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UN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE di Edgarda Ferri (recensione e intervista)

marzo 29, 2018

la-femmina-nudaUN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE. Vita di Etty Hillesum di Edgarda Ferri (La nave di Teseo)

L’amore per tutti è meglio dell’amore per una persona sola. L’amore per una persona sola non è altro che l’amore di se stessi

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Recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

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Nello zaino ha messo poche cose. Una piccola Bibbia, la grammatica russa e Tolstoj. Un solo paio di calze. Le lenti rotte. La carta musicale di suo fratello Mischa. Il vagone è il numero 12, contiene novecentottantasette ebrei diretti Auschwitz. Lei è Ester Hillesum, ma tutti la chiamano Etty.
Quando parte da Westerbork, un campo di transizione, destinato a smistare i deportati verso la destinazione finale, ha appena finito di leggere una poesia di Rilke. Non ricorda le parole, la ressa vicino ai vagoni è troppa. Madri con i figli appesi al collo, anziani, bambini, donne di tutte le età. Sa però che Rilke è adatto anche a quel momento caotico, debordante, che nessuno penserebbe di classificare come una morte. Così è la poesia. Uno sguardo tumefatto, che sa andare contro l’apparenza delle cose.
Ed è strano che mentre la spingono sul vagone, e i suoi genitori la precedono solo di qualche convoglio, la sua mente sia così presa dal pensiero di un poeta, e che pur sapendo che quello è l’ultimo passo – l’ultima destinazione prima della fine – la sua anima risuoni di bellezza.
E’ che guardano oltre le rotaie i lupini sfrigolano al vento. Pochi raggi di sole creano cerchi che smodano il contorno delle cose. E in lontananza un cucciolo ha preso a uggiolare, ed è la mamma cagna ad acquietarlo a furia di carezze.
La vita, nonostante tutto, è in tutte le cose, fremente e solitaria, supplice e arrendevole, ed Etty sa che non saranno i convogli destinati ai campi di sterminio a fermarla. La vita continuerà a risorgere da ogni cosa morta, e rotta, e piagata. Anzi, proprio da lì  ricrescerà come l’erba gramigna. Più forte, più rigogliosa, più annaffiata dalle lacrime umane.
Per questo motivo – pur avendone la possibilità – Etty non ha voluto lasciare il suo popolo. Sarebbe potuta restare al Consiglio ebraico fino alla fine della guerra, avrebbe avuto il privilegio di partire per ultima, o di non partire affatto. E invece ha deciso che proprio lì, a Westerbork, dove si può immaginare solo una vita di passaggio, precaria e avvelenata dalla paura, proprio lì sarà se stessa. Proprio lì intonerà le parole della sua gente. Proprio lì sarà il dolore di tutti, ed essendo tutti, sarà anche misteriosamente felice.
Riportata alla luce prima da Adelphi che ne ha pubblicato lo sconcertante diario, ed ora da “La nave di Teseo” attraverso lo splendore del saggio scritto da Edgarda Ferri, (“Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore”) l’esperienza di Etty Hillesum scava queste giornate in modo dolorosamente attuale.

