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PROCIDA RACCONTA 2018

giugno 5, 2018

PROCIDA RACCONTA 2018 – IL FESTIVAL DELL’ISOLA

Sei scrittori italiani sbarcano sull’isola. Hanno a disposizione tre giorni per eleggere a
personaggio uno dei suoi abitanti, conoscerne la storia, registrare aneddoti, carpire il
rapporto intimo che lo lega al territorio. E infine scrivere un racconto su di lui.
Questa è l’idea da cui nasce il festival letterario Procida racconta. Sei autori in cerca di
personaggio, che fin dalla sua prima edizione, nel giugno 2015, ha riunito sulla piccola
isola del golfo di Napoli le voci più significative della nostra narrativa.
Un’esperienza inedita e originale nella quale i personaggi che hanno ispirato i racconti
ne sono infine diventati i primi destinatari, ascoltando la propria storia letta dagli
scrittori stessi nella serata conclusiva del festival, nel suggestivo scenario del
promontorio della chiesa di S. Margherita, affacciato sul golfo di Napoli.
I racconti sono ora riuniti in una raccolta, che arricchisce edizione dopo edizione il
ritratto di Procida e della sua gente. Un incontro tra scrittura e territorio che raccoglie
idealmente l’eredità di Elsa Morante, la quale per prima, con L’isola di Arturo, ha
trasformato in letteratura le vite, le atmosfere, i paesaggi di uno degli angoli più belli
d’Italia.
Sotto la direzione artistica di Chiara Gamberale e organizzato dalla casa editrice
Nutrimenti, che sull’isola ha aperto anche una libreria, Procida racconta in questi tre anni
ha conquistato l’attenzione della stampa, l’affetto degli scrittori italiani e, soprattutto, il
cuore di Procida.

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GLI SCRITTORI INTERVENUTI A PROCIDA RACCONTA

Annalena BENINI, Daria BIGNARDI, Errico BUONANNO, Leonardo COLOMBATI, Domenico DARA, Diego DE SILVA, Paolo DI PAOLO, Paolo DI STEFANO, Chiara GAMBERALE, Massimo GRAMELLINI, Nicola LAGIOIA, Melania G. MAZZUCCO, Michela MONFERRINI, Silvia NUCINI, Francesco PACIFICO, Walter SITI, Simona SPARACO, Elena STANCANELLI.

OSPITI DELL’EDIZIONE 2018
FRANCO ARMINIO – SILVIA AVALLONE – VALENTINA FARINACCIO – GAD LERNER – MATTEO NUCCI – ROSELLA POSTORINO

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Il racconto di Errico Buonanno per Procida racconta

