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MARCA GIOIOSA di Roberto Plevano: incontro con l’autore

maggio 23, 2018

MARCA GIOIOSA di Roberto Plevano (Neri Pozza) – abbiamo incontrato l’autore per discutere del romanzo

Roberto Plevano, vicentino, classe 1960, si è avvicinato alla cultura medievale all’Università di Pavia e si è perfezionato al Pontifical Institute for Mediaeval Studies di Toronto (Canada). Insegna Storia e Filosofia nella scuola pubblica e collabora all’edizione critica delle opere di Giovanni Duns Scoto. È redattore del blog letterario La poesia e lo spirito.
Nel 2009 ha pubblicato il lungo racconto 100 miglia (0111 edizioni).
Con il romanzo Marca gioiosa (Neri Pozza editore, 2017) ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza.

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«Il romanzo “Marca gioiosa” nasce dall’interesse per la dimensione storica della letteratura di intrattenimento», ha raccontato Roberto Plevano a Letteratitudine. «Come si può raccontare una vicenda di tempi passati in un quadro descrittivo plausibile, che abbia rispetto delle nostre conoscenze e soprattutto delle attese della lettrice/lettore? Ho cercato di dare corpo all’idea di illustrare la complessità di un periodo, il XIII secolo, nel contesto, non solo geografico, della Marca veronese (nell’ambito letterario del tempo, chiamata ‘gioiosa’ per la vivace vita di corte), in un modo che possa dire qualcosa che riguarda anche l’oggi.

Le cronache di quel tempo ci consegnano uno spaventoso scenario di conflitti. Consideriamo che in quel periodo:

  • le crisi politiche in Italia presero la forma di rivalità tra fazioni contrapposte, papato e impero, guelfi e ghibellini; arti minori e maggiori, ecc.
  • i centri urbani si svilupparono nel particolarismo e diedero un assetto di lunga durata ai rapporti con il contado;
  • si assestò una classe dirigente aristocratica che si perpetuò fino all’unità d’Italia e oltre;
  • venne meno il grande progetto politico di un’unità sovrana imperiale sulla penisola;
  • nacque la nostra lingua letteraria, con stili e codici lontani dalla parlata comune, in parte ispirati alle esperienze letterarie d’oltralpe;
  • la chiesa di Roma, con i suoi ordini mendicanti, represse e annientò l’eterodossia religiosa.

Tutte queste cose sono elementi delle nostre identità, lontani nel tempo ma originari, che ne siamo consapevoli o meno.
Il romanzo racconta le vicende di un giovane sopravvissuto al massacro di tutti i suoi e alla devastazione della sua terra natale, la Provenza. Cresce e si forma come intellettuale nella Marca veronese (nel XIII secolo corrispondente grossomodo all’attuale Veneto di terraferma). Legandosi a una famiglia di potere, diventa parte della vita di corte ed è testimone di eventi drammatici.
Gli spostamenti entro la geografia suggeriscono altrettanti spostamenti nella storia.
Ho cercato equilibrio tra le esigenze della trama e il realismo della ricostruzione storica, evitando stravaganze e fedeltà maniacale al dettaglio. Il romanzo nasce dalle cose stesse che ho avuto intorno: una terra di pianura, paesi e città, e le acque, i colli, i monti, e gli esseri umani che vi hanno vissuto. È una storia di invenzione, ma avrebbe potuto accadere realmente quasi come è raccontata, con le vicende dei personaggi, i conflitti, le emozioni, il ridere e il piangere, le amicizie, lo sgomento della morte delle persone care, lo stupore e l’emozione del vero innamoramento, l’ossessione per il denaro e il potere.
In generale, non credo che si debba separare la narrazione dello scrittore da una qualche base documentale. Ma non ho concepito il mio romanzo come un esercizio didascalico, o come il trasferimento di una sensibilità letteraria contemporanea in un’ambientazione che non è ad essa propria.
Piuttosto, attraverso personaggi che vivono nella mentalità di un tempo passato, ho voluto riflettere sull’enigma di ogni evento, sul passare delle cose a cui ci attacchiamo, sulla soffertà, straziante difficoltà di venire a capo del nostro presente».

Ringraziamo Roberto Plevano e proponiamo, qui di seguito, un estratto del romanzo per farlo “assaggiare” ai lettori.

