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L’ORO DEI MEDICI di Patrizia Debicke: incontro con l’autrice

agosto 2, 2018

L’ORO DEI MEDICI di Patrizia Debicke (Tea libri) – incontro con l’autrice

Patrizia Debicke van der Noot, nata a Firenze, bilingue, grazie a una nonna alsaziana e agli studi compiuti all’università di Grenoble, ha sempre viaggiato molto e vive tra l’Italia e il Lussemburgo. Autrice di romanzi storici e di thriller, ha pubblicato numerosi libri.

Di recente Tea ha ridato alle stampe L’oro dei Medici, ambientato nel Granducato di Toscana nell’anno 1597. Una storia di rapimenti e di complotti, che ha come protagonista l’eclettico don Giovanni de’ Medici: architetto, ingegnere, poeta, musicista e comandante della flotta granducale.

Abbiamo chiesto a Patrizia Debicke di raccontarci qualcosa su questo suo romanzo…

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«L’oro dei Medici è nato perché avevo pensato di scrivere sul secondo grande periodo mediceo fiorentino», ha spiegato Patrizia Debicke a Letteratitudine. «Ora si è detto scritto molto sulla famiglia che ha dato uno straordinario impulso alla letteratura e alle arti, ha edificato eccezionali monumenti architettonici, regalando a Firenze lustro immenso e fama internazionale. Soprattutto però sulla prima folgorante ascesa dei Medici che ha visto in successione Giovanni, Cosimo il vecchio, Piero e Lorenzo de Medici detto il Magnifico, miracolosa genia di architettura economica e politica che ha provocato fiumi di inchiostro. Però dopo il Magnifico, folgorato ohimè  dalle interferenze straniere ma soprattutto dalla fanatica dialettica del Savonarola, Firenze caccia la famiglia e istaura a forza la Seconda repubblica fiorentina, guidata da Soderini.
Patrizia DebickeDopo un nuovo passaggio mediceo quasi a volo d’uccello con al governo il moderato Giuliano figlio minore del grande Lorenzo,  altra cacciata seguita dagli impetuosi lampi della terza repubblica e ci vorranno ben due papi Medici (Leone XX e Clemente VII) per riapprodare a un ducato mediceo appoggiato da Carlo V e rimettere in sella lo sfrenato Alessandro, bastardo di Clemente VII.  Assassinato Alessandro dal livoroso cugino Lorenzo (reso immortale da Alfred de Musset con Lorenzaccio), per evitare pericolosi tumulti e nuove pretese fiorentine repubblicane fu ripescato l’unico virgulto  eleggibile della famiglia: Cosimo, diciassettenne, doppiamente di sangue mediceo (riuniva in sé  due rami della famiglia, Popolani e Cafaggiolo, perché figlio del famoso e incontrollabile condottiero Giovanni dalle Bande Nere, nato da Giovanni de’ Medici e da Caterina Sforza, sissignori proprio lei, quella famosa di Forlì,  e da Maria Salviati, figlia di Jacopo Salviati e di Lucrezia de’ Medici, primogenita del Magnifico). E quindi nel 1537 con il giovanissimo Cosimo, che per sua fortuna sapeva cosa voleva, dotato di sano e robusto caratteraccio e testardo come non mai, inizia la seconda parte della grande epopea Medicea fiorentina, Cosimo poi Cosimo I riesce a imporsi di forza, a sconfiggere i nemici interni e a ottenere il controllo della Toscana. Il ducato con Firenze per capitale diventa un Granducato che dispone  di un robusto esercito e di  una  flotta che solca i mari. Non basta, Cosimo I di fatto è l’amministratore delegato (come si direbbe oggi) di una immensa e ramificata  multinazionale che governa banche, mercanti e commerci in Europa e altrove. Che presta denaro a tutti e soprattutto, vista la sua consolidata potenza economica, Cosimo I è a capo di uno stato che per più di cento anni  tratterà alla pari con le altre nazioni europee. Quindi si doveva partire da là per raccontare la seconda parte della grande storia dei Medici, epoca perfetta per infilarci un thriller storico, e, come protagonista di L’oro dei Medici ho scelto Don Giovanni de’ Medici, ultimo figlio maschio legittimato di Cosimo I, uomo ricchissimo che  ebbe peso politico e militare e fu  valido sostegno per il fratello Ferdinando I. Giovanni parlava diverse lingue, fu soldato, ingegnere architetto, generale, ammiraglio, astrologo, alchimista e mecenate. Insomma  un personaggio storico minore ma che ha fatto molto e di cui si sa molto e che mi ha permesso di introdurre intrighi e avventure usando la grande storia come palcoscenico. Vero palcoscenico che ho utilizzato, nella trama del romanzo, con la rappresentazione della Dafne, opera musicale di Rinuccini della quale si sa tutto o quasi: trama, scenari e costumi, ma della quale si è perso lo spartito, per far da sfondo al complotto contro il granduca. La scelta poi di farlo marinaio, mi ha regalato il divertimento di inserire nella trama una vera scaramuccia tra la flotta fiorentina e vascelli inglesi al largo di Marsiglia, Livorno e le sue livornine, liberalissimi e geniali provvedimenti di Ferdinando I che  la trasformarono in un ricchissimo porto franco, e, alla fine, una sanguinosa e travolgente battaglia navale.»

