Home > Interviste > ESTASI: ISTRUZIONI PER L’USO di Jules Evans

ESTASI: ISTRUZIONI PER L’USO di Jules Evans

marzo 20, 2018

ESTASI: ISTRUZIONI PER L’USO di Jules Evans (Carbonio editore – Trad. Cristiano Peddis)

In occasione di Tempo di Libri 2018 abbiamo incontrato Jules Evans per discutere del suo nuovo libro

* * *

Attraverso l’estasi.
Una cavalcata “fuori di sé” fra Steve Jobs e il Leviatano.

Intervista a cura di Furio Detti

Per Letteratitudine abbiamo il piacere di presentare il nuovo libro di Jules Evans, filosofo già autore di “Filosofia per la vita e altri momenti difficili” (Mondadori) che torna dal pubblico italiano con Carbonio Editore e il frutto di un quinquennio di lavoro.
Estasi: istruzioni per l’uso è una lunga disamina dell’esperienza estatica considerata dopo l’avvento dell’illuminismo razionalista. Nel passaggio al mondo positivo e contemporaneo l’Occicente ha voltato le spalle all’esperienza estatica e visionaria, segregandola e ostracizzandola con lo stigma della malattia/disturbo mentale. Ma il “daimon” cacciato dalla porta è rientrato dalla finestra con la generazione Hippie, quella acida, i tecno-utopisti del Mit e di Stanford, la parpasicologia e la ricerca psichica e le neuroscienze moderne. Una ri-legittimazione attraverso due secoli di esperienze estatiche e esplorazioni scientifiche.
Quali sono i modi in cui l’uomo contemporaneo può raggiungere la trascendenza uscendo dal proprio angusto e opprimente ego? E fin dove ci si può spingere senza degenerare nella dipendenza, nell’idolatria o nella follia?
Sulla scia di Sexout. L’arte di ripensare il sesso di Wilhelm Schmid, Evans ci porta a ripensare alla necessità di vivere la dimensione trascendente. E in questo saggio pop, intrigante, ironico e ben documentato, ci accompagna in una sorta di festival dell’Estasi: dai rituali dionisiaci alla danza, dal cristianesimo carismatico alle pratiche della meditazione Vipassana, passando per il rock, il sesso tantrico, l’ayahuasca, la psichedelia, il fanatismo jhadista, il transumanesimo.

Per Letteratitudine abbiamo intervistato l’autore allo stand Carbonio.

