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EDIPO A COLONO e ERACLE a Siracusa

maggio 22, 2018

La follia e la supplica, l’esercizio del potere e della sua perdita: temi delle tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle

[Nell’immagine: Jean-Antoine Giroust, Edipo a Colono, 1788]

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di Gianni Bonina

Le tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle, sono state ricondotte sotto il segno dell’esercizio del potere e della sua perdita, un fil rouge che però si intravede appena al fianco di altri temi di collegamento ben più evidenti, due soprattutto: la follia e la supplica. Ma forse la pietra maggiore di paragone è data dall’antifrastico rapporto con la divinità, giacché nella tragedia sofoclea assistiamo a un “indiamento” (Edipo che si trasfigura e assurge in cielo: come un Cristo di quattrocento anni prima) e in quella euripidea a un “disindiamento”, la presa di distanza di Eracle e Teseo, eroi e semidei, dall’Olimpo e in particolare da Zeus e dalla moglie Era. In Sofocle l’identificazione con il dio è risospinta fino alla trascendenza umana, ben più oltre dell’assoggettamento eschileo, mentre in Euripide l’atto di accusa al cielo assume il carattere di un disconoscimento del soprannaturale che presagisce uno stato di ragione.
Cosicché della metafora del potere che si è voluto vedere nelle due tragedie (elemento che dopotutto connota pressoché ogni dramma classico, interpretando il teatro greco il doppio ruolo di rituale politico e religioso) abbiamo in Edipo a Colono la caduta di Edipo, che però già da molti anni ha perso il trono di Tebe e girovaga esule ed esiliato, e lo scontro tra Teseo e Creonte, due sovrani che però non vengono a diverbio nelle prerogative di sovrani in guerra tra loro ma di alfieri di princìpi etici che riguardano la xenia, il trattamento ospitale dei profughi, come fra poco vedremo, mentre in Eracle la tracotanza di re Lico («Rivolgo una domanda se mi è lecito: e lecito mi è perché sono vostro padrone») e la sua brutale uccisione sono parte di una dinamica statolatrica alla quale è estraneo l’apparato regale mentre prevale l’animo umano e individuale.
La follia e la supplica perciò. La prima è manifesta e agisce alla base della vicenda di Eracle, reso folle da Era e spinto a uccidere i figli e la moglie, mentre in Edipo a Colono è più soffusa e latente, suggerita più che pronunciata, compenetrata qual è nella pretesa del tutto insensata prima di Creonte e poi di Polinice di riportare a Tebe il vecchio cieco, sapendo bene di essere stati loro gli artefici della sua rovina, una follia larvale che diventa magia spettrale nell’epilogo miracolistico dell’incielamento.
L’altro tema è ancora più presente. Supplici dichiarati sono Edipo e le figlie Antigone e Ismene che si fermano in un luogo sacro fuori dalla città dove aspettano di avere asilo, ma supplici sono anche la moglie e i figli di Eracle che, insieme col padre dell’eroe greco per eccellenza, dimorano davanti all’altare di Zeus senza avere più nulla nemmeno da mangiare e implorando la grazia di Lico perché siano assegnati all’esilio anziché destinati al supplizio. Stabilirsi in un luogo sacro è, nella tradizione greca, costume identitario dei profughi in cerca di accoglienza. In una delle prime tragedie, Le supplici di Eschilo del 463, le Danaidi provenienti dall’Egitto è proprio nel recinto sacro fuori Argo che attendono la decisione di re Pelasgo, le stesse Danaidi alle quali Euripide fa in Eracle esplicito riferimento evocandole per la strage dei mariti da loro perpetrata, che è stata superata in orrore solo da quella di Eracle. Il quale peraltro discende proprio da una delle Danaidi, Ipermestra, che risparmiando il marito dà corso alla stirpe regale degli Eraclidi.
Ma ben maggiori sono piuttosto i richiami tra Le supplici eschilee e l’Edipo a Colono sofocleo, tanto da poter parlare di rifacimento in diversa scala – anche di tipo politico – a distanza di sessant’anni. L’irruzione di Creonte e della sua guardia armata a Colono (sobborgo di Atene) nel proposito di prelevare con la forza Antigone e Ismene, fugato dall’intervento di Teseo, ricorda l’arrivo ad Argo degli Egizi che pretendono dal re la consegna delle loro donne ma sono ricacciati. Con significative differenze: Pelasgo fa accorrere i soldati per fermare gli Egizi, mentre Teseo si rivolge al popolo perché lasci i sacrifici cui è intento e accorra a bloccare le due vie di uscita da dove dovranno passare gli uomini di Creonte con le figlie di Edipo.
Ciò che appare davvero sorprendente è un altro raffronto: mentre Pelasgo dice alle Danaidi che, contrariamente al parere del Coro che lo incita a decidere da solo, non è lui a dovere stabilire il loro asilo ma il popolo, Teseo decreta autonomamente la concessione della protezione a Edipo, ignorando la città, salvo poi chiamarla a raccolta per fermare lo straniero  e preferila al suo esercito. Come si spiega questo rivolgimento?
