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SENTIMI di Tea Ranno (un estratto)

aprile 24, 2018

Pubblichiamo un estratto del romanzo SENTIMI di Tea Ranno (Frassinelli)

“Sentimi” sarà presentato venerdì 27 aprile 2018, alle h. 17, al Castello di Aci Castello (Ct). Sarà presente l’autrice che converserà con Massimo Maugeri. L’evento è organizzato dall’Associazione “Art design eventi”.

Di seguito, le prime pagine del romanzo.

 * * *

Era febbraio, pioveva da giorni. Sui vetri il fiato si rapprendeva per il freddo e la mattina il prato era tutto una brina. Ogni tanto qualche giornata di sole prendeva il sopravvento sul grigio e allora sembrava che un’improvvisa primavera venisse a fare la sua comparsa per rallegrarci con canti d’uccelli e profumi d’erbe.
Partii da Roma ch’era domenica. La sveglia puntata alle cinque, il caffè bollente nel thermos, la borsa coi libri e i quaderni già pronta dalla sera prima, così la piccola valigia.
Mi piace molto viaggiare in treno, arrivare in Sicilia con lentezza, godere del paesaggio che scorre oltre il finestrino, vedere il mare che orla quasi tutto il percorso – ora fermo come una lastra di piombo, ora mosso e spumeggiante –, i panni che sventolano appesi ai fili, la vita che s’indovina oltre le finestre. Mi piace leggere, poi chiudere gli occhi e proseguire la storia nella mente, come se fosse un film, magari cambiando personaggi o ambientazione.
Durante quel viaggio pensai molto alle donne di cui avrei dovuto parlare l’indomani a Siracusa. Viola, Vincenzina, Stèfana, Teresa: le diverse sfaccettature del femminile, il diverso modo di porgersi alla vita, comunque il coraggio, la necessità di affermarsi come esseri dotati di una volontà che non si lascia piegare dal male. Viola venne addirittura a sedermisi di fronte nei panni di una gran bella signora salita a Sapri; parlò del tempo e del freddo, così, per gentilezza, poi si avvolse in uno scialle e cominciò a leggere. Che buon profumo aveva. Ne sbirciai il viso, le gambe accavallate, le mani eleganti, la grossa perla all’anulare destro. La mia Viola avrebbe scelto gli zaffiri in tono coi suoi occhi; la signora però aveva gli occhi castani e quelle perle – pure alle orecchie – aggiungevano al suo aspetto un tocco luminoso. Avrei voluto chiederle di Paolo: aveva smesso di farla soffrire o ancora ne pervadeva i ricordi riportandola al tempo in cui l’amore per lui era stato un fuoco che divora e rende impossibile la pace? Avrei voluto pure chiederle di Lietta: era poi riuscita a pubblicarlo uno dei suoi racconti? Aveva avuto il coraggio di spedirlo a un editore, a un concorso letterario?
La signora, però, era troppo intenta alla lettura e aveva posto il libro ben in vista, come a dire: «Non mi disturbate». Era scesa a Villa San Giovanni. A me era rimasto il desiderio di intrattenere con lei una lunga conversazione, di sapere come si sana l’animo di una donna dopo un amore devastante.
«Davvero si sana?» avrei voluto domandarle. «Davvero si torna come prima?»
Quello di conversare era un desiderio strano, a pensarci, visto che in genere sono io che mi trincero dietro un libro e desidero non essere disturbata.
Il posto in cui era seduta rimase vuoto. Allora vidi Vincenzina in forma di colomba che passa da un tetto a un ramo, e da qui di nuovo al tetto. Svolazzò davanti ai miei occhi mentre il treno veniva diviso in vagoni per essere introdotto nel traghetto. Mi fece pensare alla rabbia del dottor Minissale quando chiede al maresciallo: «Ma voi la dareste una colomba in pasto a un porco?»
Una colomba in pasto a un porco… Davvero questo era stata Vincenzina? Una sparviera presa di mira da un cacciatore che spara e uccide?
«Di più, di più», sembrò suggerire quella colombella svolazzante. E il vederla mi fece sorridere: «Buon volo», sussurrai.
«Che dice?» chiese il mio vicino, che sperava d’attaccare bottone da quando era salito.
«Niente», mormorai tornando a ficcare la testa tra le pagine del libro.
Fu un viaggio tranquillo, con gente che saliva e che scendeva, scoppi di risa, ogni tanto un cagnolino che abbaiava, ogni tanto un bambino che correva per il corridoio, uomini che parlavano di goal e di partite. Tutto bene fino alla traversata. Poi, alla stazione di Messina, il treno si fermò e non ripartì. Rimase fermo per quasi tre ore a causa di un non ben precisato incidente. Seppi poi che qualcuno aveva sparso per i binari le ossa e le carcasse di diversi animali.
I passeggeri che affollavano il vagone si riversarono nel corridoio imprecando, minacciando ricorsi contro la Società che manteneva la ferrovia in condizioni medievali; telefonini alla mano e numeri verdi, sfogarono la loro rabbia per quell’impasse che faceva saltare appuntamenti e inviti a cena.
Non mi associai alle polemiche e neppure alle chiacchiere. Seduta al mio posto, continuavo a pensare a Viola e a Vincenzina, ma pure a Teresa, pure a Stèfana. Che avrei detto di loro? Come le avrei raccontate?
Intanto pioveva, sulla banchina s’affollavano ombrelli e impermeabili, un ragazzo di colore se ne stava ritto con la testa riversa e la bocca spalancata a bere la pioggia, un vento forte faceva ondeggiare il treno mentre le gocce venivano a sbattere sul finestrino schizzando via come serpentelli di mercurio. C’era freddo. Solo il ragazzo con la testa riversa non si curava del vento che strattonava i lembi del suo giubbotto. Sembrava avesse ancora addosso lo spavento delle mareggiate che avevano fatto ballare il gommone da cui era sbarcato. Se ne stava a gambe larghe, saldo sulla terraferma, come ancorato a essa.
S’accesero le luci, la stazione mostrò uomini rinserrati nei cappotti, sacchetti di plastica che il vento rotolava per terra, la carta di una merendina che volò tra i capelli di una signora bionda che parlava concitatamente al telefono punteggiando le frasi con secchi «Ecco!» che andavano da lei a me come la spoletta di un telaio. Il ragazzo si riscosse a un richiamo, si girò. Un uomo coi capelli grigi gli venne sorridendo incontro, si abbracciarono, se ne andarono.
Qualcuno, intanto, nello scompartimento, aveva scartato un panino con la mortadella e per l’aria s’era diffuso un odore untuoso che mi aveva dato la nausea, uno si era tolto le scarpe. Mi sembrò di soffocare. Schiusi il finestrino sollevando un coro di proteste per l’acqua ch’entrava a bagnarci.
«Giusto per respirare», dissi.
Un tipo alto, molto deciso, intervenne: «La signora ha ragione». Poi, rivolgendosi all’uomo senza scarpe: «Ci faccia il favore di rimettersele», ordinò.
Mi si sedette vicino: «È da tanto che la osservo», esordì, «non ha parlato per tutto il viaggio, sempre con gli occhi a quel libro, che legge di bello?»
Avevo per le mani Le metamorfosi di Ovidio. Guardò il titolo e annuì.
«La lascio in pace», sorprendentemente dichiarò.
Avevo pensato che volesse dare inizio a una di quelle filippiche che avrebbero passato in rassegna la politica, lo sport, il tempo, la cultura in generale e la letteratura in particolare: un professore mi era sembrato, uno di quelli abituati a discettare. E invece niente, non aprì bocca tornando a un cruciverba che doveva essere estremamente complicato visto che ci ragionava sopra da quando era salito a Paola.
Finalmente ripartimmo e tutti si quietarono, chi riprese a leggere, chi, insopportabilmente, a parlare al cellulare.