– Ci piacerebbe iniziare raccontandoLe una battuta interessante sulle estasi mistiche. Una popolare sitcom animata italiana, che ha per argomento il clero, ha dedicato una battuta brillante ma sagace al fenomeno estatico. Due preti, uno anziano e uno più giovane, discutono sulle apparizioni. Il prete più giovane chiede:
– Perché le Madonne appaiono solo alla gente poco istruita? Appaiono solo a contadini e pastori ci hai mai fatto caso?
– Quindi?
– Sono come gli UFO, mai una volta che appaiano a scienziati.
– Appaiono anche a loro. Solo che le scambiano per allucinazioni.
[Evans ride]
Si apre un problema di interpretazione, se ci pensiamo bene è estremamente difficile se non impossibile disporre di un riscontro oggettivo in caso di esperienze estatiche individuali, poiché a seconda delle proprie convinzioni ognuno tratterà il fenomeno in modo differente indipendentemente dalla sua veridicità o non veridicità. Non crede?
Jules EvansBene, penso che ora sia interessante quanto segue, in termini di cultura occidentale: per lungo tempo il pensiero materialista, ateo, prima, e quello positivista e medico, poi, hanno trattato ogni esperienza estatica come una patologia, come sintomi di regressione o malattia mentale. Ma adesso è esploso un autentico interesse per le esperienze estatiche da parte di scienziati naturalisti, atei o non credenti, i quali si sono spinti a affermare che queste condizioni siano una normale caratteristica dell’essere umano quale individuo sano e che addirittura siano fra le poche esperienze davvero positive che si possano avere. C’è più apertura mentale anche nel pubblico non scientifico, verso questo tipo di esperienze. Quanto a interpretarle, esistono diverse possibilità: alcuni descrivono queste esperienze estatiche come provenienti dalla divinità, altri da spiriti, altri affermano che siano solo frutto della nostra mente. Nel mio libro non intendo appoggiare – o meno che mai dimostrare come valida una risposta al posto di un’altra – ma resto aperto a ogni ipotesi e il mio libro si rivolge a tutti, cristiani, atei, pagani e così via… Il mio scopo non è comprovare una tesi particolare sull’origine di queste estasi; ma cercare di comprendere e far comprendere che si tratta spesso di esperienze positive, capaci di influenzare in meglio la nostra vita, di guarirci, di connetterci maggiormente al prossimo, di relazionarci meglio con tutto ciò che ci circonda, di attribuire un senso alla nostra vita. Cerco anche di esplorare personalmente il tema e queste differenti idee anche divertendo il lettore. Non si tratta solo di un volume accademico, anche se lo sembra, perchè ho cercato di darmi anche delle risposte personali. Ci ho messo cinque anni a scriverlo. Se per esempio mi succede di provare una sensazione estatica in Chiesa, durante un raduno religioso, questo non dimostra necessariamente che io mi sia messo in connessione con Dio, o Gesù, o che il Cristianesimo sia la verità. Se assumo la *ayahuasca* in Perù e vedo una sorta di dea o Madre Terra, questo non dimostra gran che in termini di veridicità della fede in una madre divina precolombiana.
Per essere onesto credo che esistano obiettivamente due, se non tre, posizioni possibili da assumere in merito a questo tipo di esperienze mistiche: la prima è sostenere che esistano diverse “cose” o “entità” al di fuori della normale percezione e che esistano contemporaneamente. Per restare nell’esempio, posso ragionevolmente affermare che esistano sia “Mama Ayahuasca” sia “Gesù Cristo” (o chi altro, a seconda delle visioni/estasi) un po’ come per la teoria degli universi paralleli. La seconda posizione è che esista un solo essere che tuttavia si rivela in modo diverso ai diversi uomini e nelle diverse epoche a seconda del loro *background* personale, religioso, culturale, come diceva il filosofo Sufi Ibn Al Arabi: “Dio si manifesta a te in accordo con le tue aspettative”. Per cui allo sciamano peruviano appare Mama Ayahuasca, al contadino siciliano appare la Vergine Maria, e così via, a seconda della situazione personale. Vale a dire che un unico essere si relaziona con gli uomini e si manifesta diversamente secondo le circostanze culturali, storiche e religiose, contingenti; o persino come qualcosa che è sia parte di una cultura o una fede e sia anche molto al di là di esse. La terza opzione è sostenere materialisticamente che queste esperienze siano solo una manifestazione immaginaria della nostra mente e che non ci sia – in tale prospettiva esistenziale – nulla al di fuori di essa, nessun “oltre”, solo noi stessi.
Io, personalmente, in tutta onestà, credo alla seconda ipotesi. Io credo che abbiamo a che fare con un’entità spirituale oltreumana, misteriosa ma che desidera essere in comunicazione con noi e che è “oltre” in ogni senso. E ritengo che sia vera, non sia pura immaginazione, per quanto noi uomini possiamo esperirla solo attraverso la nostra immaginazione, o mente, attraverso questa esperienza straordinaria che è l’estasi.

– La seconda domanda riguarda le Arti e la Letteratura: quale è secondo Lei l’autore/artista che abbia avuto la più stretta relazione con l’estasi e quello che è stato viceversa il più materialista, il più “disconnesso”?
La mia opinione è che fra i filosofi il più grande nemico dell’estasi sia stato Thomas Hobbes. Nel suo libro “Il Leviatano” Hobbes negò nel modo più assoluto l’esistenza di una realtà spirituale e affermò che il mondo e l’esperienza umana fossero pura materia, e niente altro. Hobbes derubricò ogni esperienza spirituale al rango di pura fantasia, puro inganno della mente. Era una polemica molto forte con lo spiritualismo che aveva dominato in precedenza l’Europa. Mentre fra gli artisti più “ispirati” annovero certamente il poeta persiano Rumi, o Dante, o Kubrick, il pionieristico William James, filosofo, psicologo e autore dello splendido “Le varie forme dell’esperienza religiosa. Uno Studio sulla natura umana”; anche se il novero degli artisti “estatici” è smisurato. Fra questi nel mio libro parlo di Aldous Huxley, autore di “Le porte della percezione” e di altri autori che hanno esplorato l’argomento sotto ogni aspetto, psicologico, religioso, filosofico, antropologico, e attraverso le più disparate tecniche, incluso l’uso di droghe allucinogene. Personalmente mi sono chiesto cosa succederebbe se avessimo una società più aperta verso l’esperienza estatica, culturalmente e anche politicamente. Non è tuttavia una domanda nuova, se la sono posta anche in California durante gli annni Sessanta.

