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SILVIA FERRERI racconta LA MADRE DI EVA

maggio 29, 2018

SILVIA FERRERI racconta il suo romanzo LA MADRE DI EVA (NEO Edizioni)

[tra i dodici libri del Premio Strega 2018]

di Silvia Ferreri

Ricordo che me ne stavo seduta in un ristorante, a una certa distanza dalla tavola visto il mio ingombrante pancione di sette mesi.
Ero felice e in attesa del mio primo figlio. Io e mio marito vivevamo a Parigi dove lui fotografava e io stavo per lo più appunto in attesa.
Eravamo così, rilassati, a cena con vecchi amici italiani in visita, quando qualcuno mi parlò per la prima volta di quella cosa. Della bambina che voleva cambiare sesso. Te la ricordi, l’hai vista piccola, abitavano vicino a noi, ora vuole diventare uomo.
Non so perché ma questa notizia mi scatenò un’altamarea di sentimenti. La ragione non la compresi subito. Forse perché conoscevo la sua famiglia? Non so. Fatto sta che quella cosa mi aprì e si fece un cantuccio dentro di me. E lì rimase sopita per alcuni mesi.
Ogni tanto ci pensavo e di nuovo sentivo quell’alzarsi di emozioni. Capii solo tempo dopo la ragione per cui mi aveva scossa e la ragione era che io stessa stavo in quel momento nel più grande processo di creazione che un essere umano conosca. Credo che sia stato per questo che quell’ immagine della bambina che si fa sventrare per cambiare sesso mi si appiccicò addosso e non mi abbandonò più. Costruzione e distruzione di un essere umano. Lui, colui che più amerai al mondo.
La decisione era presa. Avrei scritto di lei.
Ma non subito, evidentemente.
Perché nel frattempo nacque mio figlio, passò qualche anno, tornammo a Roma, cominciai un lavoro full time come autrice televisiva.
Ma Eva era sempre lì, appiccicata a me, dentro i miei pensieri della mia nuova vita di madre.
Decisi che dovevo cominciare.
Avviai la ricerca, e fu una ricerca faticosa.
Parliamo di quattro anni fa. Oggi forse, che si parla con più facilità di disforia di genere, non avrei trovato tante resistenze. Allora era quasi come cercare testi proibiti, o ficcare il naso in faccende private o ancora peggio andare a caccia di storie un po’ oscene con un qualche fine voyeristico. Dovevo fare molta attenzione. Altrimenti quelli che avrebbero potuto aiutarmi, che potevano essere fonti preziose, sarebbero fuggiti e non avrebbero più parlato. E io avevo bisogno di loro, avevo bisogno di entrare in quel mondo e in quelle realtà e di pescarne a piene mani.
Prima di essere una giornalista sono un’antropologa. Il mio lavoro, qualunque esso sia parte sempre dalla ricerca sul campo. Dalla realtà avvio il processo di finzione.
Il primo luogo dove andai fu l’ospedale San Camillo di Roma. Girai per un po’ intorno al reparto di riattribuzione chirurgica del sesso, chiacchierando un po’ qua e un po’ là. Poi presi coraggio e andai a parlare con il primario. Temevo fosse ostile a interviste e curiosità ma mi sbagliavo. Mi raccontò tutto quello che si poteva dire a parole. Poi mi fece mettere una mascherina, un camice e dei copriscarpe. Mi chiese se mi desse fastidio il sangue e senza aspettare che rispondessi di sì mi spinse dentro una sala operatoria: stavo per assistere a un’operazione. Altre ne vidi poi. Ma quello fu il mio battesimo del bisturi. Così forte fu l’impatto che non potei poi non riversare tutto quel sangue nel testo.
Dopo di lui e grazie a lui a quel punto si aprirono gli altri canali. La psicologa che lavora con i bambini e i ragazzi, l’avvocato che accompagna i richiedenti nelle istanze in tribunale, i centri di ascolto, i ragazzi in transito.
Cominciavo ad avere molto materiale. Avevo note, appunti, interviste. Dovevo rimettere tutto in ordine e cominciare a dargli un senso.
Ma un conto era uscire per fare un’intervista o un colloquio, un conto era trovare il tempo per sedermi e dargli un senso, una direzione. Gli appunti aumentavano, ma non trovavo il filo per cucirli insieme. Il materiale si accumulava, sto lavorando a un romanzo dicevo ma non scrivevo mai Capitolo 1.
Io non sono una scrittrice veloce, ho bisogno di tempo, molto tempo, ma soprattutto ho bisogno di silenzio. Due cose che con un lavoro full time in televisione e un bambino di pochi anni facevo veramente fatica a trovare. Di giorno lavoravo, alle cinque rientravo per stare con mio figlio, la sera ero di solito troppo stanca.
Il tempo passava, Eva sedimentava, ma non sbocciava mai.
Avevo bisogno di tempo, ma soprattutto avevo bisogno di vuoto. Avevo bisogno di silenzio per tirare fuori tutti i miei fogli, collegare i punti e poi guardare il disegno da lontano. Un silenzio abbastanza lungo nel tempo perché quel processo creativo non s’ interrompesse.
Poi successe una cosa che non avevo previsto. Non che fu un bene ma in qualche modo portò a una svolta. Un giorno andai al pronto soccorso per una tosse molto forte e una febbre che avevo da troppo trascurato. Verdetto veloce, bastò una lastra, polmonite acuta conclamata. Era una domenica pomeriggio, ancora lo ricordo, di novembre. Furono decisi e sbrigativi, stasera si ferma qui la ricoveriamo. Credo che se mi avessero detto che stavano per spararmi sulla luna avrei avuto la stessa reazione. No no e poi no. Ho un bambino piccolo a casa, è solo una polmonite, non scherziamo dicevo io, non sto scherzando, non scherzo mai con i pazienti rispose la dottoressa. Fu una lunga trattativa. Alla fine capì (lei) che non l’avrebbe spuntata. Allora solamente si accertò che io avessi qualcuno in casa che si prendesse cura di me e che avessi ben capito che per tre settimane non avrei dovuto lasciare il mio letto se non per strettissime necessità fisiche.
Tre settimane. Riposo cibo e antibiotici.
La spuntai.
Tornai a casa, mi misi a letto, per due giorni soffrii ancora, ma poi magicamente gli antibiotici fecero sparire la tosse e la febbre.
Stavo bene. Ma avevo fatto una promessa. E avevo tutte le intenzioni di mantenerla.
Tre settimane senza lavoro, bambino all’asilo e improvvisamente in casa da sola: vuoto e solitudine. E soprattutto nulla che potesse o dovesse avere la precedenza perché non potevo disobbedire agli ordini e lasciare il mio letto.
Tirai fuori tutti i miei appunti, gli spunti, le note. Presi un pacco di post it colorati. Un foglio bianco davanti a me e cominciai a immaginare Eva.
Furono giorni di lavoro intenso e benedetto. Null’altro da fare se non pensare al libro.
Lì feci la struttura, i piani temporali differenti. Lì decisi l’ospedale e la voce narrante in prima persona. Lì creai l’involucro dentro cui avrei affastellato i livelli della vita dei miei personaggi.
Quando dopo tre settimane tornai al mio lavoro in televisione il grosso della struttura era fatto.
Eva era nata. Ora dovevo farla crescere.
Ci sono voluti altri due anni poi. Non che sia stato semplice. Ma la struttura dentro cui mi muovevo era forte, e non è mai stata messa in discussione. Dunque quando Eva o sua madre avevano qualcosa da dire, o un nuovo risvolto da raccontare s’inserivano facilmente e agevolmente.
Tutto si legava per magia. La scrittura si faceva talmente fluida e la storia era così naturale da non dover subire forzature quando si doveva aggiungere o togliere, ingrassare o dimagrire.
Solo una cosa mancava, e quella fu l’ultima a venire. Per la difficoltà dell’organizzazione ma anche per timore: il viaggio in Serbia. L’ho detto sono un’antropologa prima di tutto. Dovevo vedere “la città antracite” come superbamente definita da Federica De Paolis in Minima&Moralia. Dovevo vederla di persona prima di metterci Eva e sua madre.
Sono partita sola, come spesso faccio, quando i viaggi non devono avere nessun piacere ma solo la ricerca di spunti e sguardo da mettere su carta.
Ho passato a Belgrado alcuni giorni senza fare nulla, solo stare. Ho camminato per le vie dai nomi cirillici, ho visitato le chiese dai tetti di marzapane, mi sono avvicinata con cautela e timore ai palazzi sventrati dalle bombe. E sì, più ci stavo più mi sembrava la città giusta. Più la guardavo, la respiravo la ascoltavo più mi sembrava che non poteva essere altrimenti.
Ora sì l’incastro era perfetto. Il cerchio chiuso.

