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DI AMORI DIVERSI di Fabrizio Palmieri (intervista)

maggio 28, 2018

DI AMORI DIVERSI di Fabrizio Palmieri (Ad Est dell’Equatore)

articolo e intervista a cura di Eliana Camaioni

 * * *

Un pomeriggio qualunque, primavera di due anni fa.
“Eli, ti sto mandando una cosa nuova che sto scrivendo. Dalle un’occhiata, dimmi che ne pensi”.
È una cosa che facevamo già da allora, io e Fabrizio Palmieri, questa di leggerci a vicenda le cose mentre le scriviamo.
Qualche minuto dopo, gmail mi recapita “Di amori diversi”, la sua nuova creatura, ferma ancora ai primi capitoli. Mi metto comoda sul divano, già pregustando le tinte gotiche della penna del mio amico, abile come pochi a partorire storie di angeli e demoni. Ma Fabrizio riesce a sorprendermi; leggo con curiosità crescente le pagine nuove, mi fermo su un passaggio che mi emoziona:
“Erano saltati in moto armati di giubbotti e piumone, decisi a raggiungere il mare in compagnia dei loro sogni: figli, una casa, serate davanti alla tv. Cose semplici. Distesi sulla sabbia fredda, avevano atteso un altro spettacolo di colori, serrati in una coltre di piume d’oca.
Protetti dal calore dei corpi, riparati in una bolla: il mondo, che restasse pure fuori, al freddo”
Sollevo gli occhi dal foglio, compongo velocemente il suo numero.
“Fabri, ma veramente l’hai scritto tu?”
“Sì, perché?”
“Fammi capire. Hai nel cassetto un paio di romanzi gotici e un cyberpunk, e vuoi esordire con una storia nuova che parla d’amore, che trasuda anima e sentimenti?
Sorride.
“Voglio parlare d’amore, Eli, ma non nel senso canonico del termine. Voglio sfatare il luogo comune che l’amore possa essere di un solo tipo, ma non voglio spoilerarti troppo. Ti dico solo che i protagonisti saranno: un prete avantgarde, una trans e un ex cacciatore di teste esperto in food’n beverage. Una bella sfida, non trovi?”
Anche se siamo a telefono so perfettamente quale sia la luce negli occhi che gli viene in questi momenti; mi sembra di sentire il rombo del suo motore, che puntualmente mette in moto il mio e mi accende l’entusiasmo. “Assolutamente! Mandami il resto, Fabri. La tua idea mi piace da morire e forse ho pure in mente a chi potresti proporla”.
E da quel momento è stato un continuo invia e ricevi, note a margine e riscritture, un va e vieni di capitoli e parole; poi una mail scritta assieme per l’editore, un incrociare in due le dita aspettando una risposta che per fortuna è arrivata in fretta, e oggi quel manoscritto è sugli scaffali delle librerie, per i tipi di Ad Est dell’Equatore.
-Te lo ricordi, Fabri?
Come dimenticarlo… fui fulminato sulla via di Damasco. La figura di padre McKenzie (il riferimento a ‘Father McKenzie’ dei Beatles è assolutamente voluto) mi è saltata davanti agli occhi mentre guardavo ‘Constantine’, il film interpretato da Keanu Reaves. Mi precipitai dritto dritto al computer, mentre Constantine se la stava vedendo brutta in un confronto impari con Gabriel, magistralmente interpretata da Tilda Swinton. Le lettere esplodevano dalla tastiera come un fiume in piena; gli eventi si accavallavano combinandosi in quadro dai colori sgargianti, sensazione piuttosto insolita per uno che trova conforto più nella Danza Macabra di Wolgemut che nella Primavera del Botticelli. Emiliano, Sharon-Principessa, Asia, Magretti, il Vampiro e gli altri personaggi bussarono alla porta e Di Amori Diversi prese consistenza.