– Parlando di politica e cultura, ci ha colpito un punto del suo volume, quello in cui Lei afferma che in Occidente l’arte avrebbe esaurito le possibilità di sconvolgere la società attraverso l’attacco alla religione/religiosità, o sovvertendone con intenti spesso iconoclastici o persino blasfemi i codici culturali spiritualistici e la devozione religiosa; senza in realtà alcun valore o carattere aggiunto se non la più aspra e ormai stantia provocazione. Si parlava di “Cristi di urina” e “Madonne in sterco di elefante” fra i più estremi di questi esempi.
Sì…

– C’è tuttavia, ci pare, da obiettare che simili attacchi hanno compreso solo il Cristianesimo e segnatamente il Cattolicesimo, in quanto se un simile esperimento fosse tentato nei confronti di altre religioni, per esempio gli ebrei e i musulmani ci sarebbero conseguenze enormemente più serie e la cosa non passerebbe in silenzio o perlomeno non sarebbe derubricata come l’ennesima e un po’ trita o sterile “provocazione artistica” capace di sconvolgere solo dei bigotti. Concorda?
Penso che abbiate ragione. C’è molto dileggio del sacro in arte, e questo *pastiche* postmoderno è avvenuto soprattutto con il Cristianesimo. Vero è tuttavia che questo fenomeno ha toccato anche altre religioni come il Buddhismo e l’Induismo. Se osserviamo come si sono combinati mercato, arte e cultura visiva o pubblicità, possiamo vedere in che modo è avvenuta l’espropriazione di simboli religiosi per scopi assolutamente profani, con la conseguente perdita di ogni senso di sacralità. In Inghilterra si infila la meditazione Zen in ogni pubblicità, dalle automobili ai detersivi, e siamo effettivamente bombardati da immagini sacre decontestualizzate o usate a sproposito. E questo è incredibile. Specialmente se ammettiamo che esistono ancora comunità e società per cui il sacro è rimasto intatto e virtualmente intoccabile e per le quali ogni uso improprio del sacro può scatenare una punizione, una ritorsione, o quantomeno una risposta, di certo non positiva. Qui entrano in gioco due aspetti fondamentali: da un lato il diritto di prendersi gioco di qualcuno o qualcosa, anche del sacro. Io credo che si debba tutto sommato riconoscere questo diritto al prossimo e agli artisti; credo che dovremmo difendere questo diritto – e in effetti abbiamo visto a Parigi con Charlie Hebdo cosa è successo in merito. Credo però anche con la stessa forza che si debba assolutamente superare questa ironia verso le credenze altrui e si debba smettere di aggredire con l’iconoclastia le altre religioni, o culture, o società; dobbiamo piantarla di giocare con i bassi e più volgari istinti delle persone. Dovremmo assolutamente sviluppare un senso di reverenza verso la religiosità altrui. Verso l’Islam, ad esempio, dovremmo avere un’apertura diversa dalla denigrazione automatica. Esiste il rischio concreto comunque che la cultura europea si chiuda del tutto alla trascendenza. Occorre trovare una strada equanime verso il rispetto del sacro, della trascendenza, e nel rispetto della libertà individuale e artistica.

– Una sfida enorme.
Enorme, davvero.

– Le ultime domande. Che posto ha la tecnologia nell’esperienza estatica? C’è posto per l’estasi nel mondo interconnesso ma piuttosto disempatico della tecnologia e dei social media?
L’ultimo capitolo del mio libro è intitolato proprio “Futureland”. Racconta in che modo coloro che inventarono i personal computer e il worldwide web, fra gli anni ’60 e ’70 – e che erano una specie di utopisti hippie – videro la rivoluzione tecnologica che loro stessi avevano scatenato. Per loro queste scoperte dovevano condurre a un mondo, Internet, come “luogo estatico” in cui abbandonare il proprio corpo fisico, collegarti con milioni di altri individui, persino diventare ciò che vuoi. Promesse che si sono realizzate, in parte certamente. In quella cultura californiana c’era un’autentica “estasi della tecnologia”, che si è trasmessa oggi a tutto il pianeta. Pensa a Steve Jobs, una sorta di profeta che rivelava al mondo l’ultimo I-Phone.

