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IL SILENZIO DEL SABATO di Mariantonia Avati (un estratto)

marzo 31, 2018

IL SILENZIO DEL SABATO di Mariantonia Avati (La nave di Teseo)

Auguriamo a tutti i lettori di Letteratitudine di trascorrere serene festività pasquali offrendovi in lettura, per gentile concessione dell’editore, le prime pagine del romanzo di Mariantonia Avati dedicato alla figura di Maria a partire dai momenti legati alla crocifissione di Gesù

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Il silenzio del sabato ci conduce in un’esplorazione lirica e commovente dell’identità femminile e disegna lo straordinario ritratto laico di Maria nei momenti che la storia non ci ha raccontato, per donarci, oltre l’eccezionalità della sua esperienza, la cifra universale di cosa significa essere donna, madre.

Una madre compie un lungo viaggio per arrivare al giorno in cui suo figlio sarà ucciso. Sa da sempre – da quando il segreto della sua gravidanza le è stato svelato e ha scoperto che avrebbe dato alla luce un uomo destinato a mutare le sorti di tutti gli altri – che questo momento sarebbe giunto: seppur ineludibile, rimane il viaggio più duro, verso cui mai avrebbe voluto incamminarsi. Il figlio le chiede di stargli accanto e di dargli coraggio anche in quest’ultimo passo. Lui, che più di tutti gli altri può, chiede aiuto a lei per portare a compimento la missione del Padre. Così la donna, ai piedi della croce, accompagna il lungo addio dell’uomo; è con lui mentre viene portato nella tomba, è lì mentre viene chiusa: si ostina a ricordare tutto ciò che è avvenuto, mentre nel ricordo si mischiano le sensazioni del suo essere stata prima bambina, poi giovane e sposa, con in grembo la gioia più grande. Quaranta ore passano tra la morte e il momento in cui suo figlio risorgerà, quaranta ore in cui respiriamo accanto, dentro, le emozioni di una madre dalla forza inesauribile, che saprà credere fino in fondo e in questa fede trovare le ragioni della sua perdita e la guarigione dal suo dolore.

Di seguito, le prime pagine del libro…

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Introduzione

Con l’espressione “silenzio del sabato” la cultura cristiana fa
riferimento al rispetto con il quale i discepoli e i seguaci del
Messia hanno scelto di tacere dopo la morte di Gesù, e di dedicare
a quanto accaduto un’intima riflessione.
La maggior parte di loro non era affatto in attesa di un
evento escatologico immediato, non avendo percepito che la
resurrezione sarebbe avvenuta in tempi brevi. Giustificato è
pensare che alcuni siano anche stati investiti da disperazione
e smarrimento.
A questa fase di sospensione temporale ed emotiva, che
nei secoli è diventata spunto di analisi esistenziale e filosofica,
credenti e studiosi, hanno dedicato deduzioni profonde, scritti
importanti.
Le pagine che seguono riguardano un’ipotesi fantasiosa di
quanto accaduto nelle ore che vanno dalla passione alla resurrezione
del figlio di Dio, e nascono da una personale curiosità:
perché i quattro evangelisti hanno scelto di trascurare la figura
di Maria nel momento più drammatico, quello della morte del
figlio? E, successivamente, quando egli risorge? Perché hanno
deciso di non riferire pensieri e parole della donna che più lo
amava?
Durante la crocifissione, di lei viene detto che era presente.
Giovanni, nel suo Vangelo, sostiene di esserle stato affidato.
Nient’altro.
È realistico credere che la donna scelta fra tutte le donne
per adempiere a un compito unico e immenso abbia vissuto
quell’istante, e quelli che seguirono, senza provare smarrimento
e paura, senza che la sua convinzione abbia traballato,
mentre quella di suo figlio sulla croce vacillava tanto da fargli
invocare il Padre nel timore di essere stato abbandonato?
Di certo, l’intera biografia del Messia è stata ricostruita
dagli autori attraverso la scelta di quel materiale che più
avrebbe avvalorato il senso dottrinale dell’opera. Indugiare
su ipotetici dubbi e fragilità di Maria, non rientrava in questa
ottica.
Più funzionale per gli evangelisti era dare per scontato
che lei tacitamente fosse pronta ad accettare, piuttosto che soffermarsi
sull’emotività di una donna trafitta.
Tempo fa lessi una frase magnifica: “La Madonna è luce
e la luce non parla.” È vero. Ma la Madonna era anche una
madre.
L’amore per un figlio sconvolge la vita, e assistere alla di
lui morte, oltretutto violenta, immagino possa rendere difficile
contenere pensieri e reazioni anche alla più saggia delle
donne.
Se la grandezza di Cristo è stata di essere soprattutto
uomo, allora quella di Maria è stata di essere una madre, vera.
E una madre spesso è fragile, timorosa, insicura.
A questo aspetto, teneramente femminile, certamente ipotetico,
ma presumibilmente realistico, ho lavorato.
Il mio “silenzio del sabato” è la cronaca immaginaria di
ciò che lei compì durante i tre giorni che cambiarono la storia
del mondo.

