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DARIO BUZZOLAN racconta LA VITA DEGNA

aprile 20, 2018

DARIO BUZZOLAN racconta il suo romanzo LA VITA DEGNA (Manni)

Un romanzo di formazione tardiva.
A proposito di La vita degna

Dario Buzzolan

(foto di Giliola Chisté)

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di Dario Buzzolan

Mi sono distratto un attimo e quando ho rimesso a fuoco lo sguardo, d’un tratto, Leonardo Bolina mi stava davanti. Somigliava ad alcune persone realmente incontrate, realmente conosciute; ma c’era qualcosa di più. Un supplemento di senso che meritava di essere indagato, con calma; che valeva un’attesa.
L’origine di un romanzo è sempre, per me, nella nebbia. E diradare la nebbia è possibile solo alla fine (quando il libro è diventato un oggetto, svincolato da te, esterno, quasi lontano), rileggendoti e ascoltando chi ti ha letto.
A volte tutto nasce da un intreccio seminale, un nucleo narrativo già strutturato. C’è un esercito che assedia una città. Oppure: c’è un tizio che dopo avere assediato una città per anni deve tornare a casa sua (come sosteneva Quéneau: esistono soltanto Iliadi o Odissee). Altre volte, invece, ti capita di trovarti davanti un personaggio, lo porti con te per un po’ e tutto quello che conta è lui. Nel caso di La vita degna è andata così. Ed è strano, perché io ho sempre amato i plot, la bottega delle costruzioni e delle scalette calcolate al millimetro, ed ero fermamente convinto che nulla mi avrebbe mai smentito. Invece è arrivato lui, Leonardo. Mi ha seguito per qualche tempo, io ho seguito lui, e a un certo punto, aspetta che ti aspetta, mi è parso un perfetto protagonista intorno a cui raccontare. Da quel momento in poi, il suo carattere ha forgiato il suo destino – cioè ha costruito la storia.
La vita degna è un libro su un tema desueto. Che non è (o non è innanzi tutto) la vecchiaia, bensì la felicità. L’ho capito soltanto dopo, ripeto, rileggendo e ascoltando chi lo aveva letto.
Come rispondereste a uno che vi chiede se siete felici? O come si raggiunga la felicità? Con un sorriso disarmato, magari anche un filo di condiscendenza. Eppure ora ne sono certo: Leonardo Bolina non cerca altro che la felicità. Quella roba di cui parlavano Platone, Aristotele, Epicuro, Spinoza, eccetera.
Ho raccontato questa storia quando ho intuito che Leonardo mi si era parato davanti per farmi una domanda, e adesso la domanda mi è chiara: è possibile indirizzare la propria vita verso quello che riteniamo il suo luogo naturale, cioè la felicità?
Può farcela il carattere?
Può farcela il talento?
Dev’essere per questo che, a un certo punto, ci siamo messi a raccontare storie. Per dare risposta a domande senza risposta. L’uomo è l’“animale raccontante” perché ci sono domande che possono essere affrontate solo nella forma del tempo che scorre.
Così ho fatto. Sono uscito dal mio steccato e mi sono abbandonato a lui. Ho inventato, cioè ascoltato, la sua storia.
Che è quella di un uomo a cui da bambino viene pronosticato un futuro – “sei fatto per stare sul palcoscenico” – e che, qualche anno dopo, ribadisce il pronostico (o condanna?) imboccando davvero la via del teatro e riuscendo anche a raggiungere un risultato importante. Per il suo testo messo in scena in sale off, i critici si stracciano le vesti e gridano alla nuova promessa della drammaturgia italiana. Succede. Poi (succede anche questo) più nulla. La seconda prova è deludente, la terza non arriva neppure ai palcoscenici. E a sessanta e rotti anni, fresco di pensione, decide di riprovarci, ben sapendo che le probabilità di successo sono prossime allo zero. Perché tutto questo?
Ecco, ecco il punto: ecco la questione. Perché a volte la vita va per conto suo, non solo contro le nostre aspettative (che sono soggettive dunque per definizione smentibili) ma contro, addirittura, la direzione che essa stessa sembrava avere imboccato, illudendoci? A questo, forse, si riduce la domanda sulla felicità.
C’è un libro importante, del quale direi classicamente che mi ha cambiato la vita, se non fosse che, in realtà, tutti i libri che ho incontrato (compresi quelli brutti) mi hanno in qualche modo e misura cambiato la vita. S’intitola Il cigno nero ed è stato letto da milioni di persone in tutto il mondo. Parla più o meno di queste cose, ossia di prevedibilità e imprevedibilità degli eventi fondamentali per le nostre esistenze. A un certo punto Nassim Nicholas Taleb, l’autore, scrive: “Ora andate a leggere qualsiasi pensatore classico che abbia detto qualcosa di utile sul caso, come Cicerone, e troverete […] una nozione di probabilità sempre vaga, in quanto la vaghezza è la vera natura dell’incertezza. La probabilità è un’arte liberale, figlia dello scetticismo, non uno strumento per persone con la calcolatrice alla cintura che soddisfa il desiderio di produrre calcoli stravaganti e certezze. Prima che il pensiero occidentale sprofondasse nella mentalità ‘scientifica’, ossia in quello che viene definito con arroganza ‘illuminismo’, la gente usava la mente per pensare, non per calcolare.”
Al di là del tono (sanamente) provocatorio, ciò su cui Taleb insiste è che tutti i nostri tentativi di cercare leggi nel caso sono “a cose fatte” e non tengono conto, mai, delle “prove mute”. Caio ce l’ha fatta perché era bravo, talentuoso e ha lavorato sodo. Ok. Quanti Tizi bravi, talentuosi e che si sono spaccati la schiena non ce l’hanno fatta? Il problema è trarre teoremi da Caio omettendo Tizio, il quale tanto è scomparso senza lasciare traccia dunque non può protestare.
Ettore, poco prima di affrontare Achille (che lo ucciderà), dice alla moglie Andromaca una cosa per rassicurarla. È una frase celeberrima, ma né i ricordi scolastici né le letture successive me l’avevano fatta mettere tra le frasi (per me) decisive.
“Nessuno contro il destino potrà sprofondarmi nell’Ade.”
Me l’ha fatta notare mio figlio Davide, dodici anni, alle prese per la prima volta con l’epica classica. Una frase così, in realtà, non rassicura nessuno. È come dire: se è destino, ci rimetterò le penne. Ah, ok, adesso sì che sono tranquilla.
Piccolo dettaglio: qualunque altra frase sarebbe una menzogna.
E quando si racconta non si può che dire la verità.
La vita degnaEcco perché Leonardo Bolina mi ha chiesto di raccontare la sua storia. Perché nessuno contro il destino può renderci felici o infelici, meno che mai noi; ossia è il destino (cioè un sistema di variabili pressoché infinite, indeterminabili, cioè in definitiva nulla) che ci governa. Ma quello che noi possiamo fare per rendere degna la vita è guardarlo in faccia. Non voltarci dall’altra parte. Non fare finta che le nostre scelte, i proclami nostri o degli altri, le missioni che ci assegniamo, gli sforzi, le ansie, le agitazioni, le trame, i sotterfugi, gli sgambetti degli altri, gli sgambetti agli altri, le miserie – che qualcosa possa essere utile a determinare l’imponderabile. Evitare i trucchetti. Le verità di comodo. I teoremi del dopo che addomesticano la realtà come quando a scuola facevamo “tornare” i problemi a forza, conoscendo i dati di partenza e il risultato, ma sbagliando completamente il come.
Nessuno contro il destino: ecco, la tensione tra il fare da sé la propria vita – illudersi di costruirla – e una rete (proprio nel senso di rete da pesca, di trappola, altro che web) che ci condiziona e ci spinge e ci trascina per un orecchio dove vuole lei (e lei non è nemmeno la parola giusta perché indica una volontà univoca mentre in verità essa è diffusa, inafferrabile, impersonale, multicentrica, un oceano di incognite in perenne tempesta).
Una vita degna è necessariamente una vita felice, vale a dire una vita come l’avevamo progettata, nella quale i nostri desideri si sono fatti realtà? Oppure l’essenziale è che sia consapevole, dunque semplicemente sincera? Raggiungere i nostri fini, i nostri obiettivi (scelti o imposti dall’esterno non fa poi troppa differenza) è necessario o è un grande inganno? E se la salvezza stesse nella caricatura di questo meccanismo, e la scappatoia – dunque la vera dignità – nel rifiutarsi di prenderlo sul serio?
Se La vita degna, la storia di Leonardo Bolina, riuscisse non dico a dare una risposta, ma almeno a mettere nero su bianco con sufficiente chiarezza queste domande, sarei già abbastanza (chiedo scusa per la parola) felice.

