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ESORDI LETTERARI: “Il colpo di coda” di Giuseppe Pelleriti

maggio 16, 2018

“IL COLPO DI CODA” di Giuseppe Pelleriti (Prova d’Autore): l’esordio letterario di un autore nato a Milano nel 1963 da genitori siciliani emigrati

Segnaliamo l’esordio letterario di Giuseppe Pelleriti, autore di Il colpo di coda” (Prova d’Autore): un romanzo che trae spunto da fatti realmente accaduti nell’immediato dopoguerra a Centuripe, caratterizzato da una trama corale, ricca di colpi di scena. La narrazione, infarcita di espressioni dialettali, ruota attorno alle gesta di Cicciu Dottori, un comunista che vuole fare la rivoluzione, e che raccoglie attorno a sé un nutrito schieramento di uomini per poi trasformarli in banditi, che si offrono come sostituti dello Stato. Nell’eterna lotta tra il bene e il male a Dottori e alla sua banda si contrappongono i carabinieri, il sindaco, il prefetto e l’alta borghesia. Il tutto condito dalle gesta amorose del brigante, dotato di una forza fisica e di un’astuzia fuori dall’ordinario, e da momenti di vera comicità narrativa.
Abbiamo chiesto all’autore di parlarci del suo romanzo d’esordio…

«“Il colpo di coda”, mio romanzo d’esordio, racconta una storia vera successa nell’immediato secondo dopoguerra, nell’arco di tempo che va dal 1944 al 1946, in un paesino dell’entroterra siciliano», racconta Giuseppe Pelleriti a Letteratitudine. «Qui un gruppo di uomini, preso dalla fame e dalla frustrazione per non poter sfamare i propri figli, decide in virtù di un ideale politico (erano militanti del partito comunista del paese), di “togliere ai ricchi per dare ai poveri”, sostituendosi di fatto allo Stato. Le buone intenzioni, però», continua l’autore, «si perdono presto dietro il fascino del potere e del denaro. E così, azione dopo azione, quegli uomini diventano banditi.
Nei due anni che seguono gli abitanti del paese, soprattutto benestanti e notabili, vivranno nel terrore, in attesa che il prefetto, i carabinieri e le istituzioni trovino una soluzione per porre fine alle loro scorribande.
Gli intrighi ed i colpi di scena fanno quindi da sfondo alla perenne lotta tra il bene e il male e si mescolano alle passioni amorose intense vissute dai protagonisti, soprattutto il capo banda, che collezionerà numerose amanti.
La storia, fatta di intrecci tra miseria, passioni, potere e criminalità, è il frutto di un’inchiesta che ho svolto per puro piacere storico, spulciando i rapporti dei carabinieri, le pubblicazioni del giornalista del quotidiano “La Sicilia” Salvatore Nicolosi, effettuate negli anni ’60 e ’70, e i racconti degli anziani.
Durante le ricerche ho cominciato a pormi delle domande sui protagonisti di queste narrazioni: perché lo facevano, cosa si dicevano tra di loro, come vivevano i loro rapporti intimi ecc… Dove non trovavo risposte cominciai ad immaginarle. E così i fatti di cronaca, uniti alla mia fantasia, hanno dato vita al romanzo.
Per rendere il racconto “vivo” ho utilizzato un linguaggio vero, a volte anche cruento ma senza sofisticazioni. La cadenza siciliana aiuta, infatti, il lettore a immedesimarsi nella storia, quasi come fosse in quei momenti accanto ai protagonisti e li sentisse parlare di presenza.
Un’ultima considerazione sulla scelta del titolo (“Il colpo di coda”). Il protagonista del romanzo ha un difetto sin dalla nascita: una protuberanza all’altezza del coccige simile ad una coda. Le credenze popolari del tempo ritenevano che i bambini che nascevano con la coda, da grandi sviluppavano una forza smisurata. E infatti tutti in paese ebbero modo di constatare la sua enorme forza, non solo fisica ma anche mentale: il suo sguardo metteva soggezione.»

