violentare non solo il corpo ma anche
la mente. Ora capisco che “quello che è successo a me
non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te” fa parte di
un modello di pensiero che entra in azione negli istanti immediatamente
successivi all’aggressione. Se ti spingono a
fondo sott’acqua fai qualunque cosa pur di tornare in superficie
e inspirare più aria che puoi per sopravvivere. Compreso
sminuire o attenuare la gravità dell’esperienza subìta per
prendere le distanze dall’orrore e, in alcuni casi, dall’aver rischiato
la morte. La polizia disse che ero stata fortunata perché
non mi avevano uccisa; mio padre disse che era contento
che fosse successo a me e non a mia sorella perché secondo
lui io ero più forte. Ed ecco un’altra frase ricorrente: «Sono
contento che mi sia capitato perché altrimenti non sarei la
persona che sono oggi». Questa è un’affermazione comune
tra i sopravvissuti a una guerra, al cancro, tra coloro che so-
no rimasti orfani dopo una calamità naturale o paralizzati a
causa di un incidente d’auto. E, per molto tempo, l’ho ripetuta
anch’io.
L’amara verità è questa: se potessi avere una gomma magica
e cancellare quella notte del 1981, lo farei in un batter
d’occhio, e se potessi dire a qualunque ragazza o ragazzo violentato
da un parente che rispetto a lui o a lei sono stata davvero
fortunata, lo avrei già fatto. Ma tutto ciò che potevo fare
era scrivere un libro e raccontare una singola storia.
Sfortunatamente non c’è modo di ricominciare daccapo, e
dopo essersi salvati la sfida più grande rimane vivere con la
consapevolezza della vita che ti hanno sottratto.
Ecco come mi presentarono in occasione della mia prima
lettura pubblica di Lucky, nel 1999:
Oggi Alice Sebold è qui per leggerci alcuni brani tratti dal memoir
in cui racconta l’orribile esperienza che ha vissuto e dalla
quale per fortuna si è ormai ripresa.
Anche se sarebbe facile deridere le partecipanti al pranzo
sociale di cui ero ospite quel giorno, mi sento tenuta a difendere
quelle signore. A differenza di innumerevoli altri eventi
pubblici, lì mi avevano invitata a parlare, nonostante l’argomento
palesemente sordido e innominabile di cui avevo
avuto l’ardire di scrivere. Eppure, mentre mi avvicinavo al
podio, cominciai ad avvertire una rabbia antica e ormai ben
nota montarmi dentro.
Oggi mi infurio di fronte a ogni tentativo di offuscare la
verità sullo stupro e le sue conseguenze, perché rappresenta
un ulteriore inganno nei riguardi del mondo in generale e
della vittima in particolare. È come appiccicare una faccina
sorridente sul volto di un cadavere. Spinti dal desiderio di
proteggere gli altri dalla verità li danneggiamo con il nostro
tentativo di nasconderla. Questo serve solo a sviare ulteriormente
il discorso e ci distoglie dalla cosa più importante, ovvero
venire a patti con le carte che la vita ci ha servito.
Diciott’anni dopo essere stata violentata, e nonostante la
mia storia portasse il marchio di un illustre editore, la donna
che mi aveva presentata non era in grado di utilizzare una
semplice parola di sei lettere. Evitando di pronunciarla perpetuava
l’idea che lo stupro fosse ancora tabù. La sua omissione
mi spinse a fare qualcosa che va contro la mia indole,
dato che non sono mai stata molto propensa a sollecitare la
partecipazione degli spettatori. Eppure quel giorno a spingermi
fu una sorta di rabbia contro la vergogna. Non avrei
tollerato quella che ritenevo una forma di censura, anche se
a perpetrarla era stata una donna incolpevole che probabilmente
voleva solo essere cortese. Davanti al microfono mi
presi qualche istante per intercettare gli sguardi del mio pubblico,
in prima e in ultima fila, a destra e sinistra. E quando
aprii bocca il mio tono di voce era così calmo da dare l’impressione
che fossi abituata a tenere discorsi simili tutti i
giorni.
«Stupro. È questa l’esperienza orribile che ho vissuto.
Dobbiamo almeno imparare a pronunciare la parola. Facciamolo
tutti insieme, d’accordo?».
Mi sentii come se avessi riportato indietro le lancette
dell’orologio e stessi rivivendo quel giorno di quasi vent’anni
prima, quando mi ero ostinata a ripeterla ad alta voce nel
soggiorno dei miei genitori, di fronte a Myra Narbonne, la
mia preferita tra le vecchie signore della chiesa episcopale di
St. Peter. (Tra parentesi, vorrei far notare che Myra, una furia
fino all’ultimo giorno, è vissuta ben oltre i novant’anni, e
quando Lucky è stato pubblicato ne è diventata una fan accanita.)
Spronare un pubblico a pronunciare la parola “stupro”
non fu facile, ma dopo che la ebbi ripetuta per un po’ da so-
la, incoraggiando la platea a fare altrettanto, poco per volta
un gruppo sempre più numeroso passò da un silenzio pieno
di vergogna a un sussurro, per poi finalmente cominciare a
gridarla insieme a me. Proferirla in coro, e in una circostanza
così inaspettata, diede luogo a uno scambio di tale qualità
tra me e il mio uditorio che da allora in poi ritenni mio dovere
instaurarlo durante ogni evento pubblico a cui partecipai.