Se mi chiedessero cos’è che ci ha fatto diventare amici, a me e a Fabrizio Palmieri, risponderei così: è il rombo di quel nostro comune motore. Siamo la declinazione maschile e femminile di quegli stessi cavalli. Chiamalo entusiasmo, chiamalo energia, chiamalo credere nei propri sogni, chiamalo buttare il cuore oltre l’ostacolo: è questo il cemento profondo della nostra amicizia, che in brevissimo tempo ci ha fatto diventare anche soci e compagni di viaggio.

-Lo so che ti senti male con tutta questa zuccherosità, ma fammi continuare…

Fai pure … se proprio devi …

Sembriamo di quelle persone che hanno la sensazione di conoscersi già da prima di essersi incontrate: e in effetti un po’ così è stato. Fabrizio Palmieri è l’unica persona al mondo con la quale entrai in risonanza prima ancora di sapere se fosse uomo o donna, se fosse bello o brutto, giovane o anziano. Il mio primo contatto con lui furono settemila battute su foglio A4, in forma anonima e carattere 12, settemila caratteri che trasmettevano rabbia, energia, passione. Che parlarono al mio stomaco come mai in vita mia mi era capitato.
Me lo ricordo come se fosse ieri.
Giugno del duemilaquattordici, ero membro della giuria di un concorso letterario. Stavo seduta a gambe incrociate sul letto della cabina di una nave da crociera MSC, in rotta fra Marsiglia e Genova. Avevo una decina di racconti da leggere, altrettante schede di valutazione da compilare, e inviare tutto al presidente di giuria entro una settimana. Mi ero portata il lavoro in vacanza e quasi mi ero pentita di averlo fatto: non avevo una scrivania, i fogli mi si sparpagliavano sul letto, la connessione wifi era pessima, e a tutto avevo voglia di dedicarmi tranne che al lavoro. Ma mi ero ridotta all’ultimo, al solito mio, e la scadenza non ammetteva deroghe.
Così avevo approfittato di un tragitto fra due porti, in un pomeriggio di cielo e mare, avevo spedito mio marito e i miei figli in piscina e mi ero rimboccata le maniche. ‘Ben mi sta’, pensavo, armata di matita, scorrendo le pagine che mi sembravano infinite. Leggevo e annotavo ed emendavo, e non vedevo l’ora di finire e buttarmi in piscina anch’io.
Poi, era arrivato lui. Con questo incipit:
“Per una eternità ho svolto dannatamente bene il mio lavoro: vi assicuro che non è un modo di dire. Poi le cose furono destinate ad una svolta, tragica per me e per chi mi stava intorno. Sono sempre stato quello che, oggigiorno, si è soliti chiamare un top manager. Coloro che lavoravano sotto me nutrivano un rispetto tracimante nella venerazione e guardavano al sottoscritto come il più lampante esempio di perfezione dell’intero creato e caspita se lo ero!
Poi il tracollo.
Sbagli a parlare con un tuo pari, questo va a riportare il fattaccio al superiore e da lì a poco segue una rovinosa caduta. Una storica caduta, la madre di ogni caduta!
Tuttavia non mi sono mai rassegnato a questo destino, né tantomeno intendo farlo ora che i tempi sembrano maturi per una mia riassunzione tra le fila che mi competono”

Ho fatto un salto sul letto, raddrizzato i cuscini dietro la schiena; chiunque abbia scritto questo “Luce nel Fango” ha grinta e coraggio, mi sono detta; e poi il tema del concorso è mitologico, e voglio vedere dove va a parare, con un inizio così. Continuo a leggere, e lentamente la trama comincia a svelarsi, centellina informazioni sul protagonista, e alla fine della lettura grido al genio: l’autore/autrice sconosciuto/a ha reinterpretato il più classico dei miti in versione 2.0, con una forza e un’energia inesauribile dalla prima all’ultima battuta.