Schegge di memoria

Nell’incanto di Procida, alle ore otto della prima sera, i miei colleghi hanno tutti una
storia. E io no.
Silvia ha un fabbro, Francesco un capitano. Io no.
Hanno già tutti un appuntamento preciso, intorno alle dieci, la mattina seguente. Io
solo un fantasma, di cui si vocifera, chissà. “Esiste un’anziana, centenaria: votò per il re,
settant’anni fa!”.
“Perfetto! Perfetto! Il referendum! Attuale, romantico… Quando la posso
incontrare?”.
Questo è difficile da dire, perché la signora è un po’ impegnata.
“Impegnata? A cent’anni?”.
“Centouno”. Ha gli impegni familiari. Per questo trascorro il giorno dopo vagando
per Procida e sognando. Le storie, le vite che dovremmo cercare, dovrebbero tutte
dimostrare, in sostanza, che lo scrittore sa osservare e capire. Che lo scrittore è un
cacciatore, che pesca così, a piene mani, dal mondo, e che quel mondo, anche un’isola,
è una riserva di narrazioni, di trame, che si offrono a chi le sa ascoltare. Io, come
sempre, sono solo, e la trama fantastica e pulsante di vita con cui sto giocando in testa
mia, be’, in buona sintesi, me la sono inventata. Perché la storia non ci sta, eppure già
immagino la mia strepitosa centenaria fantasma, la fiera monarchica procidana, un po’
austera, e già me ne sono innamorato, lo ammetto. Invento una Procida un po’ a
vanvera, la Procida irreale del ’46. Invento una donna che ha patito la fame, ma che
non tradisce. “Viva il re!”. Perché, con saggezza popolare, ha capito. Lei, sì, ha capito la
menzogna di tutti i cambi di regime, le false promesse del domani, la truffa, gli spettri
di futuro che vengono dati in pasto al popolo, e insomma una bella gattoparda. E
questo racconto, che non scrivo, mi sembra bellissimo, e potente, e questa mia
splendida procidana monarchica mi dice che forse, nonostante me e tutto, le storie, sì,
esistono! Ribollono! Ed è proprio allora che mi squilla il telefono. È Nico.
“Sì, pronto!”.
“Ci sta! Ce l’abbiamo”.
“La procidana monarchica! La gattoparda!”.
“Sì, appuntamento in piazza Posta”.
“Va bene!”.
“Solo una cosa. Ha votato repubblica”.
Un’ora più tardi stiamo salendo le scale di un magro palazzo popolare. Sul ballatoio,
una Madonna in una nicchia tutta adornata di conchiglie mi dice: “Coraggio, figliolo:
abbi fede”.
Gli faccio: “Ma Nico”, arrancando, sbuffando sui gradini impossibili, e immaginando
la vegliarda che li fa invece a quattro a quattro, “ho problemi”.
“E perché?”.
“Perché questo fatto che ha votato repubblica… Spariglia le carte. Avevo già in mente
tutto un altro racconto…”.
Ma Nico mi spiega che non conta. Che ogni storia, qualunque, può essere bella,
avventurosa, intrigante, indipendentemente dalla verità. “A Procida tutti votarono il re.
Capisci? Lo immagini? E lei no”.
Un attimo prima di bussare, ecco: ho già pronta un’altra storia. Rottamo all’istante la
mia gattoparda e partorisco un’altra trama a prescindere. Penso a una donna
poverissima, e però vera, combattiva, orgogliosa. La mia strepitosa repubblicana di
Procida è cresciuta così: con un padre che le diceva che fare, in un regime che le diceva
che fare, e poi tedeschi, americani, e tutti i potenti che le impongono: “Vota
monarchia!”. Eppure in quel giugno, al referendum, nel giorno in cui infine anche le
donne tengono in mano il proprio destino, compie il suo atto di riscatto, e dice: “Io
scelgo! E cambio tutto!”. Vota repubblica, per la libertà. Ed è magnifico.
“Commovente!”, fa Nico. Non fosse, di nuovo, che me la sono inventata. Ma diamine!
Non sono più, poi, tanto sicuro che lo scrittore vada a caccia, e che rubi, e sottragga
veramente alla vita. Mi viene da credere che ciò che facciamo sia proiettare sulla vita
una serie di storie, preconcetti, che abbiamo già fissi nella testa, e che con questo
rimediamo al fatto che la vita una trama non ce l’ha. Che la vita delude, e che sia ciò
che di meno letterario, meno sensato, meno narrativo esista. Non voglio incontrarla, io
non voglio più il mondo. Forse non voglio la persona: voglio soltanto il personaggio. Mi
basta.
“Permesso?”, annunciamo in corridoio. Inciampiamo, è un po’ buio. “Signora?”.
La verità, in fondo, ci attende in cucina.
Con lei c’è la figlia, premurosa: Lucia. Con lei c’è la D’Urso, in tv, muta, col volume
basso. E Titina, bella, seduta su una sedia, raggiante. Più di cent’anni, e ne dimostra di
meno. Ha un sorriso che squaglia e quella pelle, di chi ha bellamente superato i
novanta, che intorno alle gote, se è contenta, chissà perché regredisce a liscia, spiana le
rughe, ritorna d’incanto immacolata. La guardo, ossia guardo la realtà, e mi dico che
quella faccia buona potrebbe adattarsi a qualunque storia. A centouno anni, Titina ha
l’orgoglio della gattoparda ma, al contempo, è ribelle. È, nel suo essere, la
conservazione e, nel suo stare ancora al mondo, la voglia di infrangere le regole. E, in
sostanza, lei, in quella sua realtà diafana, è un foglio bianco su cui scrivere.
“Parliamo, signora. Mi dica del re”.
“Il re…”. Mi sorride. Per un attimo, credo che stia ripensando ai suoi tempi. Dopo un
istante devo intuire che stia sorridendo per cortesia, come davanti a un vero idiota: non
sa di che cosa io stia parlando. “Era bravo”.
“Ha votato? Ha votato al referendum?”.
“Sì, sì”.
“E che ha votato?”.
Purtroppo non se lo ricorda. Guardo Nico nel panico e penso ai colleghi già
