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GIANLUCA BARBERA racconta MAGELLANO

giugno 30, 2018

GIANLUCA BARBERA racconta il suo romanzo MAGELLANO (Castelvecchi)

Il mio Magellano è un novello Ulisse, ma potrebbe anche assomigliare a un personaggio delle leggende di Re Artù.
Un omaggio a Salgàri, indimenticabile compagno della nostra giovinezza.

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di Gianluca Barbera

Circa un anno e mezzo fa, sul principio della primavera, camminavo nei boschi intorno a casa con un amico. Gli parlai del fatto che volevo scrivere un romanzo che raccontasse e in qualche modo condensasse l’epopea dei viaggiatori e degli esploratori del passato. Pensavo di dare vita a un personaggio immaginario che avrebbe concentrato in sé le avventure dei vari Marco Polo, Colombo, Vespucci. Nei mesi successivi lessi molti libri sull’argomento. Tra questi la biografia di Stefan Zweig su Magellano e la Relazione di Pigafetta. Mi resi subito conto che la mia ricerca era terminata. Avevo trovato il mio “eroe”. Volevo con tutte le mie forze scrivere una storia epica e divertente al tempo stesso, una storia di mare e di terra, piena di sale e di vento. Un inno allo spirito libero che è in ciascuno di noi. E quella di Magellano era una storia drammatica già fatta e compiuta, con una struttura narrativa perfetta. Una tragedia che pareva uscita dalla penna di Shakespeare. Con spettri, tradimenti, morti violente, sensi di colpa, figure titaniche, rivalità insanabili. Mi ci buttai a capofitto. Innanzitutto andavano sistemate alcune cose, oliati alcuni ingranaggi; bisognava trovarle una lingua, un punto di vista non banale, occorreva dare spessore ai personaggi. E vi andava innestata una ironia tutta moderna, se volevo che certe situazioni non risultassero eccessive.
Le grandi esplorazioni tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 sono tra i momenti più appassionanti della storia occidentale. E rivelano l’insuperabile spirito di iniziativa dei navigatori italiani: nello stesso equipaggio di Magellano ce n’erano più di venti. Dopo Colombo l’Italia fu tagliata fuori dalle rotte principali, ma rimase protagonista.
Per documentarmi ho letto (e in molti casi riletto) numerosi libri sull’argomento. I resoconti dei grandi viaggiatori europei, arabi e americani dall’antichità ai giorni nostri. Ma anche la grande letteratura di mare e d’avventura.
Il mio Magellano è un novello Ulisse, ma potrebbe anche assomigliare a un personaggio delle leggende di Re Artù. La vicenda è narrata in prima persona da Juan Sebastián del Cano, che sostituì Magellano alla morte di quest’ultimo. Ho voluto che fosse lui a narrare la vicenda e non Magellano per conferire più forza drammatica alla narrazione. Il romanzo è in fondo anche la storia di un tradimento e del relativo senso di colpa. Il vero protagonista del romanzo, a ben guardare, è Del Cano. E come nella migliore tradizione Del Cano c’est moi.
Magellano è un personaggio positivo a metà. Audace, all’occorrenza generoso, ma dispotico e talmente posseduto da un sogno da mettere da parte ogni ragionevolezza. Una specie di Riccardo III, sfigurato nell’aspetto e nei modi. Per tratteggiarlo mi sono ispirato a un mio ex datore di lavoro tirannico e folle. Un uomo che ho detestato. Eppure nel profondo ne coglievo una certa qual grandezza.
Nel romanzo la figura più vicina alla nostra sensibilità è Pigafetta, l’unico a essere mosso dalla sete di conoscere il mondo. È grazie alla sua meravigliosa relazione se abbiamo potuto sapere così tanto di quella spedizione, specie per quanto attiene agli aspetti naturalistici ed etnografici. La sua relazione lo rese così celebre che le principali corti europee se lo contendevano.
Ma bisogna sfatare un mito. A quei tempi nessuno avrebbe preso il mare solo per spirito di avventura o desiderio di conoscenza. Magellano, ad esempio, è mosso dal desiderio di arricchirsi (per questo stipula un accordo con il re di Spagna che gli assicura il governo di due isole ogni cinque scoperte) e da quello di conseguire la gloria, riscattando il nome della sua piccola casata nobiliare entrata in urto con il sovrano del Portogallo. La meta sono le Isole delle spezie, ossia le Molucche, ricche di chiodi di garofano (all’epoca pregiatissimi), noce moscata e oro. Un traguardo fino allora raggiungibile solo circumnavigando l’Africa, ossia battendo acque controllate dai portoghesi. Magellano riesce a persuadere il re di Spagna ad affidargli una flotta prospettandogli la possibilità di raggiungere le Molucche navigando verso ovest, lungo la via di Colombo, e individuando un passaggio che si incunea nel continente sudamericano, ancora in larga parte inesplorato. Magellano e la sua flotta impiegheranno più di un anno per scoprire il fantomatico stretto, andando incontro a malattie e ammutinamenti. A mano a mano che scendono lungo le coste argentine e si avvicinavano al Polo devono fronteggiare tormente di neve, scarsità di viveri. Molti marinai muoiono di scorbuto e di altre malattie, senza contare le difficoltà incontrate nell’attraversare lo stretto: un passaggio così difficile che perfino le navi moderne faticano a superarlo indenni, e al termine del quale ad attenderli c’una distesa d’acqua pressoché infinita: l’Oceano Pacifico, mai esplorato fino a quel momento da nave europea. L’ammiraglio portoghese e i suoi impiegano tre mesi per attraversarlo, esaurendo le scorte già al secondo. Stando all’accordo stipulato, Magellano ha il compito di caricare due esemplari di ogni specie umana e animale incontrata lungo il tragitto, e le navi finiscono per tramutarsi in una sorta di arca di Noè. Al termine di un viaggio estenuante raggiungono le Filippine, che Magellano battezza isole di San Lazzaro, dal santo del calendario. Ma il destino è lì ad attenderlo.
Magellano è un romanzo storico ma anche e soprattutto un libro d’avventura. I suoi modelli letterari sono L’isola del tesoro di Stevenson, Cuore di tenebra di Conrad, Moby Dick di Melville, ma non solo. Magellano è anche un omaggio a Salgàri, indimenticabile compagno della nostra giovinezza.
Per raccontare questa complessa storia ho scelto, come ha osservato un critico, “una lingua né di ieri né di oggi ma universale, che ogni epoca potrebbe riconoscere come propria”. Una lingua che sembra farsi più primitiva a mano a mano che la spedizione procede verso terre sempre più ignote e selvagge. Per raccontare un viaggio non solo fisico ma anche dell’anima.
Qualcuno ha scritto che Magellano potrebbe diventare un classico, un libro di testo nelle scuole. Un altro critico ha scritto: “Finalmente un romanzo che ha il sale sulle pagine e il vento di Robert Louis Stevenson nella frase”. Credo che definizione più suggestiva e calzante non possa esservi.
Con Magellano ho deciso di tornare alle origini. Il romanzo è una forma d’arte popolare, tutt’al più borghese. Dunque è soprattutto al grande pubblico che ho deciso di rivolgermi.
Quanto alle alterne fortune del romanzo di avventura, sono dell’idea che, nonostante tutti i funerali celebrati, esso goda di ottima salute. Certo, si è dovuto misurare con competitori feroci: il cinema, la tv, il fumetto, i videogiochi, la facilità con cui oggi si può viaggiare. Però un romanzo ha delle specificità che gli altri mezzi non hanno. Per esempio la possibilità di dilatare il tempo, di approfondire la psicologia dei personaggi, di far accadere qualunque cosa senza mai cadere nella banalità: in questo la maestria nell’uso della lingua risulta decisiva. Se abbiamo ancora bisogno di avventura? Stando all’accoglienza riservata a Magellano dai lettori, direi di sì. Se la vita quotidiana è spesso piatta, i libri possono accenderla. C’è una cosa che mi ha colpito rileggendo di recente Il Milione. Quando Marco Polo, giovanissimo, giunge alla corte del Gran Khan, di lui l’imperatore dei tartari apprezza subito la capacità di adattarsi alle usanze degli altri popoli. Lo spedisce in missione diplomatica per tutta la Cina perché Marco, a differenza degli altri suoi emissari, al ritorno non si limita a riferire a Kublai Khan dell’ambasceria ma gli riporta mappe, carte geografiche, misurazioni, descrizioni, resoconti e aneddoti riguardanti le terre visitate e i popoli incontrati. E per tutto questo il Gran Khan lo ama. Questo è lo spirito che in certi momenti dovrebbe animarci.
Come ha rilevato un critico attento, “Magellano sfodera una struttura drammatica potente, pur senza sottrarre i suoi personaggi a una sottile ironia che spesso ricalca quella della sorte”. Giusta osservazione, poiché sullo sfondo di tutti i miei romanzi c’è sempre il gioco, un certo gusto per il divertissment, per l’arguzia, per la scoperta, per il meraviglioso, per l’avventura. Potremmo dire che ogni romanzo che ho scritto è stato preparatorio per quello che sarebbe seguito. Ma in nessuno dei precedenti ho spinto così a fondo il desiderio di appagare il lettore, pur senza trascurare il tributo che sempre sento di dovere all’arte. Io scrivo innanzitutto per fare arte.

