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SCRIVERE CON L’INCHIOSTRO BIANCO di Maria Rosa Cutrufelli (un estratto)

luglio 16, 2018

SCRIVERE CON L’INCHIOSTRO BIANCO di Maria Rosa Cutrufelli (Iacobelli)

Maria Rosa Cutrufelli nata a Messina, cresciuta fra la Sicilia e Firenze, ha studiato a Bologna e, dopo aver viaggiato e vissuto per qualche anno in Africa, ha scelto di fermarsi a Roma. I suoi saggi e i suoi romanzi sono tradotti in una ventina di lingue. Fra i romanzi ricordiamo: La donna che visse per un sogno (nella cinquina del Premio Strega, vincitore dei premi Penne, Alghero-Donna, Racalmare-Sciascia), La briganta, Complice il dubbio, D’amore e d’odio (vincitore del Premio Tassoni), I bambini della Ginestra (vincitore del Premio Ultima Frontiera). I suoi romanzi sono pubblicati da Frassinelli, Longanesi, La Tartaruga; mentre i suoi saggi da Editori Riuniti e Feltrinelli.

Di recente, per Iacobelli, è uscito questo suo nuovo libro intitolato: Scrivere con l’inchiostro bianco.

Il libro nasce dalle due seguenti domande. Perché si scrive? Come si scrive? A queste “classiche” domande domande sulla scrittura se ne aggiunge un’altra con riferimento a una “questione letteraria” piuttosto dibattuta: esiste una scrittura femminile? O (come è ben evidenziato nella scheda del libro) per dirla in maniera più appropriata: l’appartenenza a un genere sessuale o all’altro influisce sulla parola scritta e sull’arte del racconto? Maria Rosa Cutrufelli dà una sua risposta che è allo stesso tempo una proposta di riflessione e di confronto con scrittori e critici. E lo fa nell’unico modo possibile senza risultare astratta o ideologica: mettendo in campo l’autobiografia e l’esperienza, partendo dalla vita vissuta e tornando indietro, fino ai grandi miti fondativi della nostra cultura. Insomma, raccontando.

Di seguito, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto del libro: il capitolo intitolato “Permessi e divieti”

 

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Permessi e divieti

di Maria Rosa Cutrufelli

Risultati immagini per Maria Rosa CutrufelliQuando, per la prima volta nella mia vita, presi in mano una penna e mi misi a inventare una storia, fui attraversata da due sensazioni opposte che subito presero a darsi battaglia.
L’eco di quel combattimento non si è mai spenta del tutto dentro di me.
Ancora oggi, se torno indietro con la memoria, riesco a sentire l’insolito piacere di quel gesto. Era quasi un sollievo fisico, che rendeva malleabile il mio corpo e apriva i pori della pelle affinché accogliessero con più prontezza gli odori che entravano dalla finestra aperta sulla strada. Altrettanto forte era però l’allarme che irradiava da un punto preciso – le dita strette attorno alla penna – e che m’irrigidiva, ritardando la nascita delle parole sulla carta bianca.
Era come se qualcuno mi ammonisse sottovoce e mi avvertisse che quel gesto, in apparenza così semplice, in realtà nascondeva un rischio, per quanto ancora confuso, lontano… Dare vita alle parole scritte, trasformarle in un “mondo”, bisbigliava quella voce, era un peccato d’orgoglio.
Ma la tentazione era talmente forte! Irresistibile.
Mi sentivo come un piccolo Lucifero ribelle, esiliato dal paradiso per una colpa che, nonostante tutto, mi ammantava di una forza scintillante e di un coraggio assai seducente, se non altro ai miei propri occhi. E questa versione eroica e luciferina di me stessa si preparava baldanzosamente a lottare: erano tante le storie che premevano per uscire dalle mie dita e io volevo che potessero farsi largo fino a conquistare non dico l’anima, ma almeno l’attenzione di quanti mi stavano attorno.
La mia baldanza però aveva un che di eccessivo e la mia mano non era poi tanto ferma e veloce nell’inseguire le parole per farle diventare storie. La verità è che sotto quel peccato d’orgoglio, comune a tutti quelli che scrivono, uomini o donne che siano, si muoveva un’ombra più sfuggente, che mi dava un’inquietudine molto simile a un rimorso o a un rimpianto.
Era un malessere astratto, una specie di pulviscolo nero che vagava per la mente, un soffio di vento che ogni tanto mi passava sul cuore e spingeva da un lato il desiderio di raccontare, lo nascondeva in un angolo remoto da cui più tardi, timidamente, tornava a fare capolino.
Di quale materia fosse composto quel pulviscolo che mi oscurava la voglia di narrare, l’ho compreso solo molti anni dopo. Dopo aver letto e amato le opere di tante scrittrici e dopo aver scoperto, grazie a loro, l’esistenza di un sentimento particolare e corrosivo, proprio delle donne. Qualcosa che ci accomuna attraverso il tempo, lo spazio e le culture.
Francesca Sanvitale gli ha dato un nome preciso.
«A differenza degli uomini», scrive, «le donne sono piegate da una speciale paura». Una paura tutta nostra, ossia un timore che ci costringe a vivere cercando di corrispondere a ciò che si vuole da noi, anche a costo di rinunciare alla libertà del cuore. Ma senza il coraggio della libertà non c’è scrittura. E per essere libere non è sufficiente potersi sedere davanti a uno scrittoio con carta e penna (o computer) a disposizione.
Sì, afferma Sanvitale, molto bene auspicare la famosa stanza tutta per sé invocata da Virginia Woolf, ma ciò non basta a conquistare la parola creativa.
Non sta qui l’ostacolo.
Non è questo il primo, il vero punto…
«Il primo punto era ed è arrivare al rifiuto interiore dei padri e delle madri, che non sono solo famiglia di partenza e di arrivo, ma gruppo sociale, stato sociale, resa dei conti a pressioni indistinte che negano la libertà del cuore e si configurano come larve intorno al tavolo di lavoro e delle quali, anche avendo una stanza tutta per sé, è assai difficile disfarsi».
Però bisogna farlo. Altrimenti continueremo a vedere le cose attraverso il filtro di quell’obbedienza secolare che, nell’animo femminile, è diventata quasi istinto. È necessario affrancarsi dalla soggezione della mente per illuminare il proprio mondo poetico, renderlo intellegibile, una buona volta, e dargli vita.
Così dice Francesca Sanvitale ragionando di noi, donne occidentali.

(Riproduzione riservata)

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