impegnati con storie degne di Salgari, coi capitani di ventura e con le donne che li
attendono al porto. E io con Titina, bevendo acqua fresca, mi dico che sì, devo avere
ragione: ho scelto di scrivere per sfuggire alla vita, per contrastare la realtà. Combattere
questa delusione, il fatto che la vita vera non è emozionante, non è mai romanzo! Altro
che caccia e altro che isola! Il Nulla.
Sospiro. Mi appoggio allo schienale. “Mi parli della sua esistenza”.
Ed è in quel frangente che Titina si illumina. “Io stavo a casa di mia sorella…”.
“Ma quando?”.
“A un certo punto una scheggia, grossa tanta, m’è caduta in mezzo ai piedi. Che se
mi prendeva in testa ero morta!”.
Oh, sta parlando della guerra, un momento. Fosse che trovi la mia storia? “Signora, la
guerra. Ha sofferto moltissimo?”.
“Eh, ho scampulato la morte!”.
“I tedeschi, qui… furono feroci?”.
Alza le spalle. “No. Ma no, no”.
“I fascisti, prima?”.
“No, ma perché? Si stava bene”.
Zero trama. “E la guerra…”.
E qui Titina si illumina. Gli occhi le brillano, ecco: è Omero, è una fonte poetica, è
sorgente di storie. “Una scheggia, grossa tanta, che m’è caduta in mezzo ai piedi. Che se
mi prendeva in testa ero morta!”.
“Andiamo avanti”.
E mi parla. Di eventi, a suo modo, minori. Tipo: il marito prigioniero, per otto anni,
tornò di soppiatto. Le mentì: disse che stava lì in licenza. “Prigioniero?”. Sì, forse.
“Prigioniero, ma dove?”. Non sa bene, non conta. Tipo: il marito lo aveva scelto la
madre. Un matrimonio combinato. Intrigante! Provo a buttarla sul romantico. “Titina,
ma come si può imparare ad amare? Passare la vita con qualcuno che in fondo non
abbiamo scelto?”. Lei è un po’ stupita, non dà peso alla cosa. L’aveva visto in foto: era
bello. A posto così. Dannazione.
“Oh, e c’è una storia particolare della sua vita, signora, che mi vorrebbe raccontare?”.
“E sì, sì, eccome!”.
“Mi dica”.
“Una scheggia, grossa tanta, che se mi prendeva in testa…”.
“…era morta. E invece un momento gioioso, felice?”.
“Eh, felice, felice! Perché ho scampulato la morte”.
“…”.
“Grossa tanta. La scheggia”.
Cosa c’è? Che succede? A un tratto, ho quasi un’eco nella mente, ma vaga. Ho quasi
il sospetto che Titina si stia sforzando di dirmi qualcosa. E quel qualcosa… è la scheggia,
va bene. Ma in questo c’è come un senso oscuro. Una teoria della letteratura. Metto da
parte ogni domanda, metto da parte i preconcetti. Capisco che, se non me ne parla, è
perché tutto il resto non c’è.
“Signora, mi parli… della scheggia”.
“Grossa tanta”.
“E che ha fatto?”.
“Ho scampulato la morte!”.
“Oh, e questa scheggia…”.
“Grossa tanta”.
“Le è caduta tra i piedi”.
“Se mi prendeva in testa ero morta!”.
“E che ha fatto?”.
“Ho scampulato la morte!”.
“Perché questa scheggia…”.
“Grossa tanta”.
“Se invece la prendeva in testa…”.
“Ero morta!”.
“Ma le è caduta tra i piedi”.
“Una scheggia”.
“E che ha detto?”.
“Ho scampulato la morte”.
“Menomale”.
Scampulato. Ha scampulato la scheggia. E forse è a quel punto che ha capito.
All’epoca aveva già trent’anni. Poi ne ha vissuti altri settanta. Ma centouno anni, in fin
dei conti, si possono tutti raccontare in un attimo. Quell’attimo fermo nella sua
memoria, quell’attimo eterno attorno a cui ruota tutto quanto. Quell’attimo è
un’Apocalisse, su cui si ripiega la sua vita, su cui si ripiega la memoria, sì, come un
foglio, un foglio bianco, che si accartoccia in un sol punto. “Che se mi prendeva in testa
io ero morta!”. Perché, fosse morta, lei non avrebbe ricordato la scheggia. E poi, certo,
sì, certo, non avrebbe avuto cinque figli, e i nipoti, e i pronipoti che sono, al momento,
così tanti che neanche riesce a ricordare. Quell’attimo che ha prodotto vita. Ma quella
vita – come sempre, la vita – non vale la pena di raccontarla poi troppo. Il punto è un
altro: è la scheggia. Un istante, che dona di un senso, di un perché, i suoi cent’anni
procidani.
Titina, dolcissima, la tua non è mica un’ossessione. Sbaglia chi ride, non capisce. Non
sei un personaggio, tu, Titina. Sei una scrittrice molto più brava di me. Perché tu sei
Omero, e racconti la guerra in un solo episodio. Racconti gli dèi, la mortalità degli eroi,
il fato e la nemesi in un verso, in una scheggia di memoria. Io sono qui, che non ho
avuto una scheggia, e che, se l’avessi, non la saprei neanche vedere. Fuggo la vita,
invento le favole, inseguo sfuggenti gattoparde, che non trovo perché non sono vere. La
tua vecchiaia, al contrario, ha fatto opera di editing e montaggio. Ti ha insegnato che
non è mica vero che la vita non ha trama, ma che la trama va cercata dentro, all’interno
della vita, facendo un enorme referendum tra quello che conta e che non conta, tra
quello che ha senso e non ce l’ha. E infine si trova, poi, una storia. L’unica storia che
dobbiamo narrare, la scheggia per cui veniamo al mondo.
La bacio. Scendo in strada, turbato. Si sta preannunciando un temporale. Guardo la vita
in mezzo ai vicoli, ed è sciatta, è confusa, è insensata. Non sono mai stato un cacciatore,
non sono mai stato uno scrittore di stazza. Ma penso a Titina e mi convinco che gli
scrittori, e le storie, possiamo davvero trovarli dovunque. E che una scheggia di senso e
memoria ci può giungere in mezzo ai piedi in un attimo. È un gioco mortale. Ma, se la
scampuli, doni un perché a tutto il tuo vivere, e al morire.

* * *

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