Eschilo scrive la sua prima tragedia in un tempo in cui ad Atene invale la democrazia. Anzi è proprio nelle Supplici che debutta l’espressione “demou kratousa keir”, ancora disunita ma già comprensiva delle  parole “popolo”, “potere” e “mani levate”, a designare la votazione per alzata di mano e dunque una manifestazione di volontà popolare. Nel 401, quando Edipo a Colono viene rappresentata, Atene ha invece perso da due anni la guerra del Peloponneso ed è governata da una oligarchia pressoché tirannica. Sofocle, che dieci anni prima aveva parteggiato per il suo ripristino, non può inneggiare alla democrazia e lascia quindi che Teseo decida da sé, senza consultare la città, ma contraddicendosi vistosamente dal momento che è al popolo che poi si rivolge per una questione peraltro militare.
Proprio nel testo abbiamo prova di questo atteggiamento: quando Teseo chiede a Creonte come ha osato, in maniera così sprezzante, rapire le due ragazze tebane, il re cognato di Edipo (ma anche suo fratello di sangue) oppone che lo ha fatto sapendo che ad Atene opera l’Areopago, un organo composto da uomini saggi. Senonché sul finire del quinto secolo il famigerato Areopago, espressione della classe oligarchica al potere e dei ceti abbienti, ha da tempo esaurito la sua carica originaria e, sostituito dalla ben più democratica Assemblea popolare, si è ridotto a un tribunale con competenze circoscritte ai soli delitti di sangue: e certamente quello sul tappeto non è il caso di Edipo nemmeno agli occhi di Creonte
Quello che manifesta Sofocle, da buon oligarca, è un auspicio, che cioè l’Areopago possa tornare ad essere l’antico organo totalitario, corrispettivo di un governo dai pieni poteri. Di qui la giustificazione accampata da Creonte alla quale né Teseo né il Coro né Edipo e le sue figlie ribattono. Una giustificazione certamente fondata, la cui naturale conseguenza dovrebbe essere quella che Teseo lasci portare via i suoi ospiti. Invece il re di Atene (che nella tragedia viene celebrata come la città dell’accoglienza, conosciuta anche da Edipo come tale) nega l’estradizione coatta.
A questo risultato Sofocle non arriva però in via diretta, ma dopo una lunga manovra che vale ad attutire il colpo che sugli spettatori di parte oligarchica potrebbe avere la concessione sbrigativa dell’asilo politico. Una manovra confusa e alquanto contraddittoria. Vediamo qual è.
Edipo e Antigone arrivano a Colono e si fermano nel bosco sacro alle Eumenidi, le ctonie Erinni. Qui padre e figlia vengono sorpresi da un “abitante di Colono”, uno sconosciuto che vorrebbe cacciarli via per avere profanato il luogo sacro ma poi, perché supplicato, stabilisce che non tocca a lui espellerli. Sembra quindi di capire che spetti ad Atene decidere, per cui la sensazione è che permangano le ragioni politiche alla base delle Supplici eschilee, ovvero le ragioni democratiche. Ma ad Edipo che chiede se nella città il potere è nelle mani di uno solo o spetta al popolo, ponendo quindi una domanda decisiva e divisiva, l’oscuro abitante risponde elusivamente che il re della città governa anche su Colono ed altrettanto vagamente, ma soprattutto contraddittoriamente, risponde quando è richiesto di portare un messaggio al re: «Vado a riferire non agli abitanti della città ma a quelli che vivono da queste parti: saranno loro a decidere nei tuoi riguardi». Alla fine il Coro decreta che «decideranno i signori di questa città», lasciando ancora incerto il riferimento se a Colono o ad Atene, finché non arriva Teseo a prendere una decisione finale e favorevole ad Edipo. Decisione in linea con la coscienza storica di Atene, che nel momento peggiore della sua vita ha bisogno di sentirsi nobilitata nel suo simbolo massimo che è Teseo, ma contraria agli interessi politici di una parte della polis – ciò che costringe Sofocle a un penoso circolo, viziato dalla sua stessa posizione, per aggirare la quale non esita a infilare quell’incredibile e inatteso finale della morte di Edipo circonfuso negli impenetrabili Misteri eleusini, inscenati in tutta segretezza e suspence (tale che Ismene vuole rivelarli) perché il pubblico possa andare via pensando alla paurosa chiamata celeste e non al tema della democrazia e al potere di chi spetti accordare ospitalità ai profughi, se al re o al popolo.
Tutte queste variazioni, fatte di giochi a nascondere, voluti capziosamente dallo stesso Sofocle, sono state ignorate dalla messinscena siracusana. Né l’Eracle di Emma Dante (la cui scelta inopinata di affidare quasi tutti i ruoli maschili ad attrici disorienta non poco il pubblico) si è soffermato sugli spunti legati alla negazione di asilo da parte di Lico alla supplice famiglia di Eracle. Al quale, nel passaggio della tragedia più indicativo in questo senso, uno dei figli che chiede pietà abbraccia le ginocchia e accarezza il mento, compiendo il più canonico dei gesti del supplice. Si sono visti due spettacoli grandiosi che hanno meritato tutti gli applausi incassati, è verissimo, ma si è anche assistito alla rappresentazione di un mondo che andava osservato da un altro lato e con altri occhi.

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