La prima domanda che rivolgo dunque ad Edgarda Ferri riguarda proprio la sconcertante contemporaneità di Etty,  la sua  voce persistente, che trafigge il tempo e lo spazio, e ancora parla al nostro cuore di uomini moderni e spaesati. Le chiedo, in che modo Etty è arrivata a lei, in che modo l’ha raccolta.
lorenza-mazzettiEd Edgarda inizia a raccontare: “In quanto “addetta”  alle recensioni “al femminile”  sulle pagine culturali di un importante quotidiano nazionale, il  DIARIO di Etty Hillesum mi era stato portato personalmente dalla responsabile dell’Ufficio Stampa della  casa editrice Adelphi: segno evidente che il libro meritava attenzione e  particolari riguardi. Non tengo mai niente di quello che scrivo, così non saprei  dire come  ho presentato quella lunga e  spesso  caotica  sequela di fatti,  ritratti,  riflessioni, progetti, incanti, disincanti, paure e speranze  della giovane bella spiritosissima ebrea olandese che era partita cantando  per il lager di  Auschwitz, dal  quale non sarebbe  tornata mai più. Quello che so, è che  di lì a qualche tempo ho ripreso il  Diario dalla mia libreria e non l’ho più rimesso al suo posto. Da qualche parte della casa, delle case, visto il tempo trascorso da allora (1985), il  libro saltava  fuori nel preciso momento in cui sentivo di averne il bisogno: smarrimento,  perdita, separazione, solitudine; e più che conforto, mi faceva compagnia. Al punto da diventare, da un  cumulo di pensieri, una  persona. Quando  era necessario, non  andavo più infatti a cercare il diario di Etty Hillesum. Ma Etty, semplicemente. Leggevo a caso, dove capitava. Le sue forsennate corse in bicicletta per abbracciare il faggio rosso dopo aver versato ”secchiate di lacrime”. La ricerca di una spiegazione  per come  riusciva amare contemporaneamente due uomini.  L’affetto quasi filiale trasformato in odio per la cuoca tedesca  dopo che i nazisti avevano occupato l’Olanda. La presa di coscienza che esistono “gli altri”: quando lei, finora immersa e travolta soltanto dai suoi problemi- l’amore, il sesso, gli studi, i rapporti con la famiglia, la paura di finire in un lager- si era domandata: ”se fossi in una condizione diversa da quella in cui sono, riuscirei a rimanere me stessa?” Infine, il proposito di “sgrovigliare” quel gomitolo contradditorio e convulso che era il suo cuore; e dopo averlo ”sgrovigliato”, scoprire di essere  capace di amare tutti, perché amare una o due o tre persone non basta per salvare l’umanità dal disastro: ed era stato per questo che era salita “cantando” sul treno per Auschwitz, quando avrebbe potuto salvarsi. Quattro o cinque anni fa, in un momento sempre più difficile per tutti- le  guerre, le migrazioni,  le  ondate di violenza contro le donne e  gli inermi, la ferocia, l’intolleranza verso il diverso, l’incertezza del nostro futuro, l’ impotenza di dare un minimo di sicurezza ai nostri  ragazzi, l’avidità, la corruzione, la perdita di qualsiasi valore, l’odio, la rabbia. Insomma: tutto quello che molti di noi stanno ancora provando – mi  sono sentita letteralmente  obbligata a raccontare con le sue e le mie parole chi era, al di là dei luminosi pensieri affidati al suo Diario, Etty Hillesum: una ragazza, una donna come tante di noi. Fragile e  contradditoria, amante della vita e  gonfia di problemi, curiosa, agitata, vanitosa, ambiziosa, angosciata da  amori sbagliati e parenti terribili , con  una lancinante e attualissima domanda di fondo: l’uomo  può diventare davvero  una belva? E  la felicità? Dove sta la felicità? E mentre l’orrore sta bruciando l’umanità, è da chiamarsi  amore per la  bellezza, o cinismo,  l’immensa gioia  che provo  davanti a un  gelsomino che  torna a fiorire?”

la-femmina-nudaE infatti Etty, nel corso della sua vita si trasforma… anzi, si dilata. A partire dal suo incontro con  lo psico- chirologo Julius Spier che conobbe il 3 febbraio 1941 come paziente, divenendo in seguito la sua segretaria e una delle amiche più intime, è come se il suo spirito si mettesse in sintonia con il dolore dell’umanità. Etty sente in sé le ferite del mondo. E tutte le vuole lenire, sapendo che questo fasciare, curare, carezzare, non è una forma ultima di consolazione, ma il “senso”, l’accesso al mistero dell’esistenza. Dirà infatti nel suo diario: “Quando soffro per gli uomini indifesi, non soffro forse per il lato indifeso di me stessa?”. E’ Dio che urla nel suo cuore, un Dio che quasi la costringe alla bellezza pur nell’abisso di crudeltà che attanaglia il mondo. Un Dio di gioia, anche, e infatti Etty sale sull’ultimo convoglio che la porta al martirio, cantando. Chi è Julius Spier e che significato ha l’ultimo canto di Etty?
Julius Spier è un personaggio  intrigante. Al primo incontro, Etty lo trova “un tipo in qualche modo familiare, ma non del tutto   simpatico”. Però si ricrede, va lei stessa a cercarlo,  attraversa la città in bicicletta a 13 gradi sotto zero, sale  correndo le scale della sua casa,  si affida a lui, gli  apre il suo cuore: un gomitolo aggrovigliato, dice. La descrizione che ne fa nel diario è   irresistibilmente umoristica, un gigante in calzoni verdi alla zuava  e un aggeggio metallico ballonzolante  in cima alla testa. Ma quando la invita a mettere una mano nella sua, Etty si rende conto di aver sempre desiderato che qualcuno di occupasse di lei. La  loro storia d’amore è fra le più difficili intense e bellissime che io abbia mai letto nella miglior letteratura di tutti i tempi; e se fosse stata inventata, non sarebbe mai stata all’altezza di come lei l’ha narrata.  Come i suoi detrattori di allora, come alcuni lettori di oggi, trovano Spier “un ciarlatano con una certa capacità di intuire la personalità dei pazienti”, una sorta di ambiguo  guru o sciamano:  un  psicochirologo, uno che faceva analisi aiutandosi con la lettura della mano…   Mentre  un entusiasta Carl Jung scriveva la prefazione del suo libro intitolato ”Le mani dei bambini” (un vero peccato che il manoscritto sia andato perduto sotto i bombardamenti di Londra). Comunque, Spier è fondamentale nello sviluppo spirituale di Etty. Ebreo e grande conoscitore del Thalmud, legge tutte le sere il Vangelo di Matteo, tiene Gesù in altissima considerazione, prega al mattino  e prima di addormentarsi: “prego per gli altri, affido a Dio la vita di tutti quelli che mi stanno a cuore”, induce Etty a inginocchiarsi, atto per lei difficilissimo: ”gli ebrei non si inginocchiano”.  Spier era un uomo saggio e paziente. Ha insegnato a Etty l’umiltà che ancora non conosceva, l’amore per tutti quando lei era stata finora, in amore, egocentrica, possessiva, esclusiva.
Rimasto nel cassetto per due anni – nessun editore voleva leggerlo, solo Elisabetta Sgarbi de La Nave di Teseo ha accettato di aprirlo e pubblicarlo immediatamente- avevo intitolato il mio libro  “Siamo partiti cantando”: le ultime parole scritte da Etty sul biglietto indirizzato a un’amica e lanciato dal treno per Auschwitz. Gli ebrei cantano spesso, ogni loro occasione è accompagnata da un canto. E’ probabile che anche in quella piovosa mattina  del 7 settembre 1943 qualcuno di loro abbia intonato “Shemà Israel”, figli del divino amore, che  Etty   ascoltava  ogni volta che partiva un treno. Un treno sul quale  lei aiutava a salire gli ammalati, i vecchi, i bambini  strappati alle madri. E con quel canto proveniente dal convoglio n. 73,  sul quale anche Etty è salita, mio libro finisce. 

