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LA FAMIGLIA AUBREY di Rebecca West (un estratto)

luglio 18, 2018

Pubblichiamo un estratto del romanzo LA FAMIGLIA AUBREY di Rebecca West (Fazi editore – Traduzione di Francesca Frigerio)

Quando eravamo molto piccoli, in un fresco pomeriggio sudafricano, papà e mamma stavano camminando con noi in un parco proprio poco prima del giorno di San Giovanni e papà ci chiese di mettere le mani sul tronco di un albero. Disse che non avremmo sentito niente, solo il legno, ma se lo avessimo fatto un’altra volta, una settimana più tardi, sotto le nostre mani non ci sarebbe stato solo il legno, ma qualcosa di più, perché quello era il periodo in cui il mondo stava passando dall’inverno all’estate, ed era sospeso tra la morte e la vita. Noi eravamo meravigliate, ma mettemmo ubbidienti le mani sul tronco e ci sembrò di sentirlo privo di vita, mentre la mamma esclamò che suo padre e sua madre le avevano fatto fare la stessa cosa, e lei aveva creduto che fosse un rito peculiare della sua famiglia, ed ecco che ora papà ripeteva quel gesto con noi. Una settimana più tardi mettemmo di nuovo le mani sul tronco e avemmo la sensazione che fosse vivo, e gridammo al miracolo, e la mamma disse che ci sarebbe stato più facile capirlo a casa, in Inghilterra, dove tutto questo succedeva nel periodo natalizio. E così fu. Guardammo alla settimana tra Natale e Capodanno come a un momento di attesa, il momento in cui il mondo decideva se passare dalla morte alla vita e quindi mantenere le promesse di Cristo, oppure resistere, continuare per la sua strada e rovinare tutto. La notte, nei nostri letti, ci chiedevamo se esistesse qualcosa che potesse impedire al mondo di decidere che non si sarebbe svegliato all’arrivo della primavera, e così tutti sarebbero diventati sempre più freddi, e i giorni sarebbero diventati sempre più corti, e alla fine sarebbero rimaste solo le tenebre. Lo chiedemmo a papà e mamma, e papà disse: «Be’, potrebbe succedere, ma non nella vostra epoca».
«Ma noi non vogliamo che accada mai», disse Cordelia.
«Non spaventare i bambini», disse la mamma. «La primavera è sempre arrivata, perciò possiamo dedurre che sempre arriverà».
«Che razza di ragionamento per una conterranea di David Hume», disse papà. «Nessuno è mai riuscito a sovvertire il suo punto di vista, secondo cui non esiste prova logica del fatto che poiché certe cause producono certi effetti in una data occasione devono per forza produrle in un’altra. È altrettanto possibile che ci capiti di vedere una notte universale ed eterna». E scoppiò in una delle sue risate gracchianti. «Ma non penso che voi bambini dobbiate preoccuparvene». E invece ce ne preoccupavamo perché avevamo come il presentimento che lui provasse un certo godimento all’idea di un inverno eterno, senza che il gelo e l’oscurità svanissero mai. Non importava che la mamma ci avesse detto sia allora sia in molte altre occasioni che il giorno e la primavera sarebbero arrivati sempre, perché a volte avevamo il sospetto che lui fosse dotato di poteri più grandi di quelli di lei.
E così in quei giorni tra Natale e il nuovo anno ci piaceva immaginarci come un esercito sotto assedio che attende di essere liberato.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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La scheda del libro

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

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Rebecca WestRebecca West, nata Cicely Isabel Fairfield a Londra, prese il suo pseudonimo dall’omonimo personaggio di Ibsen, un’eroina ribelle. Nel corso della sua lunga vita travagliata e romanzesca è stata scrittrice, giornalista, critica letteraria, instancabile viaggiatrice, femminista ante litteram e politicamente impegnata. Amica di Virginia Woolf e amante di H.G. Wells, Rebecca West viene considerata una delle più raffinate prosatrici del ventesimo secolo. La trilogia degli Aubrey, ispirata alla storia familiare dell’autrice, è stata indicata da Alessandro Baricco in risposta alla domanda «Quale libro ti porteresti su un’isola deserta?».

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