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LA NOSTRA CASA di Bov Bjerg (recensione e intervista)

maggio 22, 2018

LA NOSTRA CASA di Bov Bjerg (Keller, 2017)

Un romanzo per tante gioventù

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Successo da best seller per “La nostra casa” secondo romanzo dello scrittore tedesco Bov Bjerg. Nella versione originale, Auerhaus, in lingua tedesca ha venduto ben duecentomila copie senza contare quelle della versione olandese, coreana, ucraina, russa e italiana, qui in argomento, pubblicata alla fine del 2017 da Keller con la traduzione di Franco Filice inclusa nella Classifica delle migliori traduzioni del 2017 dal Corriere della Sera per il supplemento “La Lettura”

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di Lucia Russo

Il giovane Frieder non conosce né sa esprimere il perché di quel suo tentato suicidio con cui apre il romanzo, e l’interrogativo corre per tutto il volume legandosi strettamente al tema esistenziale nella visione virginea e dolente di chi sta per divenire adulto.
Giovane liceale prossimo alla maturità, figlio di contadini in un paesino poco lontano da Berlino, Frieder avrebbe buone risorse per assaporare la gioia di vivere anziché il malessere: intelligente, simpatico e dalle tante abilità, mente brillante, spiccato senso dell’ironia, capace di lavorare sodo e svelto in campagna a fianco del padre e, non da ultimo, di esercitare la leadership sui suoi pari.  Della vita Frieder teme più la routine che le sanzioni sociali alle trasgressioni che attua.  Per lui e compagni non c’è la passione struggente o il sentimentalismo ferito. Non come per quel Giovane Werther ricordato ai compagni dal suo professore di letteratura tedesca, Hoffmann, alla notizia che il padre ha strappato il ragazzo alla morte per un soffio, privo di sensi per una dose eccessiva di barbiturici sottratti alla madre.
Nessuno dei compagni sa perché Frieder abbia compiuto un gesto così estremo, ma alcuni ne saranno toccati, e uno per volta a cominciare da Höppner Allevapolli (che è anche la voce narrante) faranno cerchio attorno a lui per proteggerlo da un ulteriore tentativo, dopo le dimissioni dal reparto di psichiatria. Oltre ad Höppner (l’unico chiamato per cognome) saranno Cäcilia, Vera, Harry e Pauline, coprotagonisti del romanzo, a solidarizzare con Frieder per quell’impossibilità di identificarsi con la società loro contemporanea, la Germania degli anni ’80 messa dall’autore vagamente sullo sfondo della trama. È un’ambientazione molto sfumata, sia dal punto di vista geografico che temporale, perché nessun riferimento appare tra le pagine circa luoghi rappresentativi  e/o fatti storici e di cronaca.

Sulla scia di un wertherismo forse insito nelle corde dei lettori tedeschi, s’innesta la modernità di una scrittura molto asciutta e veloce – prevalenti i dialoghi – con toni e sentimenti lontani dal romanticismo.
L’opzione “suicidio” resta nel segreto del cuore, senza una lettera esplicativa come quella del giovane Werther, mentre è la narrazione dei giorni vissuti nella casa, i più belli, il focus del romanzo.
La gravità della morte e del suicidio, continuamente paventati tra le pagine, è parallelamente compensata da freddure ironiche e persino comiche che alleggeriscono il tema come in una sit-comedy. Pare questa, insieme al tema universale del malessere della gioventù, la chiave del successo raccolto dal libro da parte dei critici oltre che tra il pubblico di lettori e dalla trasposizione teatrale (anche ad Amburgo e Düsseldorf), ed è per di più in itinere un adattamento in film per la televisione tedesca.
L’ex fattoria del padre di Frieder diverrà un rifugio, una specie di “comune” degli anni ’80, un luogo ideale per allontanarsi dal disordine di quel mondo che è davvero insopportabile ai sei ragazzi, un po’ come per gli adolescenti di tutte le epoche. L’ameno e un po’ cadente casolare contadino, con la sua stalla, il fienile e il magazzino, diverrà per loro “La nostra casa” come il titolo originale Auerhaus mutua nella pronuncia di una canzone inglese che irrompe, connotandola, la prima fase della storia.
Frieder, Höppner, Cäcilia, Vera, Harry e Pauline sono giovani che si sentono alieni tanto dalla famiglia d’origine quanto dalla società, dalla scuola, dalle istituzioni, la polizia, l’esercito, il servizio sanitario, e cadranno nell’illegalità fino a sfiorare la tragedia.
Su tutti loro, eccetto Cäcilia prima della classe, aleggia il temuto esame di maturità come un fantasma da esorcizzare quasi negandolo, ma per i giovani maschi, l’angoscia maggiore è costituita dall’obbligo di leva, una vera zavorra. Per Höppner, già la visita di leva è motivo d’angoscia. Vi arriverà in manette ed è questa la sezione (il libro non ha capitoli) in cui l’autore riserva alla lettura forse la più bella scena: l’ironia diventa vera e propria comicità e lo spettro della morte scompare di fronte allo scherno dell’inganno goliardico, privilegio della gioventù che si sente onnipotente.

Dall’autore Bov Bjerg (1965) in persona, grazie alla simultanea del suo traduttore italiano Franco Filice (entrambi, da sinistra a destra, nella foto accanto – n.d.r.), abbiamo appreso particolari del suo percorso letterario nel panorama letterario tedesco e di questo suo secondo romanzo.