…Il libro, dunque, finisce. E così la mia chiacchierata con la cara Edgarda.
Eppure è come se tutto iniziasse, come se la parola “fine” fosse un equivoco, un errore a cui – però – si smette di pensare ogni volta che al posto della vendetta qualcuno sceglie di cantare una ballata d’amore.
Nel corso della storia dell’umanità pochissimi lo hanno fatto. Gesù. I pazzi. I santi.
E, come Etty, i poeti.

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la-femmina-nudaLa scheda del libro

Esther Hillesum, detta Etty, è una ragazza olandese di origini ebraiche, colta, curiosa, dalla sensibilità inusuale. Appassionata di letteratura russa e lettrice vorace, lavora come dattilografa al Consiglio Ebraico: la sua è una condizione privilegiata, allo scoppiare della Seconda guerra mondiale e con l’inizio delle persecuzioni razziali potrebbe scappare e salvarsi. Potrebbe coltivare i suoi studi, scoprire l’amore che comincia ad affacciarsi nella sua vita, realizzare i mille sogni suggeriti dalla sua fantasia. Ma decide di non abbandonare la sua famiglia, il suo popolo, e di condividerne fino in fondo la sorte. Così, il 7 settembre 1943, dopo i mesi passati nel campo di transito di Westerbork, sale su un treno per Auschwitz da cui, quasi trentenne, non farà più ritorno.

In questo appassionante ritratto, che si legge come un romanzo di grande intensità, Edgarda Ferri racconta l’animo ribelle e poetico di Etty Hillesum, gli anni della gioventù e della guerra affrontati con uno spirito mai esausto, un “umanesimo radicale” che ha trovato nelle pagine del suo diario e delle sue lettere un’altissima interpretazione letteraria. Considerata uno dei simboli della Shoah, la vita e l’opera di Etty Hillesum sono diventate fonti di ispirazione contro l’oblio della memoria, esempi di altruismo e solidarietà capaci di sopravvivere alle atrocità della storia. Questo libro ci trasporta con intimità e rispetto nei suoi momenti privati, nelle scelte coraggiose, nel cuore tormentato di una donna dalla forza indomita e mai dimenticata.

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Edgarda Ferri, scrittrice, saggista, giornalista, ha all’attivo numerose biografie, tra cui quelle di grandi donne come Maria Teresa d’Austria, Giovanna la Pazza, Caterina da Siena, Letizia Bonaparte, Matilde di Canossa, Eloisa, Flavia Giulia Elena, di artisti come Piero della Francesca, di condottieri e architetti come Vespasiano Gonzaga. Si è occupata di storia contemporanea in L’alba che aspettavamo e Uno dei tanti. Ha pubblicato inoltre Klimt, le donne, l’arte, gli amori, Il cuoco e i suoi re e Guanti bianchi. Collabora con “la Repubblica”.

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