“Io devo assolutamente sapere chi è che scrive così!” urlai quando fu il mio turno, alla riunione plenaria della giuria, una settimana dopo. Per me Luce nel Fango aveva già vinto, ma soprattutto avevo un’urgenza incredibile di incontrare il suo autore. Così qualche giorno dopo ho avuto il piacere di scoprire che si trattava di un ragazzone di un metro e settantadue, classe Settantuno, laureato alla Luiss, che nella vita faceva l’avvocato e il responsabile del personale e della sicurezza di un’azienda navale, e nel tempo libero thai boxe e scherma medievale. Che aveva un passato da sceneggiatore di fumetti per la Panini-Star Comics, e che organizzava eventi culturali con la sua associazione Demetra.

-Dimentico qualcosa?
I mattoncini di bergsoniana memoria li hai citati quasi tutti. Sono quelli che mi hanno portato a scrivere ‘Luce nel Fango’. Avevo da poco finito di scrivere un fantasy piuttosto corposo e avevo intrapreso la stesura di un noir metà ambientato nel ‘700 e metà ai giorni nostri: due storie che si incontrano e si allontanano scivolando sulle pieghe del tempo. Inutile dire che la realizzazione di ‘Luce nel Fango’ fu più influenzata da quest’ultimo che dal fantasy.

Abbiamo fatto amicizia in fretta: le nostre telefonate sono diventate più frequenti e sempre più chilometriche, i nostri interessi culturali – lo scoprivamo via via – sempre più numerosi e affini; ma la cosa più incredibile era il senso di fiducia che reciprocamente provavamo, e a pensarci adesso mi viene da chiedere cosa fosse all’epoca a darci la certezza (che oggi è una realtà, ma a suo tempo non potevamo saperlo) che avremmo potuto senza remora fidarci l’uno dell’altra.

-Qui la domanda preferisco non fartela, Fabri…
E io a cosa rispondo? Vado a ruota libera? Una cosa voglio dirla: è raro trovare nell’ambito dell’arte, di qualsiasi espressione artistica, la volontà di cooperare. Mi sono dovuto confrontare spesso con tentativi di competizione, prepotenza.
A volte anche tirannia celata dietro un sorriso.
Insieme a Eliana stiamo provando a creare una ‘casa comune’ in cui gli Autori – o aspiranti tali – possano sostenersi e darsi una mano. Per quanto un autore possa sembrare duro o per quanto possa essere affermato, lo scrivere, il pitturare, lo scolpire ti obbliga a scavare dentro … e spesso ciò che trovi non ti soddisfa o, peggio, non ti piace. A quel punto smetti di scavare – o hai paura di farlo – ed è lì che il supporto diventa un aiuto dal cielo.

“Prima o poi dobbiamo diventare soci, io e te” gli dissi qualche mese dopo. “Purché sia qualcosa a responsabilità limitata: una SrL, ecco, potrebbe andar bene”
“Ma quale responsabilità limitata” mi aveva risposto lui “Al massimo io e te possiamo essere soci a Irresponsabilità Illimitata: una SII, solo questa possiamo essere!”

Non sapevamo che l’Universo era in ascolto, e che da lì a poco sarei diventata il Vicepresidente della sua Associazione Culturale Demetra, che lui dirige dal 2010, e con la quale ha organizzato eventi importanti fra cui il Comincs e due edizioni del Bookb@ng.
Alla stessa epoca risale la stesura di “Di amori diversi”, e allo scorso febbraio i progetti culturali che abbiamo partorito assieme, Unconventionally Readings e Unconventionally Writers, e infine l’idea di cimentarci in una riscrittura teatrale di una famosa opera del ‘700.

-Devo dire pure che litighiamo sempre, anche quando presentiamo gli autori sul palco?
Si tratta di ‘litigi a tempo limitato’. È normale avere opinioni diverse, a volte divergenti. Ciò che caratterizza una bella collaborazione è il fare a botte e poi ritrovarsi allo stesso tavolo a bere una birra.
Ma tu sei astemia e finisce che ne bevo sempre due …

“A Eliana e Fabrizio, che condividono i sogni”: così un’autrice ci dedicò il suo libro, la scorsa estate. Aveva visto giusto, e lo aveva fatto capire anche a noi, che la parola ‘nostro’ è ciò che ci caratterizza e che ci rende squadra.