Ringraziamo Patrizia Debicke e proponiamo, di seguito, un estratto del romanzo.

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Livorno, la scomparsa di Antonia

Per il ritorno a Livorno Don Giovanni de Medici e il suo vice si trasferirono su di un’altra nave della flotta, una galeazza robusta e ben armata. All’inizio del viaggio il vento fu leggero, il mare calmo, ma l’ammiraglia ferita, a rimorchio, imbarcava acqua e rallentava sensibilmente le altre. I comiti e la truppa a bordo lavoravano ininterrottamente a sgottare. Poi il vento si rafforzò bruscamente e girò a tramontana. Si levarono le onde, il mare s’ingrossò, si fece minaccioso. La flotta azzoppata dovette trovar riparo in Corsica per un giorno e una notte. Ma il Comandante aveva fretta. Premeva impaziente. Appena possibile ripresero stentatamente il viaggio. Dieci giorni dopo nel primo pomeriggio entravano finalmente in porto. Avevano completato la loro spedizione. La manovra di attracco venne eseguita rapidamente. I marinai della flotta fiorentina era gente abile e ben preparata. Quando le cime furono ben tese e bloccate: «Vieni? » interrogò il Medici, rivolto al fratello. «Dopo!» Juan Batista de Granara succinto. «Voglio controllare le navi prima di scendere a terra e convocare i maestri d’ascia per le prime riparazioni » spiegò. Era un capo attento e giusto coi suoi. Gli uomini gli ubbidivano, lo amavano e lo seguivano con lealtà. Don Giovanni poteva far sempre conto su di lui. «D’accordo, ma ti aspetto alla Canaviglia, per cena. Dobbiamo parlare » una richiesta che era un ordine. «Verrò» la conferma. Non attese neppure che fosse appoggiata una passerella di fortuna, prese la rincorsa e saltò di slancio sul molo. I servitori attendevano il suo arrivo. Raccolsero in fretta le poche cose del padrone, lanciate al volo dalle murate e se le caricarono sulle spalle. Bartolo Ammanniti, il fedele intendente, chinò il capo nel saluto. «Eccellenza» un sorriso di benvenuto gli spaccò la faccia: «Lieto di vederla» aggiunse. «Novità? » interrogò lui frettoloso. Faceva freddo e umido, l’autunno era inoltrato. Il principe srotolò il lungo mantello nero che svelò la croce di cavaliere di Santo Stefano. Con l’aiuto dell’uomo se l’appoggiò sulle spalle. Toccava quasi terra. Ci si avvolse. «I domestici di Lady Brume vengono alla Canaviglia da due giorni. Chiedono notizie di Vostra Eccellenza. Sono tornati anche poco fa. La signora ha fretta, vuole vederla. Nonostante le sue condizioni… ehm di salute, vuole vederla, ha bisogno di parlarle subito.» «Condizioni di salute? Lady Brume è sofferente?» «Lady Brume ha partorito, tre giorni fa e… » s’interruppe il fedele domestico, arrossendo. «Forza Bartolo, vai avanti. Nasciamo tutti allo stesso modo! Cos’è, e come sta la madre?» «Un bambino eccellenza, un maschio bellissimo, coi cappelli rossi come la signora, e lei sta già bene, dicono.» «Bene, molto bene, un figlio! E maschio » il tono di Don Giovanni era calmo tranquillo, compiaciuto» e Sir Robert? » interrogò a mezza bocca. «Ancora in mare, con una spedizione. Stanno provando una nuova nave. Non tornerà prima di una settimana.» «Bene!» ripeté pensoso. «Un maschio, dopo due femmine. Brume sarà contento, immagino.» «Sì, sì Eccellenza, forse… » azzardò il pover’uomo, timidamente. «Bene allora, ne farò il mio figlioccio. Intanto fate comprare tazze, piatti, bicchieri, cucchiai d’argento per il bambino e altro, che so… tutto ciò che serve, non lesinate, fate voi.» «Come desidera Don Giovanni. E qualcosa per la madre, la signora?» «No per lei no. Ci penserò io» rispose Don Giovanni. Poi rise forte e afferrando per il braccio, in un gesto festoso, il vecchio dipendente aggiunse: «Forza Bartolo, andiamo da Lady Brume. Voglio vedere il piccino. Oggi è giorno di festa.» L’Ammanniti assentì rispettoso e girandosi, rivolto al servitore più vicino: «Va alla Canaviglia! Dei cavalli per l’eccellenza illustrissima e per noi» balbettò inquieto. «No, lascia stare! Ho voglia di sgranchirmi le gambe, di camminare» lo bloccò il suo signore. Si strinse nel mantello e: «Andiamo a piedi» ingiunse imperioso, avviandosi di buon passo.