D – Com’è arrivato Bov Bjerg alla scrittura?
R – Ho iniziato a scrivere da ragazzo a scuola per i giornali scolastici, perché in quella fase puntavo a divenire giornalista. Mi sono poi reso conto che la scrittura giornalistica non era nelle mie corde, anche per la velocità, ed ho rinunciato. All’Università ho poi fondato insieme ad alcuni colleghi una piccola rivista letteraria di nome Salbader (chiaccherone bigotto) ancora esistente.
Sulla scia di questa esperienza, sono sorti a Berlino i cosiddetti Palchi letterari (1990 circa), dei palchi di lettura in cui venivano letti e commentati testi da noi stessi prodotti, per lo più di carattere satirico.

D – Che cosa ha studiato all’Università?
R – Ho studiato tanto! Germanistica e Scienze Politiche, lingua e letteratura olandese, specializzandomi in linguistica anche se quel corso di studi universitari l’ho interrotto. Ho poi studiato all’Istituto di Letteratura di Lipsia, completando il corso e laureandomi nel 2005 come Scrittore.

D – Quando ha debuttato col suo primo libro?
R – Nel 2008, con Deadline, un libro sperimentale, molto diverso da La nostra casa, venduto solo in 250 copie mentre le restanti stampe sono andate in fumo in un incendio del magazzino dell’editore, Mittel Deutsche Verlag, una casa editrice molto importante dell’ex DDR, ma in declino al momento della pubblicazione. Da allora, il libro è irreperibile.

D – In che parte della Germania è nato?
R – Sono originario della Svevia, un luogo vicino Stoccarda, ma a 18 anni mi sono trasferito a Berlino per sottrarmi al servizio militare, perché all’epoca tutti i tedeschi occidentali che andavano a vivere a Berlino non dovevano fare né il servizio civile né il servizio militare.

D – Scopriamo allora un tratto biografico comune alle vicende di Höppner!
Nel suo romanzo i paesi attorno a Berlino sono senza nome, così le altre città, come a non volerlo legare strettamente a un singolo luogo.  È perchè la storia rappresentata potrebbe svolgersi ovunque?
R – Esattamente! L’interpretazione è perfettamente riuscita. Volevo evitare di fare un lavoro documentaristico. Ricorrono alcuni toponimi di paesi ma sono stravolti, storpiati proprio per evitare di dare una collocazione geografica ben precisa.

D – La nostra casa è strutturato in paragrafi, senza capitoli né titoli. A cosa si deve questa scelta?
In realtà, la letteratura di ampio respiro dalla struttura narrativa molto estesa, in qualche modo, mi spaventa. Preferisco un approccio narrativo molto più in presa diretta, d’impatto immediato. L’idea di fondo è di evitare una narrazione esplicita dei passaggi da una sequenza narrativa a un’altra. È un approccio mutuato probabilmente dalla passione per i fumetti e le serie televisive. Rispecchia molto la modalità di fruizione dei giovani abituati a un montaggio più frammentario, spezzato in sequenze, in flash con una loro pregnanza, un impatto visivo, non appesantito da lunghi passaggi esplicativi.

D – Se non sbaglio, lei ha lavorato anche in teatro, è vero?
R – Sì, in passato ho lavorato nel cabaret. Continuo a esibirmi sui palcoscenici teatrali non come attore in senso stretto, quanto attraverso dei reading drammatizzati dei miei testi, con un approccio teatrale.

D – Questo spiega la co-presenza di dramma e comicità nel romanzo, continuamente alternate tra le righe? Crede d’avere insiti nelle sue corde tanto il tragico che il comico?
R – Probabilmente è un mio tratto caratteriale quello di affrontare delle forme depressive attraverso il moto di spirito, la battuta, la sdrammatizzazione. Alla fine, questo risultato è emerso nel corso della scrittura, man mano che tratteggiavo il personaggio narrante, centrale, Höppner l’allevapolli.

D – A cosa pensa sia dovuto il grande successo di questo libro, considerato anche che il primo è passato inosservato.
R – Rispetto al primo romanzo, La nostra casa ha piani narrativi più variegati e si presta ad altrettanti piani di lettura. Si rivolge così a un pubblico molto più variegato, a varie tipologie di lettori nei confronti del plot che si dipana nel romanzo. Questa potrebbe essere una chiave di lettura di questo successo. Altro elemento importante è la scelta della casa editrice, grande ma non grandissima quindi con i presupposti giusti per seguire il libro da vicino. Si chiama Aufbau–Mumenbar. Ha stampato 2000 copie, le ha inviate ad altrettante librerie facendo un lavoro promozionale d’eccezione. Da qui, tutta una scia promozionale che ha interessato i critici letterari più importanti che hanno a loro volta suscitato l’interesse in una delle maggiori trasmissioni di tipo letterario che ha parlato del libro. Tutto è partito dal lavoro di promozione capillare della casa editrice. È stata quella giusta!

D – Ci porti un po’ nel panorama letterario tedesco. Se e quanto la sua scrittura è anomala o rappresentativa della letteratura contemporanea tedesca?
R – Non saprei dire fino a che punto possa dirmi rappresentativo della letteratura contemporanea tedesca. Mi sento molto affine ad alcuni scrittori della mia generazione con cui ho condiviso l’esperienza dei Palchi letterari, come Jochen Schmidt e Kirsten Fuchs.

D – Chi sono i suoi maestri letterari? Tedeschi o di altra nazionalità?
Dei veri e propri maestri sono sicuramente Franz Kafka e Heinrich von Kleist. Potrei poi fare i nomi di alcuni autori che mi hanno influenzato in negativo, ovvero mi hanno insegnato cosa non fare!

D – C’è qualche autore contemporaneo italiano che lei segue con interesse?
Ho trovato fantastico il libro Nel mare ci sono i coccodrilli e apprezzo il suo autore Fabio Geda.

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Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con Deadline. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (La nostra casa, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito Die Modernisierung meiner Mutter.

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