Non sempre ci sono riuscita, ma ero abbastanza intelligente
da capire che, proprio come avviene in un’aula di
tribunale, molto probabilmente il successo delle mie presentazioni
non si basava solo sul potere delle mie parole ma anche
sul mio aspetto e il mio atteggiamento.
A volte i lettori mi dicevano di essere sorpresi dal mio
senso dell’umorismo nel rispondere alle loro domande, il
che naturalmente significava che non avevo l’atteggiamento
che loro si aspettavano da una persona vittima di stupro.
Molti uomini si sentivano tenuti a scusarsi per ciò che mi era
accaduto. Li ringraziavo per la loro gentilezza, ma poi sorridevo
e rispondevo: «Non sei stato tu a violentarmi, perciò
io e te siamo a posto». A questo punto della storia umana
non si può addossare l’intera colpa al genere maschile. Chiedete
un po’ agli uomini che sono stati violentati dalle proprie
madri.
Però ora capisco anche di aver avuto la tendenza a scherzare
in maniera provocatoria, per mettere alla prova la sincerità
dei lettori, perché per anni avevo avvertito un disagio
causato dalla sensazione di essere “diversa”.
In fin dei conti, confidiamo agli altri i nostri segreti più reconditi
perché vogliamo che qualcuno ascolti le nostre storie;
e anche perché sogniamo che, una volta che qualcuno ci
avrà ascoltati, allora forse verremo capiti. Se l’intera storia
della vita di una persona viene compresa dagli altri, si apre la
strada alla possibilità dell’intimità e della sintonia; se invece
viene accolta da un silenzio imbarazzato, o se l’ascoltatore
cambia argomento, allora le porte del cuore cominciano a
chiudersi. Il messaggio è stato ricevuto: nessuno ha voglia di
ascoltare la tua storia; a nessuno in realtà interessa. Rinchiusa
in una stanza, sola con un segreto considerato talmente indicibile
da non poter essere confidato, la persona imprigionata
farà di tutto per fuggire. Non c’è bisogno di cercare
oltre per individuare le cause delle dipendenze e di altri comportamenti
autolesionistici. Qualunque cosa è preferibile
all’essere condannati a soffrire un dolore simile completamente
soli.
Perciò è comprensibile che mi sia sempre sentita estremamente
coinvolta quando parlavo con i miei lettori, o anche
non-lettori, delle loro storie. Grazie a Lucky ho conosciuto
un numero incredibile di vittime di stupro. La più
giovane aveva otto anni. Aveva subìto un incesto e soffriva di
terrori notturni. Non aveva letto Lucky, però sua madre sì, e
aveva portato la figlia a uno dei miei reading perché la bambina
voleva stringermi la mano. La più vecchia era una donna
australiana. Arrivata al tavolo degli autografi mi raccontò
di aver subìto uno stupro di gruppo negli anni Quaranta.
Quando quell’anziana donna mi rivelò tra le lacrime di non
averne mai parlato con nessuno mi sentii quasi altrettanto
sperduta di quando avevo stretto la mano alla bambina di otto
anni. Spesso, dopo una lettura alcuni spettatori, uomini e
donne, mi ringraziano per essere stata lì, e anche se a volte
non aggiungono altro basta un rapido scambio di sguardi per
farmi capire che anche a loro è capitata una qualche variante
di quello che è successo a me. Alcuni me lo dicono esplicitamente
mentre firmo la loro copia del libro o stringo loro
la mano. Per un attimo ogni traccia di quella che ho sempre
avvertito come la mia intrinseca diversità si dissolve. Vorrei
approfittare dell’opportunità offerta da questa introduzione
per ringraziarli.
Forse perché avevo deciso di denunciare il mio stupratore
e non avevo mai negato di essere stata violentata, mia madre,
animata da buone intenzioni, e gli amici che erano a conoscenza
del mio passato mi mandavano spesso ritagli di
giornale, e in seguito link ad articoli o a sentenze che ritenevano
potessero interessarmi. Non ho mai avuto cuore di spiegare
loro che di rado li leggevo o ci cliccavo su. È l’equivalente
tragico della storiella che raccontava spesso mio padre,
ovvero che quando lavorava in una gelateria, dopo aver ricevuto
il permesso di mangiare gratis tutto il gelato che voleva,
ben presto si era stufato. Mai una volta ho telefonato per scoprire
se il mio stupratore aveva ottenuto la libertà condizionale,
e non mi sono tenuta al corrente degli impercettibili
progressi e delle rovinose battute d’arresto del sistema giudiziario
nei riguardi dei reati a sfondo sessuale. È un atteggiamento
condiviso da molti ex soldati che ho conosciuto. In
un certo senso sei sempre al corrente della questione che secondo
gli altri ti riguarda più da vicino, perché ne vivi le conseguenze
ogni giorno. Perfino in me, che ho firmato un libro
sullo stupro, persiste un continuo tira e molla tra il senso di
responsabilità nei riguardi delle altre vittime e quello che
avrei fatto, eliminata quell’esperienza, se non fossi mai stata
violentata. Sono una scrittrice, perciò ho scritto in merito allo
stupro.
(…)

(Riproduzione riservata)

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