Il palazzotto che era la residenza dei Brume si affacciava sulla piazza dei Legnami. Ci vollero meno di dieci minuti al principe preceduto dalla sua scorta per raggiungerlo. Venendo dal porto, ci si arrivava dal dietro. La costruzione squadrata, rustica più antica, era stata abbellita e ampliata cinque anni prima. Spaziosa, ben costruita, dava una sensazione di solidità più che di eleganza, ma denunciava la condizione florida, agiata dei suoi occupanti. Ammanniti bussò ripetutamente al grande portone di legno bugnato, annunciando a gran voce il suo padrone. Poco dopo si udì uno scalpiccio provenire dall’interno, un rumore forte di chiavistelli e Matteo, il servitore della casa che fungeva da portiere, aprì. Don Giovanni attraversò l’atrio ammattonato. Salì da solo, di corsa, la larga scala di pietra che conduceva al primo piano, chiedendo della signora. Una sguattera s’inchinava, neppure una cameriera, una ragazza spaurita con un largo grembiale candido che le copriva quasi la veste. Non sapeva, cercò invano di trattenerlo. Un lagno di neonato proveniva da lontano, appena soffocato dalle pareti. Le altre serventi si piegarono riverenti davanti all’alto cavaliere che avanzava per il corridoio, diretto alla camera della padrona. Una cameriera di rango più elevato accorreva dalle stanze delle bambine, veloce, raddrizzandosi affannata la cuffia. «Lady Brume?» interrogò di nuovo, mentre si sfilava il mantello e glielo gettava tra le braccia. «Eccellenza no! Aspetti, Lady Brume dorme» rispose la donna debolmente. La ignorò, girò la maniglia di bronzo lavorato, entrò in camera e richiuse la pesante porta di rovere dietro di sé. Era vero, dormiva. I lunghi cappelli rossi di Aubrey erano sciolti abbandonati sul cuscino, come dopo una notte di amore tra le sue braccia.
Aubrey Brume era la seconda moglie di Sir Robert Brume, ingegnere, navigatore emerito e consulente navale del Granduca Ferdinando. Brume aveva quasi quindici anni più di lei. Sette anni prima aveva abbandonato la moglie precedente, l’Inghilterra, la sua regina e la religione protestante per la giovane donna. Poi si era fatto cattolico e l’aveva sposata in chiesa. E lei Aubrey Walley, figlia del barone di Lesley, allora diciottenne, non aveva esitato a seguirlo. Aveva attraversato l’Europa a cavallo, travestita da paggio. Due bambine, coi cappelli rossi di madre e padre, erano arrivate rapidamente ad allietare la coppia. Da due anni Don Giovanni de Medici era stato accolto nel letto e nel cuore ampio, caloroso di Lady Brume. La giovane donna era assolutamente sincera, quando dichiarava di amare i suoi due uomini, allo stesso modo e, con grande generosità, si divideva imparziale tra loro. Per di più non conosceva il significato della parola gelosia. La prova ne era Antonia Marra. Aubrey Brume aveva spinto la sua cameriera personale, un’italiana, una bella ragazza di vent’anni, nelle braccia dell’amante, quando la sua ultima gravidanza si era fatta troppo avanzata. Ma comprendeva e giustificava serenamente la possibile gelosia degli altri. Sir Robert, costretto ad assentarsi