Di seguito, uno stralcio del romanzo.

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Alcuni stralci di “Il colpo di coda” di Giuseppe Pelleriti (Prova d’Autore)

In paìsi lo conoscevano in molti e si diceva avesse la coda.
La prima ad accorgersi di quel difetto alla nascita fu la mammana che, nel prenderlo ed avvolgerlo nell’asciugamano, notò una protuberanza che usciva proprio all’altezza del coccige. La zia del picciriddo, che assisteva al parto della sorella, si accorse che in quel momento la mammana si era irrigidita: mosse impercettibilmente la testa e aggrottò la fronte. La mammana capì la domanda silenziosa: Chi fu? C’è qualcosa di strano? Perché ti sei attisata? Quella, in risposta, si morse il labbro inferiore e le schiacciò l’occhio: te lo dico dopo. Voleva che la matre si riprendesse un po’, prima di parlarne.

Nella stanza accanto il patre e gli altri parenti, in attesa, avevano sentito il pianto del nascituro, ma la porta ancora non si apriva.
«Il picciriddo c’ha la coda» disse alla puerpera mentre teneva il figghio sul so petto».
Le due fimmine si fecero tre volte il segno della croce.
«Saccio che non è un buon segno, chiamiamo il dottore e ce la facciamo tagliare» disse la zia.
«No» rispose la mamma decisa, «i picciriddi che nascono con la coda, da grandi diventano forti come gli armali, e io non glielo voglio togliere questo dono di Dio» e si rifece il segno della croce.
O del diavolo, pensò la zia. Ma non disse nulla.
«Un’altra volta mi capitò», continuò la mammana, «la matre gliela fece tagliare e il picciriddo da grande risultò essere
gracile».
«Io non gliela fazzo tagliare, aprite la porta e non fatene parola con nessuno».

Fu così che il picciriddo diventato caruso e poi picciotto si fece notare da tutto il paìsi per la so forza. La matre, che osservava la crescita del figghio cercando di capire se quello era un dono di Dio o del diavolo, vedeva che, oltre alla forza fisica, aveva sviluppato un’astuzia fuori dalla portata dei so coetanei.
Sembrava che la coda avesse dato vigore non solo al corpo, ma anche al cervello.
Negli anni la voce si era sparsa al paìsi e molti raccontavano leggende sulla so capacità di isare con la sola forza delle braccia sacchi da cento chili, senza che un muscolo della faccia si muovesse. Dicevano pure che aveva un coraggio fuori misura e quando taliava negli occhi metteva soggezione, come se leggesse nel pensiero. Una cosa era certa comunque, quell’uomo era astuto come una vorpe e lesto come un saettone.
Era tozzo di statura, con naso piccolo e occhi chiari pungenti che a volte parevano azzurri, ma chiù spesso erano dello stesso colore del ghiaccio.

Con Angilu erano coetanei e si conoscevano già dalla carusanza. Si erano sempre rispettati.
«Comu ti la passi Angilu?» gli disse quello dopo che si salutarono.
«Come uno che fa il cane. Tutti pensano che perché ti perché il travagghio ti possono mettere i piedi sopra la faccia!»
«Terra sarvaggia è chista, caro Angilu… e per campare, sarvaggi macari noialtri dobbiamo addivintare!» […]