– Non è per scherzo che nel gergo aziendale i promotori delle ultime trovate si chiamino “evangelisti” tecnologici.
Esatto. La promozione della tecnologia come esperienza estatica. Ma negli ultimi dieci anni abbiamo visto anche parti consistenti di questa utopia diventare distopiche. Parecchie menti sono state assorbite da questa realtà alternativa tanto da finire nella dipendenza, sviluppando patologie; inoltre il mondo che doveva dissolvere l’ego nel mare della Rete è diventato uno specchio narcisistico in cui l’ego si alimenta a colpi di like sui social. La porta che prometteva di andare oltre l’ego è diventata uno specchio per narcisisti e solitudine, o la fonte di nuovi problemi. Se ci pensi è successo ogni volta che l’uomo ha fatto un salto tecnologico. Nel libro parlo anche dell’avvento della musica elettronica e della chitarra elettrica (anni ’50) che hanno aperto nuove arene d’estasi e possibilità, ma anche inquietanti fenomeni di massa. Riassumendo, io considero l’estasi come qualunque esperienza che assorba totalmente l’individuo, lanciandolo in una nuova condizione. Tornando alla tecnologia, il mio cellulare in questo senso è nemico della mia capacità di assorbirmi in qualcosa o di concentrarmi, sono a casa e fisso il mio touchscreen per decine di volte aspettando qualcosa o ricevendo sempre nuove distrazioni. La tecnologia diventa qualcosa che impedisce qualsiasi tipo di esperienza estatica, anziché realizzarla come promesso dai suoi pionieri.

– Hai mai pensato a una realtà “altra” totalmente ostile o indifferente all’uomo? Qualcosa come il mondo lovecraftiano per intenderci?
Non ho mai letto Lovecraft, anche se ho sentito parlare dei suoi miti sinistri. Ho però letto Jeffrey Kripal e il suo “Authors of the Impossible” e ho presente l’opera di Charles Fort, un autore dedito a raccogliere informazioni sul paranormale che contemplava l’ipotesi di forze o poteri persino ostili agli uomini. Qualcosa che è stato esplorato anche nel cinema dalla saga di Alien e specialmente dagli ultimi due prequel. Del resto è tipico della fantascienza immaginare che esistano intelligenze ostili o dis/in-umane. Però questa ambiguità esiste anche nelle culture e teologie più antiche, in cui gli déi non sono sempre benevoli e rappresentano anche forze indifferenti, quando non ostili. Nel Medioevo chiamavano questa consapevolezza “discriminazione degli spiriti”.

– Grazie per l’intervista e in bocca al lupo per il Suo libro, scritto anche con un certo humour.
Grazie a voi. Buon viaggio nell’estasi.

 * * *

La scheda del libro

Il vivere civile ci impone costantemente di controllarci, inibire gli impulsi, gestire le emozioni. Ma a volte il Sé che edifichiamo su paure, obblighi e censure ha bisogno di spogliarsi per entrare in comunione con qualcosa di più grande — la natura, l’universo, l’umanità.
Non tutte le esperienze estatiche però sono rigeneranti: a volte, invece di migliorarci la vita, ci danneggiano. In che modo quindi è opportuno lasciarsi andare? Quale strada scegliere per raggiungere la trascendenza?
Dopo un lungo periodo di ferrea adesione ai principi stoici, il filosofo Jules Evans ha deciso di superare i confini della sua comfort zone e intraprendere un vero e proprio tour delle esperienze estatiche. Ha partecipato a un festival sul tantrismo, a un ritiro di meditazione Vipassana e a un pellegrinaggio rock; è diventato adepto di una chiesa carismatica, si è dato al gospel, all’onironautica, alle scienze psichedeliche, si è iscritto a un workshop di Danza dei 5 ritmi.
Questo saggio ben documentato e originale è la sintesi della sua ricerca: un viaggio nel Festival dell’Estasi in cui ciascun capitolo-padiglione offre un’esperienza travolgente e prolifica. 

L’estasi di Dioniso necessita di essere bilanciata dallo scetticismo razionale di Socrate. Senza Dioniso, la razionalità socratica è arida e priva di anima, ma senza la pratica e la riflessione socratica, l’estasi dionisiaca non è che una fiammata.

 * * *

Jules Evans, londinese, è esperto di filosofie antiche, ha scritto di filosofia e psicologia per le maggiori testate inglesi e americane e ha curato programmi culturali per la TV e la radio di BBC e ABC Australia. Co-organizzatore del London Philosophy Club, è membro del direttivo del Centre for the History of Emotions alla Queen Mary University di Londra. Il suo saggio Filosofia per la vita e altri momenti difficili è stato pubblicato in 19 Paesi. Il suo blog, seguitissimo in Inghilterra e non solo, è www.philosophyforlife.org.

*  *  *

 

Jules Evans
Estasi: istruzioni per l’uso. Ovvero L’arte di perdere il controllo

Carbonio Editore (2018)
Trad. Cristiano Peddis

Pagine 304
Prezzo 17,50 euro
Isbn 9788899970147

#tempodilibri2018
#Milano
#JulesEvans

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog /LetteratitudineNews /LetteratitudineRadio /LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

Annunci