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Roberto Plevano, Marca gioiosa (Neri Pozza, 2017), cap. 20

Lo zelo di fede di frater Giovanni si mostrò alla città tre giorni dopo la mia visita al giudice. Arrivarono carri e carri nella piazza del mercato e nel campo vicino: scaricavano, ripartivano, tornavano ancora a scaricare. Quando il traffico cessò il suolo era ingombro di grandi mucchi di ciocchi di legna da ardere, come quella che si mette da parte per il freddo. E pensare che si era ancora in estate.
Arrivarono squadre di uomini che portavano lunghi e grossi pali. Con un gran lavoro di picconi e badili i pali furono conficcati nel terreno a intervalli regolari, cosí che la piazza e il campo divennero una specie di boschetto di nudi tronchi dritti. Il legname fu raccolto attorno ai pali. Tutto fu apprestato intorno all’imbrunire.
Frater Giovanni arrivò infine nella piazza, alla testa di una processione. Canti, inni, lodi e cantilene, vesti bianche, vesti nere, il saio grigio dei Minori, ceri e luminarie, e molte torce brandite come armi. Molte. Qualcuno notò che nessun ufficiale del Comune si era fatto vedere. Giovanni occupò un capo della piazza insieme ai suoi e prese a concionare ai pali e ai molti curiosi che si erano radunati.
«La salvazione! La salvazione! Convertentur ad Dominum universi fines terre! Si convertiranno al Signore! Lo adoreranno! In tutti i confini della terra! Sia udita la mia voce, levate le mani, levate i cuori!»
Già qualcuno nella piazza iniziava a rispondere Alleluia! Alleluia! Alleluia! quando un fracasso di carri pesanti coprí preghiere e canti e altro carico fu portato nella piazza e nel campo. Questa volta non era legna secca, ma un’altra sostanza destinata al fuoco.
Fecero scendere i poveretti, che erano legati, incatenati tra loro e incappucciati. Se ne contarono circa sessanta: giovani, vecchi, donne, uomini. Alcuni resistevano: furono presi a bastonate e scaraventati giú al suolo, trascinando con sé gli incatenati a loro piú prossimi. Furono condotti ai pali come un gregge, e qui, uno a uno, vennero assicurati e infine liberati dal cappuccio. Molti furono riconosciuti, venivano da famiglie importanti; i loro nomi corsero di bocca in bocca tra i convenuti nella piazza. I prigionieri non gemevano, non emettevano voce: avevano tutti la bocca coperta da un grande bavaglio, ad alcuni era stato conficcato tra i denti una specie di morso di legno che li soffocava. Dai pali a cui venivano legati guardavano intorno con occhi terrificati. Se ti fissavano per un istante, era impossibile toglierseli di dosso e dimenticare.
«Laudato et benedetto et glorificato sia il Padre…»
Questa volta non si rispose con Alleluia! Alleluia! Soltanto Giovanni e i confratelli continuavano a gridare. Tutti nella piazza osservavano la scena che si svolgeva al centro stesso della città, e parevano essere diventati sordi alla voce che strepitava e chiamava tutti a sostenere i canti.
«Anathematizo!»
Alcune toghe venute con la processione alzarono le torce. Tutt’a un tratto le fiamme si levarono alte nella notte calda di fine estate in Verona, la piazza e il campo divennero un lago di fuoco. Alcuni si staccarono dal seguito di frater Giovanni e corsero come assatanati roteando le torce in mezzo ai pali, ad accendere i legni raccolti attorno ai disgraziati che dai pali non potevano allontanarsi.
Si udí un disperato tintinnare di catene.
Le cose erano state ben bene preparate. I ciocchi erano impregnati di pece o di qualcosa che prese subito fuoco. Le figure avvinte ai pali furono avvolte tra le fiamme e il fumo e nessuno poté vedere oltre.
Si udí invece il crepitio della legna che si accendeva, il fragore delle fiamme e un suono che era come di muggiti soffocati, decine e decine di muggiti, che si alzarono insieme e, uno a uno, si spensero, ma parvero rimanere sospesi per molto tempo, con il fumo e le faville, sopra i tetti di Verona.
Al capo della piazza i frati cantavano. Cantavano! Giovanni riceveva l’ispirazione del suo sermone dei combusti.
«Guardate, non togliete gli occhi! Essi non hanno affatto l’aria di affliggersi, ma piuttosto di rallegrarsi! Il reo attende l’atto di giustizia con il sollievo di ricevere la giusta pena… Ecco l’unica pace degli empi, la quiete che chiude le vite sbagliate… Divina giustizia è estirpare l’eretica pravità! Estirpare l’erba cattiva dal campo, e per questo occorre tagliare e bruciare ed estinguere – con le fiamme! I loro corpi sono maleodoranti: ecco il segno della loro estrema corruzione. Fratelli, il segno sicuro dell’ortodossia è l’odore della santità…»

(Riproduzione riservata)

© Neri Pozza

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