spesso per colpa del suo incarico, ignorava beatamente il legame particolare della moglie con l’amico principe e quest’ultimo ne rispettava con decoro la riservatezza. «Sarò il padrino di tuo figlio» aveva annunciato Don Giovanni a Brume due mesi prima. «Ḕ un onore, Giovanni» aveva risposto sir Robert, sicuro di esserne il padre. Lady Brume era di diverso avviso ed era sicura invece che il padre del nascituro fosse il fiorentino. Glielo avevano detto i tempi e le sue regole, ma aveva taciuto con l’amico, ben decisa a far sì che il dubbio persistesse sempre tenace nella sua mente. Giovanni oggi è preso di me. Ma prima era preso di Amalia Martelli e, prima ancora, di Laudomia Imperiali. Ḕ come era suo padre, il Granduca Cosimo. Ama le belle donne. E troppo, per legarsi definitivamente a una sola. La certezza che il bambino fosse suo gli darebbe dei diritti e imporrebbe a me dei doveri che non voglio. Io amo anche Robert. Preferisco una serena tranquillità, la sicurezza di vivere al suo fianco. Scelgo di invecchiare con lui e i nostri figli. Questo che deve nascere sarà figlio di Robert, si era ripromessa, giurando all’amante di non sapere. E il bambino, un maschietto, aveva i capelli rossi, anche lui. Per fortuna, aveva ammesso sollevata. Era stato un parto facile, veloce, il terzo. Non aveva sofferto come con Alice, la maggiore. Con lei era stata cosa lunga, estenuante. Aveva impiegato più di quattordici ore a nascere. Dopo quattro ore di doglie, la levatrice aveva preso in mano la testolina, aveva tirato energicamente. Un secondo dopo, un vagito e, mentre la sua assistita si lasciava andare all’indietro sollevata, aveva gridato: «Ḕ un maschio, un bel maschio, Mylady!» «Benvenuto, John Robert » aveva risposto Lady Brume. La gioia insopprimibile nel vedere quella testolina minuscola, nell’accarezzarla come aveva fatto con Alice ed Elisabeth la prima volta. Poi mani dolci delicate che la lavavano, il tepore e la stanchezza che la soverchiava. Il volto di Antonia, la cameriera, che sorrideva. La sua voce che suggeriva: «Riposi Mylady, va tutto bene.» Aveva dormito per ore. Ma al risveglio, era mattina, si era meravigliata di non vederla in piedi accanto al letto. Aveva chiesto subito di lei a Febe, la governante. «Antonia non c’è. Sono in pena. Ḕ scomparsa. Non è tornata da ieri sera » aveva risposto la brava donna….

(Riproduzione riservata)

© Tea libri

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La scheda del libro

Granducato di Toscana, 1597. L’Italia è ormai caduta in mano agli eserciti stranieri, ma la sua cultura si diffonde in tutta Europa. E non solo quella: anche il denaro. I banchieri più potenti che servono i sovrani europei sono italiani, sono genovesi, sono fiorentini. Firenze è uno stato ricco in mano a una dinastia di banchieri: i Medici. E l’oro dei Medici fa gola a tanti e chi non riesce ad averlo in prestito, può anche cercare di sottrarlo in modo illecito. Per esempio organizzando il rapimento dei figli del granduca Ferdinando I, con l’aiuto di spie, diplomatici e preti corrotti. Ma del complotto viene a sapere il fratellastro di Ferdinando, don Giovanni de’ Medici, geniale architetto, ingegnere, poeta e musicista, nonché comandante della flotta granducale e amante delle belle donne. Fra Livorno, Firenze e Ajaccio, in bettole malfamate e in ville aristocratiche, Don Giovanni, insieme al fidato capo della polizia del Granducato, conduce un’indagine che lo porterà a scoprire i mandanti e ad affrontarli in un’emozionante battaglia navale al largo delle coste toscane.

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