* * *

La scheda del libro

Una madre parla alla figlia tra le mura di una clinica serba. Al di là di una porta stanno preparando la sala operatoria. Eva ha appena compiuto diciotto anni e da quando è nata aspetta questo momento. Vuole cambiare sesso sottoponendosi all’intervento che la renderà come si è sempre sentita: uomo. Sua madre le parla col corpo, perché è il corpo ad essere sbagliato, ingannevole, traditore, un corpo come il suo che la natura stessa vuole negare. In un dialogo senza risposte, sospeso tra l’immaginato e il reale, la madre racconta la loro vita fino a quel momento, ne ripercorre i sentieri come muovendosi in una terra straniera. La sua voce è concreta, toccante, vivida e parla di una lotta che non ha vincitori né vinti, per cui non esiste resa, in cui la forma più pura dell’amore diventa bifronte e feroce.

* * *

Silvia Ferreri, scrittrice e giornalista. Nasce a Milano, dopo gli studi universitari si trasferisce a Roma dove attualmente vive con un marito fotografo e i loro tre bambini. E’ stata autrice per Rai Tre e Tv2000, ha collaborato con Io donna, con il Corriere della Sera e RaiNews 24.
Nel 2007 ha pubblica “Uno virgola due. Viaggio nel paese delle culle vuote” (Ediesse) prefazione di Miriam Mafai, inchiesta sulla bassa natalità e la discriminazione della lavoratrice madre nel mondo del lavoro, in cofanetto insieme a un suo documentario sullo stesso tema.
Attualmente lavora per Rai Radio Uno per cui scrive il programma “Mangiafuoco, i bassifondi della notizia”.
“La madre di Eva” è il suo primo romanzo.

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