[…] Angilu capì che quello era il loro segnale. Con una taliata di intesa, il gruppo si mosse e ‘ncominciò a correre verso il muretto di confine con la scarpata che dava principio al bosco. Il capitano tidesco mangiò la foglia e diede l’ordine di sparare ai fuggitivi. Il plotone italiano si mise a spingere verso quei tideschi che stavano prendendo la mira e accussì gli fecero mancare il bersaglio. Quei secondi che passarono perché il militare potesse allontanarsi e prendere meglio la mira erano fondamentali per salvare la vita dei compagni. Il gruppo arrivò al muretto e ad uno ad uno ‘ncominciarono a saltare giù per la scarpata. Angilu nel saltare atterrò sopra una pietra grossa come un mazzacane. Emise una vociata di dolore sentendo torcersi la caviglia. Barcollò ma riuscì a rimanere in piedi e, con la calura della tensione e l’adrenalina, continuò a correre. […]
[…] Il Maresciallo vide la luce uscire dalle scure che fu spenta, ebbe quasi la conferma della so idea e azzardò: «Dottori, siamo i carabinieri! Sappiamo che sei là dentro, esci con le mani alzate e nessuno si farà male!» Ne seguì un silenzio totale. Alle parole pronunciate dal carabiniere, Lucia sbarrò gli occhi e si portò la mano davanti alla bocca. Lo scanto la travolse! Dottori imbracciò il mitra che portava sempre dietro. Prese un paio di mortai e se li mise nella sacchetta dei pantaloni e cominciò a pensare velocemente. Quanti erano? Dallo scalpitio forse tre o quattro. In tanti anni di vita in campagna, prima da viddano e poi da latitante, si era abituato a vedere anche col buio fitto. Andò avanti e indietro per la stanza come se cercasse qualcosa. La casa aveva l’ingresso in cima ad una scala esterna rivolta ad est, e una finestra che si affacciava dalla parte opposta. Una cosa era certa nella so mente: non si sarebbe fatto prendere vivo. Per salvarsi doveva calcolare tutto al millesimo. Il so cervello cominciò a ragionare lesto. Si mise ad ascoltare davanti alla porta. Doveva capire dove erano posizionati i militari. Sentì che qualcuno stava per avvicinarsi alla base della scala. Sicuramente gli altri lo stavano coprendo puntando i moschetti alla porta d’ingresso. Un passo falso e l’avrebbero ammazzato […]
[…] La vide fuori vicino alla stadda, che stava stendendo il bucato. Si chiamava Angila ed era maritata con uno di nome Arfiu che aveva fatto il portiere in un condominio di Catania. Da un poco di tempo però si erano trasferiti stabilmente in quella casa di campagna.
«Salutamu donna Angila.»
La fimmina lo taliò fissandolo. Lo aveva visto passare qualche volta mentre iddu la taliava. Aveva pigliato informazioni su quell’uomo per sapere chi fosse. Il fisico roccioso, il fucile mitragliatore e gli stivali militari gli davano un certo fascino.
«Salutamu. Chi vi ci porta in questa massarìa?» disse la fimmina.
«Passavo in queste zone e mi è venuto un desiderio. Pensavo che mi potevo togliere questo sfizio» disse tranquillamente Dottori.
Ma la fimmina non si scompose e rispose sfacciata: «E di cosa avreste desiderio?»
L’uomo scese dal cavaddo e le si avvicinò. Non aveva risposto ma se la stava mangiando con gli occhi.
«Di tutte le cose duci che la padrona di casa mi può offrire» disse il bandito.
«Mio marito è andato a fare un poco di legna per l’inverno e dovrebbe tornare tra poco.»
Il bandito le si avvicinò ancora di chiù.
La taliò dritta in quegli occhi azzurri che distraevano lo sguardo dal naso sottile e appuntito. Era di pelle chiara e capelli castani, che una volta dovevano essere stati biondi.
Alle volte a certe fimmine ci piace jocare con il diavolo, e ad Angila quel joco ci stava piacendo. […]

* * *

Giuseppe Pelleriti nasce nel 1963 a Milano da genitori siciliani emigrati i quali, sentito il richiamo della madre terra, rientrano dopo appena qualche anno, permettendo così all’autore di vivere in Sicilia sin già dalla prima infanzia.
Seppur intraprende studi di natura tecnica, l’interesse per la storia, la letteratura e la narrativa cresce sempre più fino a diventare una vera e propria passione travolgente.
Oggi è consulente d’impresa e vive a Centuripe, un paese in provincia di Enna arroccato su uno dei monti dell’entroterra siciliano da dove ama creare la trama dei suoi racconti.

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