(Riproduzione riservata)

© Dario Buzzolan

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Dario Buzzolan è nato a Torino nel 1966 e vive a Roma.
Il suo primo romanzo, Dall’altra parte degli occhi (Mursia 1999), ha vinto il Premio Calvino. Sono seguiti Non dimenticarti di respirare (Mursia 2000), Tutto brucia (Garzanti 2003), Favola dei due che divennero uno (Baldini&Castoldi 2007), I nostri occhi sporchi di terra (Baldini&Castoldi 2009, candidato al Premio Strega), Se trovo il coraggio (Fandango 2013), Malapianta (Baldini&Castoldi 2016).
Autore di testi teatrali, sceneggiature e programmi tv, collabora da molti anni con Rai3.

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La scheda del libro

Quando Leonardo Bolina, impiegato comunale con un breve ma intenso passato da drammaturgo, va finalmente in pensione, decide di investire l’intera liquidazione nel sogno di una vita: mettere in scena uno spettacolo teatrale. La scelta, economicamente folle, getta l’intera famiglia nello sgomento, che diventa crisi allorché lo spettacolo si trasforma in un colossale e umiliante fallimento. Rimasto solo, Leonardo finisce a vivere in una casa di studenti, con la ventenne Lis innamorata di lui, e di cui lui si innamorerebbe volentieri se solo non si sentisse ridicolo; ritrova Adele, il grande amore di gioventù, che continua ad essere donna ideale e inafferrabile; incappa in un produttore truffaldino, in un lavoro sottopagato di fattorino, deve fare i conti con i figli – l’intransigente Matteo e la rassegnata Maddalena -, con un capetto nevrotico, un coinquilino geloso… È lungo l’elenco di persone giocate che Leonardo crede di dover cancellare dalla sua esistenza – un’esistenza che deve tuttavia, ancora, essere degna. Forse, si domanda a un tratto, può bastare a sé stesso? Magari sulla cima di una montagna, tanto isolata da sembrare irreale? O ciò che cerca è una soluzione ancora più radicale?

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