(Riproduzione riservata)

© Gianluca Barbera

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La scheda del libro
Anno 1519. Da Siviglia salpano cinque caracche sotto il comando di Ferdinando Magellano. Il viaggio durerà tre anni. Magellano dovrà affrontare ammutinamenti, tempeste, il gelo polare, malattie e scontri con feroci tribù, alla ricerca di un passaggio che attraverso il Sudamerica lo conduca in Oriente, verso la meta finale: le favolose Isole delle Spezie. Ma gli eventi prenderanno una piega imprevista. Magellano è il racconto della prima circumnavigazione del globo, narrato dalla voce di Juan Sebastián del Cano, tra i pochi a fare ritorno in patria a bordo dell’unico veliero superstite, il quale si attribuirà il merito dell’impresa infangando la memoria di Magellano, rimasto ucciso nell’oscura isola di Mactan (nelle Filippine) in circostanze drammatiche. Un viaggio non solo fisico ma anche dell’anima, scritto in una lingua che sembra farsi più primitiva a mano a mano che la spedizione procede verso terre sempre più ignote e selvagge.

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Gianluca Barbera lavora in ambito editoriale. Tra le sue pubblicazioni, il romanzo La truffa come una delle belle arti (2016, finalista Premio Neri Pozza, finalista Premio Chianti, finalista Premio Città di Como) e il saggio Idee viventi. Il pensiero filosofico in Italia oggi (2017). Collabora con le pagine culturali de «il Giornale» e con la rivista online «Pangea».

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