“Di amori diversi” taglia il nastro di una nuova fase della vita di Fabrizio, è il primo gradino sulla scala che porta al suo vero sogno, diventare scrittore. Mi ero riproposta di fare un’analisi critica, di leggerlo come un qualsiasi altro romanzo da recensire, ma devo arrendermi all’evidenza di non esserci riuscita.

-Sai che ti dico? Ce lo racconti tu il tuo DAD?
Non posso dimenticare la dedica di Simona Lo Iacono, eccezionale donna, prima ancora che Autrice di altissima caratura. La sua alta sensibilità le ha permesso di definire il rapporto tra due persone con poche, semplici parole. Il sogno puoi condividerlo con chiunque, non importa né l’età, né il sesso, né l’estrazione sociale o il conto in banca. Ciò che importa è volerlo ‘condividere’ e non realizzarlo a proprio uso e consumo, magari passando come una ruspa sui desideri di chi ti sta vicino.
Condividere è una delle anime della vita. Condividere ti dà la sensazione di ricongiungerti con l’universo e ti senti nuovamente… a casa.
In ‘Di Amori Diversi’ questo concetto è espresso nell’evoluzione dei personaggi sia principali che secondari. Dove c’è cooperazione le cose tendono a filare; dove c’è autocritica, un’autocritica oggettiva, c’è crescita. Ovviamente la vita scorre per tutti e anche quando hai mosso i passi che sembrano socialmente più corretti, quando segui i protocolli imposti da una diffusa – spesso questionabile ma mai abbastanza ‘questionata’ – profilassi, puoi fallire… puoi ‘perdere’ (e nella vita non si perde mai!). DAD, come suggerisce l’acronimo dal sapore anglofono, è un romanzo-padre: nella vita non si vince né si perde. Ci si gode il viaggio provando a fare del proprio meglio per esprimere sé stessi.
L’ultimo fiato che esali può vestirsi di sorriso o indossare la consistenza del rimpianto: sta a noi decidere, minuto dopo minuto.   

Non potevo vestirli i panni del critico con una creatura che ho visto nascere e crescere, figlia di un amico con cui condivido la mia vita lavorativa. Ci stavo troppo dentro, c’era troppa vita dentro.
Ho scelto così di provare a raccontarla, quella vita.
A due voci, con Fabrizio.
In un’intervista Unconventionally, al solito nostro.

* * *

La scheda del libro

“Non puoi dire al vento quale strada seguire per raggiungere il mare”. Cos’hanno in comune un prete poco convenzionale, un recruiter innamorato dell’amore e una transgender invaghita di se stessa? Assolutamente nulla. Ma quando il destino si mette di mezzo abbattendosi sui tre, come una bomba d’acqua, unire le forze diventa imperativo. Don Gualtiero McKenzie, prete siculo-irlandese conosciuto come Irish Devil, è stato da poco trasferito dal Duomo di Taormina a una chiesetta sulla scogliera per via delle sue prediche a dir poco ardite. Monsignor Magretti, vescovo di famiglia nobile, ma caratura trasteverina, non vedeva l’ora di farla pagare al suo ex compagno di seminario mettendogli alle calcagna sorella Asia, una pia e devota suora. Emiliano Montagnelli, recruiter, recentemente scaricato dalla sua ragazza e dalla fortuna, cerca invano un lavoro a Taormina che coniughi le sue capacità con le sue passioni. Sharon ha da qualche anno affermato la sua femminilità e oggi poco importa se la gente la vede come un ‘uomo con le tette’. È una transgender, felice di definirsi tale, una sopravvissuta alla battaglia dei luoghi comuni e del puritanesimo. In una Taormina immersa nei colori primaverili, si intrecciano tre storie, tre modi di amare, tre venti che puntano verso il mare della consapevolezza. O dell’oblio.

 

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