* * *

Arrivò il freddo e tutti lo avrebbero sofferto.
Abiti, mantelli e coperte non sarebbero bastati a proteggersi,
e nemmeno rivestire di tende e panni porte e finestre,
e accendere il fuoco e stendere stuoie e paglia, perché il gelo
scalava con violenza dal basso, da ben oltre il suolo sul quale
poggiavano piedi e zampe. Inarrestabile, risaliva dal nucleo di
quella terra che in un momento della nona ora di un giorno di
Nisan aveva lasciato assiderare il suo cuore più profondo.
La luce divenne buio, e lo scuro durò a lungo, finché la
luna cessò di porsi fra il sole e quelli che non avevano mai visto
giorno e notte assieme. La superficie tremava così forte da
far uscire i fiumi dagli argini, le prostitute dai lupanari e i sapienti
dal tempio. La sabbia divenne polvere di gelo e l’erba
ghiacciò.
Un velo di brina coprì ogni cosa, offuscando i colori. E gli
uomini e gli animali rabbrividirono di freddo e di paura, men-
tre le mucose delle labbra e degli occhi si facevano viola, e i
loro respiri mutavano l’aria in nebbia.
Poi, lei lo ebbe fra le braccia. E la natura si placò.

Lungo le pendici del monte che dall’inizio del mondo
conservava il corpo di Adamo, si era radunata tanta gente,
molta più di quanta volle far credere chi poi raccontò i fatti
di quel giorno, perché in tanti erano accorsi a vedere morire il
bestemmiatore.
Degli altri due, condannati allo stesso dramma, non interessava
a nessuno. Alcuni curiosi erano accampati lì dalla mattina,
per garantirsi un posto dal quale vedere bene, stesi a terra
con cialde di farina e sughi che colavano lungo le dita, perché
le esecuzioni erano eventi dei quali godere, senza provare alcun
imbarazzo né rallentamento della digestione. E qualcuno
aveva portato anche delle brocche di vino.
Il fatto di oggi era immenso, e meritava di essere vissuto e
festeggiato, pur contravvenendo al rigore che imponeva l’avvicinarsi
della Pesach.
Era l’uomo del quale si parlava da mesi, colui che era arrivato
per rendere servi i padroni, per insinuare il dubbio nei sapienti
e spogliare i potenti, a essere ora posto in mezzo a quei
due delinquenti comuni, come a dire che fra ciò che lui millantava
essere e dei farabutti ordinari appesi da ore, non c’era differenza
per chi lo aveva giudicato.
E lei era sua madre, la madre del pazzo, del blasfemo, del
mistificatore, dell’ingiurioso, del maledetto, la sposa di Satana,
colei che aveva oltraggiato Dio generando una bestia. Aveva
viaggiato per giorni, costeggiando il deserto e attraversando i
corsi d’acqua, mantenendo il passo di quelli più giovani e protetta
da donne forti.
Era arrivata in città appena in tempo per assistere a un
processo ridicolo, che durò tanto quanto l’ora dell’alba in cui
si svolse e che si rivelò non essere altro che il proscenio per
mortificare l’arroganza del figlio. Tutti sapevano che non sarebbe
mai stato graziato. Lei aveva supplicato coloro che conoscevano
la verità di intervenire; aveva cercato qualcuno che
assumesse la difesa di quell’innocente; aveva atteso che nei testimoni
affiorasse un minimo di coraggio, quello sufficiente
a raccontare che l’uomo da lei generato aveva fatto solo cose
giuste. Ma nessuno volle rischiare di suo, nemmeno gli amici,
o quelli che lui aveva guarito e sfamato. Neanche il resuscitato
di Betania si fece vedere il giorno del giudizio.
E ora che ogni cosa era stata decretata da alcuni sacerdoti e
vidimata in nome di Cesare, lei, sola, saliva il pendio del monte
di Adamo, che tutti chiamavano del cranio, spingendo via con
mani e braccia, coloro che l’afferravano per maniche e cinta,
chiedendo che fosse inchiodata anch’ella assieme al blasfemo.
Arrampicandosi ostinatamente, lottava come una belva e
si risollevava a ogni inciampo, perché le gambe erano ancora
forti e in testa le bruciava solo l’urgenza di raggiungere suo
figlio, prima che finisse tutto. Glielo aveva promesso l’ultima
volta che furono soli. Quando lui la mandò a chiamare.
(…)

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo

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Mariantonia Avati nasce a Bologna nel 1966. Ancora bambina si trasferisce a Roma, assieme alla famiglia. Parallelamente agli studi di Psicologia e di Storia medievale comincia a lavorare come aiuto regista, soggettista e sceneggiatrice. Si occupa poi di produzione cinematografica, forte della lunga esperienza maturata fra gli Stati Uniti e l’Italia. Con il marito Andrea Scorzoni, fa nascere la “Matteo Cinematografica”, società per la quale realizza come regista l’opera prima Per non dimenticarti. Al film, che raccoglie premi e successo di critica, fanno seguito altri due lungometraggi e serie televisive, oltre a documentari. Il silenzio del sabato è il suo romanzo d’esordio.

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© Letteratitudine

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