(Riproduzione riservata)

© Frassinelli

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SentimiLa scheda del libro

Durante una notte surreale, e nello stesso tempo fin troppo reale, una donna, una scrittrice, tornata nel paese siciliano dove è nata, nella piazza dove passeggiava bambina, ascolta decine di voci che giungono da un altrove indistinto, che si fanno strada in una nebbia strana, inquietante. Sono voci di donne morte, che vogliono, devono, raccontare le loro storie perché la scrittrice le trascini fuori dall’oblio al quale sono destinate. Sono storie quasi sempre dolorose, a volte tragiche, che hanno una caratteristica in comune: l’umanità delle protagoniste, la loro complessità emotiva e intellettuale, i loro sentimenti, le loro vite vere, insomma, tutto viene sempre e inesorabilmente annullato nella dicotomia maschile della donna «santa o buttana». Ma non solo per raccontarsi, i fantasmi di queste donne parlano all’autrice: c’è anche un’altra storia, che tutte le coinvolge, e che vogliono si sappia. La storia di Adele, figlia di Rosa, ma non del suo legittimo marito, Rosario. E la colpa più grave di Adele è quella di avere i capelli rossi, come il suo vero padre, segno inequivocabile del tradimento, della colpa, delle corna. Per questo Rosario passerà il resto della sua vita nel tentativo di uccidere la bambina, poi ragazza. E per questo le donne del paese, le stesse donne che si raccontano, faranno di tutto per salvarla. Perché levare almeno la piccola Adele dai meccanismi mentali malati di questi maschi brutali, ancestrali e irredimibili, vorrebbe dire aver salvato tutte loro.

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